Il ritornello crudele dell’immagine di Giulia Raciti: un testo preciso ed esaustivo sul cinema di Carmelo Bene

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Solido, esauriente e preciso, Il ritornello crudele dell’immagine – Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene è un testo che s’inserisce in maniera significativa all’interno del dibattito sull’opera cinematografica di Carmelo Bene

Il primo aggettivo che viene in mente dopo aver letto l’esauriente saggio di Giulia Raciti sul cinema di Carmelo Bene, Il ritornello crudele dell’immagine – Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene, è ‘eroico’. Si, perché cimentarsi con la pur breve – ma intensissima – attività cinematografica di Bene comporta uno sforzo filologico e concettuale notevolissimo, laddove sono svariate le considerazioni necessarie per compiere un’adeguata analisi della sua opera. L’originalità di Raciti consiste nell’aver scartato agevolmente una certa retorica che ha spesso veicolato il mito dell’iconoclastia beniana, cadendo nel tranello di ‘prendere alla lettera’ ciò che lo stesso Bene ha affermato di sé e del suo cinema. Se è vero che il desiderio di accecare l’immagine ha sempre costituito la ferrea premessa del rapporto di Bene con la Settima Arte, è altresì innegabile che il tentativo di perseguire tale, radicale obiettivo ha prodotto, paradossalmente, un surplus di forme, le quali, quantunque esasperate in vista di un’implosione purificatrice, sono rimaste magnificamente impresse sulla pellicola, deliziando l’occhio di chi, a tutt’oggi, ha la fortuna di ritrovarsi spettatore del vorticoso movimento del cinema del nostro. A coadiuvare Raciti nel percorso d’indagine è convocato il più celebre dei benologi, quel Maurizio Grande che, con indomabile furore teoretico, non hai smesso di produrre una puntuale esegesi dell’opera di C. B. (lo stesso Bene affermava di lui: “Considero Maurizio la personalità critica (creativamente critica) più acuta e stimolante degli ultimi cinquant’anni”).

Dopo la prefazione del sempre ottimo Alessandro Cappabianca, un’introduzione e un capitolo iniziale di presentazione, Raciti, senza cincischiare o lasciarsi fuorviare dal solito funambolismo linguistico che fin troppe volte ha caratterizzato molti lavori critici su Bene, passa all’analisi di ciascuna pellicola, partendo da Hermitage, cortometraggio del 1968, con cui il nostro ‘si faceva le ali’, proseguendo con il film-manifesto Nostra Signora dei Turchi (1968), Capricci (1969), Don Giovanni (1970), Salomè (1972), concludendo con Un Amleto di meno (1973). Ogni film costituisce un passaggio decisivo nello sviluppo dell’estetica cinematografica beniana, sempre volta a trovare nuove soluzioni visive in grado di raggiungere il liberatorio intento di ‘farla finita con l’immagine’.  Un capitolo riassuntivo dell’autrice e la postfazione di Emiliano Morreale (già autore di Contro il cinema) chiudono un testo esaustivo, capace di provocare nuove e vivide suggestioni.

Chi scrive, poi, non può fare a meno di sposare l’idea di fondo della studiosa, giacché è persuaso che il cinema di Bene non possa esser considerato una disfatta rispetto all’insuperabilità dei limiti del mezzo tecnico, quanto, piuttosto, una portentosa conferma della capacità dell’autore di generare miriadi di figure barocche, magnifiche, eccessive, strabordanti e sature, che non solo mirano ad accecare l’immagine ma, forse, anche l’occhio dello spettatore, chiamato a competere con un terroristico cortocircuitare del senso. Bene non crede – come fa dire a Erode in Salomè – alla ‘resurrezione della carne’, ed è probabilmente – azzardiamo un’ipotesi – proprio in questa chiusura che va ricercata l’impossibilità di portare fino in fondo il suo gesto radicale (non ‘credere’ alla resurrezione, ultimo e decisivo passaggio di una scansione che prevede prima la passione e poi la morte, equivale a non prendere in considerazione la possibilità di un’immagine altra). Se Pier Paolo Pasolini aveva nostalgia del Sacro, Bene, invece, gli si scaglia contro, ansioso di annientare tutte le narrazioni mitiche, teso com’è ad amputare il maggiore, in accordo con il Gilles Deleuze di Sovrapposizioni, a favore dell’emersione di un minore sottratto al Potere del Testo. Se ciò è buono e giusto, riteniamo altresì che la mancanza di fiducia in una soggettività fondata su una dimensione comunitaria costituente abbia impedito a Bene di escogitare quella Trasfigurazione che avrebbe permesso di farla finita con la Rappresentazione, attraverso un processo di rigenerazione dell’immagine (anziché agitarsi forsennatamente in uno spasmodico movimento per distruggerla). Anche se, a conti, fatti, e sembra che Raciti dia indicazioni in questo senso, la Trasfigurazione nel cinema di Bene pare compiersi malgrado l’autore (o, forse, proprio grazie a esso, il che potrebbe apparire un paradosso, ma se l’opera, come predicato da Bene, non ha artefice, ha anche modo di intraprendere percorsi impensati perfino da chi l’ha realizzata).

Solido, esauriente e preciso, Il ritornello crudele dell’immagine – Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene è un testo che s’inserisce in maniera significativa all’interno del dibattito (che necessita di diventare sempre più vivo e accesso) sull’opera cinematografica di Carmelo Bene.

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Il ritornello crudele dell’immagine – Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene (Mimesis Edizioni)

Sul testo
Nel cinema di Carmelo Bene le immagini si inseguono in una corsa forsennata nella quale ritornano uguali e diverse, proprio come i “ritornelli” di cui parlano Deleuze e Guattari in Millepiani, generando una “crudele” sinfonia visiva in cui si affastellano sino a cancellarsi. Tuttavia, malgrado questa furia iconoclasta tesa a conseguire la cecità dell’immagine filmica, è innegabile che il cinema di Bene produca magnifici simulacri della visione da bruciare rapidamente e invano.

Sull’autrice
Giulia Raciti
(Palermo 1981) ha conseguito il Dottorato in “Tecnologie Digitali per la Ricerca dello Spettacolo” presso La Sapienza di Roma, è stata assegnista quadriennale di ricerca in Spettacolo presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Palermo, dove è stata anche docente a contratto di “Storia dei media”. Caporedattore della rivista accademica «The Rope – Grafie dello Spettacolo e Pratiche dell’Immaginario», ha pubblicato diversi saggi nel campo degli studi sullo spettacolo ed è autrice della monografia: Quinte barocche nel deserto. Baarìa di Giuseppe Tornatore, Falsopiano, Alessandria 2014.



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