71 Locarno Festival: apre il concorso internazionale A Family Tour del giovane regista cinese Ying Liang, dramma sulla libertà di opinione e sui legami familiari

A Family Tour di Ying Liang apre il Concorso Internazionale del 71esimo Locarno Festival, quinto quinto lungometraggio del giovane regista cinese, mettendo in scena una storia che affronta il tema della libertà di espressione e di opinione

  • Anno: 2018
  • Durata: 107'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Taiwan, Hong Kong, Singapore, Malesia
  • Regia: Ying Liang

A Family Tour di Ying Liang apre il Concorso Internazionale del 71esimo Locarno Festival, quinto quinto lungometraggio del giovane regista cinese, mettendo in scena una storia che affronta il tema della libertà di espressione e di opinione. Ying Liang ha già partecipato al Festival di Locarno nel 2012, portandosi a casa il pardo per la miglior regia con il film precedente Wo hai you hua yao shou.

In questo ultimo lavoro Liang racconta di una giovane regista cinese, Yang Shu, che vive in esilio a Hong Kong da cinque anni dopo l’uscita del suo film “The Mother of One Recluse”, inviso alle autorità del suo paese proprio perché critica il modo di attuare la giustizia. La madre è molto malata e non la vede da tempo; con l’aiuto del marito organizza un viaggio a Taiwan insieme al figlio di quattro anni. Così Yang Shu, a Taiwan per un festival cinematografico dove presentano il suo film, può incontrare la madre che arriva in un viaggio turistico organizzato.

Uno degli aspetti più interessanti di A Family Tour è proprio questo necessario sacrificio della finzione sociale verso la società esterna e le organizzazioni statali per poter semplicemente elaborare il dramma del distacco dalle radici culturali e familiari. Il tour nel film di Ying Liang non è solo quello turistico a Taiwan – dove la madre è all’interno della comitiva che si muove per la città in bus e la famigliola la segue in taxi per poter rubare qualche minuto di intimità – ma è un tour culturale familiare – tra Cina, Hong Kong e Taiwan – e metafisico, con in fondo una continua commistione tra vissuto e rappresentazione di esso attraverso, ad esempio, la registrazione dell’interrogatorio della polizia alla madre e il film narrato e visto della giovane regista.

In effetti, A Family Tour mette in scena il dramma personale di Yang Shu che ha perso il padre accusato ingiustamente di aver ucciso dei poliziotti. La sua ribellione si esprime attraverso il cinema che diventa mezzo espressivo della perdita del padre (fisica) e della madre (emotiva). Del resto, i brevi incontri, sempre discreti, con la madre sono fatti di sguardi, di sfioramenti, di brevi frasi. Non c’è mai un contatto fisico: innanzitutto per evitare che gli altri cinesi della comitiva si insospettiscano (visto che la madre è comunque sotto osservazione da parte dell’autorità del suo paese), ma soprattutto perché la madre diventa per Yang Shu quasi una figura desiderata, un’icona sbiadita nella sua concretezza fisica.

E, infatti, nella sequenza finale, mentre il marito accompagna la madre malata a Hong Kong, Shu, insieme al figlio, si reca presso la sede del festival taiwanese per vedere il film: dopo un primo piano su di lei, il regista stacca e la macchina da presa inquadra la sala dove si proietta il film. Abbiamo così un evento epifanico doppio. Da una parte, il rapporto tra figlio-madre in sala è visivamente collegato con il rapporto figlia-madre sullo schermo, visto che “The Mother of One Recluse” è esplicitamente autobiografico. Dall’altra parte, si assiste a un vero e proprio evento metacinematografico: con una messa in abyme, lo spettatore nella sala cinematografica vede sullo schermo il film A Family Tour di Ying Liang che filma un pubblico in una sala cinematografica che vede il film “The Mother of One Recluse” di Yang Shu, con tanto di sottotitoli che si sovrappongono. Un gioco di specchi, una replica di immagini all’interno di altri immagini come in un’opera di Escher. Così come c’è un eco di verosimiglianza tra il festival taiwanese e quello locarnese, come dire, ancora di più facciamo parte di una fusione visivo-spaziale tra immaginario e realtà fenomenica in cui il cinema è il collante creativo.

La messa in scena metacinematografica del giovane regista Ying Liang è, però, solo il punto di arrivo stilistico di un’opera che si compone di sequenze in totale, dove i personaggi sono inquadrati frontalmente oppure di fianco, ma sempre insieme, in long take, dove i silenzi e gli sguardi dei protagonisti sono a volte più comunicativi ed esplicativi delle parole stesse.

Questo, certo, a volte, chiede uno sforzo allo spettatore, perché non sempre la dilatazione del tempo è significativa, ma appare quasi come se l’autore sia ipnotizzato dai propri personaggi non riuscendo ad avere uno sguardo oggettivo, come se anche lui sia inglobato all’interno della materia rappresentata.

In effetti, A Family Tour è un film molto accorato, dove i rapporti tra le persone sono più forti di qualsiasi altro legame sociale e Yiang Liang sembra dirci che il cinema è un mezzo potente per poter esprimere i sentimenti più profondi e nascosti dell’essere umano, la propria voglia di libertà, la lotta silente contro qualsiasi tipo di oppressione fisica e psicologica, e che si possa condividere tutto questo in una sala cinematografica con altri, in tempi e luoghi differenti e lontani.

Utlima modifica: 2 agosto, 2018



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