Intervista a Sergio Stivaletti: il futuro del cinema horror in Italia

In occasione dell'uscita del suo ultimo, interessante film, Rabbia furiosa - Er Canaro, abbiamo intervistato Sergio Stivaletti, che ci ha raccontato del suo modo di fare cinema e fornito una previsione del futuro dell'horror nel nostro paese

Quando hai pensato di dedicarti al Canaro della Magliana?

È un progetto che esiste, almeno nelle intenzioni, da tantissimo. Poi si è sbloccato solo poco tempo fa… ma ho voluto raccontarlo non partendo dalla cronaca, bensì dai racconti che ho sentito. Cioè, io ho raccontato la storia così come altri l’hanno raccontata a me, evitando quindi la ricostruzione filologica e facendo balzi di fantasia.

Le viene accreditato, se non sbaglio in maniera errata, Murder Obsession di Freda come primo film..ò

Mi viene accreditato perché quando si va a cercare nella carriera di qualcuno, anche la cosa più piccola che hai fatto sembra diventare un vero e proprio “lavoro”, anche se la facevi in una forma diversa: io ero assistente di Angelo Mattei, che aveva un laboratorio di effetti speciali e aveva lavorato con Dario Argento su Inferno (l’avevo conosciuto perché cercavo un laboratorio che mi accogliesse come allievo). Iniziò quindi un periodo di collaborazione di qualche mese, massimo un anno, e imparai diverse cose e collaborai anche con Murder Obession tra gli altri, un film che forse ce lo saremmo anche dimenticato se non fosse che aveva la regia di Freda. Feci la mia parte, diedi una mano, magari contribuii con qualche idea, ma tutto lì. Non è il mio primo film: che in realtà è Phenomena, sempre di Dario.

Lei è nato come mago degli effetti speciali: che oggi si impostano sulla computer grafica, in modo differente da una volta. Tra come lavora adesso, e come invece faceva un tempo, quando si faceva davvero “artigianato” degli effetti, c’è differenza? Cioè, lei in fase di ideazione con la CG pensa gli effetti in maniera diversa rispetto a come se dovesse realizzarli a mano? Che poi lei è stato proprio uno dei primi a capirne l’importanza.

Ma assolutamente si. E mi sono subito reso conto dell’importanza dell’incrocio delle due tecniche, proprio perchè non volevo rinunciare a nessuno dei potenziali delle due cose. L’esempio evidente è che se prima era impossibile muovere una creatura senza cavi che scorrevano al suo interno e fuori, ora i cavi si possono rimuovere tranquillamente, si può cancellare tutto quello che ti serve per muovere o creare l’impossibile, in postproduzione: magari un braccio può essere mosso dall’esterno piuttosto che dall’interno; faccio un esempio, così come tante altre cose. Nel mio nuovo film mi sono avvalso anche degli effetti digitali, utilizzandoli in questo modo: avevo già girato la base, quindi prostetici, teste piuttosto che cervelli, con tanto di sangue vero fatto sul set. Così tante cose sono state migliorate, aiutate: perché poi l’immagine quando sta lì e puoi manipolarla hai voglia di aggiungere qualcosa.

Lei è uno dei componenti di spicco della factory argentiana: da “interno”, come vede oggi il cinema italiano horror e di genere, ammesso che esista una tale categoria?

Posso dire che ci sono molti giovani interessati all’horror, quasi tutti anzi, perché è una palestra per imparare tante cose nel primo film; si sente in giro “un piccolo horror”, “un corto horror”, perché secondo me nell’horror si può sviluppare meglio il discorso sullo storyboard, sulla lavorazione della troupe, una serie di piccoli apporti… è il genere più in voga, insomma. Ma ha fatto si che, anche con l’arrivo del digitale, il genere con i suoi confini si rimpicciolisse troppo, sempre di più, quindi togliendo il respiro a qualunque film. Chiaramente oggi anche con un telefonino si fa ciò che un tempo era impensabile: ma dietro ci deve o ci dovrebbe essere un impianto professionale per fare il cinema “vero”, ma questo ha fatto sì che molti prodotti diventassero la parodia di quello che si voleva fare. Per esempio, gli americani hanno ancora più cura di prima: se prima una cifra era usata per rendere un film dignitoso, oggi deve essere utilizzata per renderlo spettacolare sullo schermo. Essendo io diventato sia produttore che distributore, mi sono poi accorto dei grandi, enormi problemi che ha la distribuzione in Italia, e il cinema da noi soffre anche per questo, per la miopia di alcuni, e la creazione di un vero e proprio “cartello” dei cinema e delle sale che vengono acquistate sempre dagli stessi soggetti, soffocando il cinema di genere.

Quando poi si parla e si ragiona economicamente sulla distribuzione, in fase di scrittura e pre-produzione, si pensa già direttamente all’home video e al passaggio televisivo…

E certo. Soprattutto del televisivo, dove non è per niente facile entrare. Uno da fuori pensa che la televisione sia un approdo magico per tutti: ma in realtà sono sempre gli stessi che vendono i film alle tv, nel circuito che ben conosciamo. E si finisce che sono proprio loro a dettare le leggi di mercato, quando poi invece il mercato sarebbe invece disponibile. Certo che il pubblico va educato: perché se gli proponi solo commedie, anche se belle, andrà a cercare solo quelle, e non si aspetteranno mai invece un bel film di genere. Magari succede poi sporadicamente, come con Lo Chiamavano Jeeg Robot di Mainetti, che ha dimostrato che anche un film di genere, se fatto bene, può sfondare.

Parlando sempre delle sue opere, il suo primo film da regista, MDC, era un horror “allargato”, anche con una visione dell’amore, con una filosofia dietro…

Ma assolutamente, è quello che sostengo anche io, l’horror può essere soltanto una cornice nella quale raccontare delle storie di qualunque tipo, perché poi non si può fare un bel film se non c’è anche una bella storia d’amore, o la storia dell’amicizia tradita, il nucleo del film deve essere una storia avvincente. E avere dei personaggi: io ho imparato con tanta fatica a inserire correttamente in un film tutti gli ingredienti giusti, e in questo Rabbia Furiosa credo che ci siamo riusciti…

Chiudiamo con MDC: ha spesso parlato di voler girare un seguito…

Certo che si! Come esistono ancora cassetti pieni di progetti che rischiano di sembrare annullati, invece sono tutti vivi e vegeti e aspettano solo che io trovi la quadra per dirigere, produrre e distribuire un film di genere. Diciamo che ci sto arrivando adesso, a questa logica, ovviamente sono in attesa dei soliti finanziamenti, perché per fare un film paragonabile a MDC servono molti mezzi. E se è per questo, poi, ci sono tanti progetti su Demoni, tante cose che non vedo l’ora di poter fare. Poi oggi con le serie televisive, facendo un film c’è sempre la possibilità che un film, se ben sviluppato, possa allungarsi sulla lunga serialità in tv… anche se siamo diventati il fanalino di coda della produzione tv in Europa, a parte casi rari come Gomorra e qualche altro.

GianLorenzo Franzì



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