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Il mio Godard: il controverso maestro della Nouvelle Vague secondo Michel Hazanavicius

Segnali dall’universo digitale. Rubrica a cura di Francesco Lomuscio

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Adorato da musicisti del calibro dei Beatles e i Rolling stones, ma anche da illustri colleghi quali Jean Renoir e Fritz Lang, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo è stato – insieme a François Truffaut e Alain Resnais – tra i fondatori del rivoluzionario movimento cinematografico francese della Nouvelle Vague.

Convinto che gli artisti dovrebbero morire a trentacinque anni  perché dopo non capiscono più nulla e che gli attori non siano persone libere, in quanto eseguono ordini, il cineasta parigino Jean-Luc Godard è stato raccontato sul grande schermo da Michel Hazanavicius – vincitore del premio Oscar per The artist – nel suo Il mio Godard, visto nelle sale italiane a fine Ottobre 2017 e ora disponibile su supporto dvd targato Rai Cinema, con il trailer nella sezione riservata ai contenuti speciali.

Un biopic che, partendo dal 1967 e usufruendo di più di una voce narrante, ce lo mostra con il volto di Louis Garrel impegnato a portare avanti la sua storia d’amore con Anne Wiazemsky alias Stacy Martin, più giovane di lui di vent’anni e alla quale non manca di parlare del Festival di Cannes mentre le pratica un cunnilingus.

Perché, man mano che viene rievocato il flop di critica e di pubblico in cui incorse La cinese e che si arriva fino alla realizzazione di Vento dell’est, non è affatto l’ironia a risultare assente nel corso della oltre ora e quaranta di visione, ulteriormente complice l’esilarante momento metacinematografico in cui, omaggiando Marco Ferreri, si tirano in ballo nudi integrali con annesso un discorso che li riguarda.

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E, tra una fruizione del super classico La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodore Dreyer e moti sessantottini puntualmente movimentati da cariche da parte delle forze dell’ordine, quella godardiana che emerge dai fotogrammi altro non è che una personalità decisamente controversa.

La personalità di un uomo che crede nella rivoluzione pur essendo convinto che non la si potrà mai fare con i sentimenti, oltre a dichiararsi politicamente di sinistra, ma pronto ad affermare, allo stesso tempo, che gli ebrei sono i nuovi nazisti.

Un uomo che non manca di sbeffeggiare la stampa durante il Festival di Avignone e del quale non solo assistiamo a conversazioni con un Bernardo Bertolucci interpretato dal nostro Guido Caprino, ma anche al periodo in cui costituì il gruppo Dziga Vertov, collettivo di autori d’oltralpe tramite cui mise in piedi lavori che non mancarono di essere ritenuti astratti, pesanti ed eccessivamente intellettuali.

Del resto, in mezzo a didascalie, scritte, una situazione immortalata in negativo e un accoppiamento girato in bianco e nero che sembra rifarsi alle immagini di Una donna sposata, il lungometraggio hazanaviciusiano si mantiene abilmente in bilico tra l’elogio all’anticonformismo registico da sempre sfoggiato da colui che ci regalò Fino all’ultimo respiro e un sottile attacco alla fase della sua vita in cui divenne tanto incompreso quanto incomprensibile artista maoista fuori dal sistema.

Con Azzurro e rivisitazioni di Cuando calienta el sol e Magic momernts che, all’interno della colonna sonora, contribuiscono al piacevole e scorrevole svolgimento del tutto.

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