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Amanti d’oltretomba, Escalation e Afghanistan – The last war bus: riesumando il cinema italiano sepolto

Segnali dall’universo digitale. Rubrica a cura di Francesco Lomuscio

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La regia è firmata Allan Grünewald, in omaggio allo scrittore Edgar Allan Poe e al pittore Mathias Grünewald, ma è il Mario Caiano occupatosi fino ad allora soprattutto di peplum a trovarsi dietro la macchina da presa di Amanti d’oltretomba, non privo proprio di elementi che richiamano le opere dell’autore de la maschera della morte rossa e Sepolto vivo.

Del resto, datata 1965 e chiaramente mirata a raccogliere un po’ tutti gli ingredienti tipici del gotico tricolore, la quasi ora e quaranta di visione cala il non ancora fantozziano Paul Muller nei panni del dottor Stephen Arrowsmith, il quale non solo tradisce la moglie Muriel, ovvero Barbara Steele, con l’assistente Solange alias Helga Liné, ma, dopo tremende torture, arriva anche ad ucciderla quando la coglie in flagrante adulterio con il proprio amante: il giardiniere David, interpretato da Rik Battaglia.

Un tragico evento utile a dare il via alla costruzione di un non banale intreccio atto a porre da un lato l’omicida che, in verità intento ad ereditare il patrimonio della defunta, usa il sangue delle due vittime al fine di mettere a punto un filtro dell’eterna giovinezza da regalare a Solange, dall’altro i fantasmi dei due assassinati che intervengono dal momento in cui architetta un piano per condurre alla follia la cognata, mentalmente scossa e alla quale è stata assegnata l’eredità.

FrancescoLomuscio_Taxidrivers_Amanti d'oltretomba_Caiano

Corredato di macabre atmosfere in bianco e nero a dominare un vero e proprio cult del filone che è CG Entertainment (www.cgentertainment.it) a riscoprire su supporto dvd all’interno della propria collana CineKult, con un’intervista di ventitré minuti al regista a fare da contenuto speciale.

La stessa CineKult che, a proposito di gioiellini recuperati dalla vasta cinematografia italiana appartenente agli anni Sessanta, lancia finalmente su disco digitale anche il fino ad oggi piuttosto raro Escalation, datato 1968 e che godette anche di una riedizione con il titolo Integrato sessuale.

Debutto registico per il Roberto Faenza poi dedicatosi, tra l’altro, all’acclamato Jona che visse nella balena e a La verità sta in cielo, riguardante il caso Emanuela Orlandi, una vicenda profondamente intrisa dello spirito contestatario del suo anno di produzione e che trasforma Lino Capolicchio in un hippy figlio di un industriale che lo vorrebbe accanto a sé nella guida della propria azienda, ma che sogna le suggestioni dell’Oriente e si mostra tutt’altro che interessato agli affari.

FrancescoLomuscio_Taxidrivers_Escalation_Faenza

Aspetto che spinge il genitore ad assoldare una affascinante psicologa dalle fattezze di Claudine Augier per far sì che muti il giovane in un integrato di successo; senza immaginare che la donna, disposta anche a sposarlo, punti, in realtà, ad un’escalation nell’ambito del patrimonio di famiglia.

In un bizzarro crescendo di politica, filosofia ed erotismo vietato ai minori di diciotto anni che, qui accompagnato da una presentazione di diciotto minuti a cura del giornalista e critico cinematografico Davide Pulici, decisamente pop nella sua varietà cromatica e con Leopoldo Trieste incluso nel cast sembra anticipare in maniera curiosa alcune tematiche del successivo Harold and Maude di Hal Ashby.

Lo stesso Pulici che, insieme allo sceneggiatore Dardano Sacchetti, viene intervistato nei sedici minuti che costituiscono la sezione extra di un’altra interessante novità in home video targata CineKult: Afghanistan – The last war bus, a suo tempo circolato in videocassetta come Afghanistan connection e, sequel apocrifo di War bus di Ferdinando Baldi, firmato Frank Valenti dal Pierluigi Ciriaci cui si deve anche il dittico Delta force commando.

FrancescoLomuscio_Taxidrivers_Afganistan-The last war bus_Ciriaci

In fin dei conti, come in quel caso è di un’avventura rambiana che, prodotta nel 1989, non fa che riallacciarsi al machismo reaganiano su celluloide che stiamo parlando (e molte sono le similitudini con Rambo 2 – La vendetta); tanto più che sfoggia in qualità di protagonista il Mark Gregory (all’anagrafe Marco Di Gregorio) lanciato da Enzo G. Castellari in due dei tre film della trilogia sul Bronx e che ha poi concesso anima e corpo all’indiano combattente Thunder che si rifaceva, appunto, all’eroe dal volto di Sylvester Stallone.

Un’avventura rambiana che, con almeno dieci minuti di scontri a segnarne l’incalzante apertura, lo vede nel ruolo di un avventuriero reduce dall’Afghanistan e tornato sui luoghi di guerra per recuperare dei documenti segreti nascosti in un autobus.

Un territorio nemico in cui viene introdotto da un comandante proto-colonnello Trautman dai connotati del compianto John Vernon e dove, tra insidie dei russi e difficoltà ambientali, si muove con astuzia per scoprire, però, che il reale scopo della sua missione è un altro.

Mentre, con il Bobby Rhodes dei due Démoni e un momento che si rifà palesemente alle ingegnose costruzioni del popolare telefilm A-Team, a dominare è l’azione, tra pallottole volanti, granate e, addirittura, qualche spruzzata di assurdità per aumentare il senso dell’intrattenimento.

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