Lucky, un omaggio, riuscitissimo, alla vita e alla carriera di Harry Dean Stanton

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Due grandi del cinema, Harry Dean Stanton e David Lynch, riflettono sul senso dell’esistenza

  • Anno: 2018
  • Durata: 88'
  • Distribuzione: Wanted Cinema
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: John Carroll Lynch
  • Data di uscita: 29-August-2018

Sull’ultima stagione della vita ci sono stati proposti tanti film ormai, ma non tutti possono vantare gli esiti felici di Lucky, con la regia dell’esordiente John Carroll Lynch, che per raccontarcela ha scelto gli occhi ironici e malinconici di Harry Dean Stanton. Ci ha mostrato fin dall’inizio il suo corpo martoriato dall’età: le dita dei piedi sformate, la pelle secca e cadente, la figura intera in mutande. Un corpo indifeso quando è svestito tra le ombre di casa sua, che si fa spavaldo quando va verso la luce di fuori, indossando una delle camicie scozzesi, scarpe e cappello da cowboy. Ce n’è tanta di luce in questo paesaggio, simile a quello di Paris Texas che Stanton attraversava trentaquattro anni fa. Le inquadrature a mezza figura e i piani americani sullo sfondo quasi desertico sono perfette, dominate dalla figura di Lucky-Stanton, dalla sua espressione che occupa con naturalezza lo schermo, come ha fatto del resto per tutta la sua vita e la sua carriera. Il film è un omaggio a entrambe, all’icona del cinema, ma anche all’esistenza di tutti, alla scoperta di segreti semplici per affrontarla consapevolmente.

Tutte le massime ci sono già; resta solo da applicarle, diceva Pascal. E Lucky, durante gli ottantotto minuti della narrazione, sembra scoprire questa piccola grande verità: un abbraccio, un sorriso, una confidenza, dei quali sembrava non essere capace, ora gli rivelano un mondo interiore e relazionale del tutto nuovo, rinnovato, perché nuovo e rinnovato è il suo sguardo sulle cose. A L’uomo senza passato (la citazione a Kaurismaki non è casuale) è bastata una banalissima caduta, improvvisa, per far sì che prendesse coscienza della sua età e della morte inesorabilmente vicina. Lucky non è malato, è soltanto vecchio. Una persona anziana che ci è simpatica fin da subito con i suoi piccoli vizi e le sue forti rigidità: al mattino, due addominali, due tiri di sigaretta, un balletto di musica messicana e un bicchiere di latte gelato. Stravagante, ma mai ridicolo, passa le giornate tra quiz televisivi e parole crociate, più qualche visita al bar per scambiare le sue massime filosofiche e strafottenti, che via via aderiscono di più al senso della vita, perdono il gusto della provocazione per acquisire profondità.

I dialoghi sono meno surreali e finalmente i ricordi affiorano, non con l’ossessione senile che ne limiterebbe il senso, ma l’autenticità di chi è a contatto più stretto con il proprio inconscio, con il nucleo di sé. L’interprete dell’amico Howard (David Lynch) è uno che di inconscio se ne intende. Qui recita la disperazione di chi ha perduto un compagno di vita inseparabile, la testuggine (guai a chiamarla tartaruga) che di nome fa Roosvelt. In questa condizione luttuosa, anche Howard, insieme a Lucky, si interroga sul senso della vita, e il rispecchiamento delle loro solitudini è uno dei momenti più poetici.

Diremmo lo straordinario nell’ordinario, se non fosse un’espressione usurata. Forse per questo, se pure in ambientazioni diversissime, per alcuni attimi viene in mente Aki Kaurismaki. Anche per la fissità di qualche scena, i dialoghi stralunati che la storia ci regala a piene mani, e la lezione morale sulla dignità della vita.

Piccola annotazione: il regista John Carroll Lynch è solo omonimo di David Linch



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