Con Ippocrate Thomas Lilti racconta la responsabilità di essere medico, con tutte le spinose questione etiche annesse

Etica, responsabilità, possibilità di scelta, relazioni col paziente e con i familiari: di questo tratta il film Ippocrate, diretto dal francese Thomas Lilti

  • Anno: 2014
  • Durata: 102'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Francia
  • Nazionalita: Commedia, Drammatico
  • Regia: Thomas Lilti
  • Data di uscita: 07-June-2018

Passare dall’idealità degli studi di medicina, che impegna ogni medico a cercare il bene del paziente ad ogni costo (questo il senso del giuramento di Ippocrate che dà il titolo all’opera), alla cruda realtà quotidiana e ai vincoli economici delle odierne strutture ospedaliere è un duro colpo per i giovani specializzandi che hanno intrapreso la professione con passione, slancio e coscienza. Etica, responsabilità, possibilità di scelta, relazioni col paziente e con i familiari: di questo tratta il film Ippocrate, diretto dal francese Thomas Lilti – ispirato a un periodo autobiografico in cui il regista studiava medicina – in uscita in questi giorni nelle sale italiane, distribuito da Movies Inspired.

Il giovane Benjamin, ventitreenne neo-laureato, animato da buona volontà, con ampie dosi di empatia verso i pazienti e tanta ingenuità, entra a fare il tirocinante presso un ospedale parigino diretto dal padre. Nel suo tentativo di rendersi utile, apprendere quanto più possibile e, al tempo stesso, cercare di non pestare i piedi a nessuno, Ben inizia a trovarsi nei guai senza neppure rendersene conto, complici le carenze strutturali e strumentali che rendono molto difficile adempiere a tutti gli obblighi che sarebbero richiesti, al tempo stesso, nei confronti dei pazienti per curarli al meglio e della burocrazia ospedaliera, impegnata a risparmiare quanto più possibile.

“Da adolescente volevo diventare regista – racconta Lilti – ma dietro la pressione dei miei genitori decisi di  intraprendere degli studi ‘seri’, e visto che mio padre era medico, optai per medicina per garantirmi un futuro. Ora, che sono regista, constatando che nelle serie TV la rappresentazione dell’ospedale avviene attraverso immagini stereotipate, mi sono rituffato nei miei ricordi per ritrovare le emozioni vissute in quegli anni: credo che l’argomento centrale sta proprio nel peso della responsabilità di cui un medico può farsi carico, i dubbi che ti assalgono di continuo, il chiedersi se un errore commesso potrebbe avere conseguenze gravi”.

Coinvolto in un caso più grande di lui, il nostro giovane protagonista (interpretato dal simpatico Vincent Lacoste reso noto dalla sua interpretazione ne Il primo bacio di Riad Sattouf) commette una grave leggerezza durante una delle sue prime guardie notturne, e viene inizialmente coperto dai colleghi e dal padre. Contemporaneamente, il medico di origine algerina Abdel (molto bravo nel ruolo Reda Kateb), già esperto e specializzato, in attesa di ottenere una posizione di carriera migliore per far venire in Francia la sua famiglia, instaura con Benjamin un rapporto di amicizia e di tutoraggio professionale: integerrimo e dotato di grande umanità verso i pazienti, Abdel rischia di essere rispedito in Maghreb a causa di alcune scelte professionali giuste ma non condivise dal managerialismo ospedaliero. A questo punto Ben dovrà scegliere da che parte stare e non sarà affatto facile, ma gli verrà in aiuto il gruppo dei giovani colleghi ed il personale tutto.

Il regista racconta di aver voluto rendere un omaggio, attraverso il personaggio affascinante e malinconico di Abdel, a tutti i medici stranieri espatriati, sradicati dalla loro terra e spesso in situazioni difficili, che lo hanno aiutato durante il suo percorso di studi ed il suo internato in ospedale.

Volevo rappresentare la realtà dell’ospedale così come realmente è, dando ai sanitari la parte di se stessi perché la dimensione ‘romantica’ di Ippocrate non ha fondamenta solide se l’ambiente non è credibile in ogni dettaglio. Per costruire il personaggio di Abdel, in particolare il suo lato oscuro, ho pensato molto al concetto di esilio. Una volta ho sentito dire che un esiliato è come chi ha subito l’amputazione del braccio e percepisce l’arto amputato come ancora esistente, anzi, la percezione della sua esistenza è più forte dopo l’amputazione. Ho lavorato sull’assenza, sull’idea di una vita sospesa, in attesa, tra parentesi”.

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