Condividere le vite degli altri: intervista a Renzo Carbonera, regista di Resina

Dal particolare all'universale Resina affronta alcuni dei temi più importanti della nostra contemporaneità con rigore e asciutezza non comuni, oltre a confermare la bravura d'attrice di Maria Roveran. Di tutto questo abbiamo parlato con l'autore del film, Renzo Carbonera.

  • Anno: 218
  • Durata: 90
  • Distribuzione: Parthenos
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Renzo Carbonera
  • Data di uscita: 31-May-2018

Il vento fa il suo giro, Padroni di casa e lo scorso anno Il nido di Claudia Reyniche, produzione italo svizzera interpretata da attori nostrani. Film belli e interessanti, ma anche rari come lo è anche il tuo. Alla pari di queste opere, Resina esprime la sua diversità non solo nell’eccezionalità del paesaggio umano e geografico, ma anche perché di titoli con un soggetto come il tuo ce ne sono davvero pochi.    

Venendo dal documentario sono propenso a farmi influenzare dall’ambiente. Le località che ho trovato per girare Resina mi hanno aiutato non poco. Oltre a essere un territorio di montagna, c’era il fatto che la comunità di Luserna vive da sempre isolata rispetto alla realtà che la circonda, per cui è la sola in cui è sopravvissuto il Cimbro, l’idioma di origine germanica che sentiamo nelle canzoni del film. Tieni conto che fino a cent’anni fa dalla provincia di Verona fino a quella di Pordenone si parlava solo questa lingua. Ora sono rimasti solo loro a farlo, proprio in ragione di questo isolamento. Come ne Il vento fa il suo giro esiste solo una strada che permette di raggiungere il paese, per cui si capisce quali siano le ragioni di tale unicità e anche il motivo che mi ha indotto a modificare la sceneggiatura.

La storia che racconti esisteva prima della scoperta di Luserna oppure è venuta dopo?

Resina è nato sulla scia di un documentario del 2010 incentrato sul rapporto tra la direttrice del coro polifonico di Ruda e i quaranta uomini che ne facevano parte. Allora pensai che il soggetto potesse darmi lo spunto per realizzare un film di finzione e per la sceneggiatura che poi ho scritto. Solo dopo aver scoperto Luserna e aver parlato con Maria Roveran – l’attrice protagonista che peraltro è anche musicista -, ho pensato di modificare il copione per aggiornarlo alle novità scaturite da questo doppio incontro.

Tra gli attori utilizzati c’è anche Thierry Toscan, già protagonista del film di Diritti. L’hai scelto per  omaggiare il cinema del regista bolognese?

Si. All’epoca in cui uscì Il vento fa il suo giro ne rimasi davvero impressionato, per cui la presenza di Thierry è anche l’omaggio a un grande film.

Le storie del cinema italiano sono prevalentemente metropolitane, per cui ti chiedo se la particolarità del soggetto ne abbia reso difficoltosa la produzione.

So del fatto che molti colleghi sono costretti a spostarsi a Roma per reperire le risorse necessarie ai loro film. Io mi ritengo fortunato perché grazie al lavoro svolto dalle presenti nel Nord Est si è sviluppato un serbatoio di professionalità in grado di sostenere qualunque tipo di progetto cinematografico. Se fossi nato dieci anni prima non avrei avuto queste opportunità.

E invece com’è andata per finanziamenti e distribuzione?

In realtà ho trovato un imprenditore innamorato della settima arte e intenzionato a sostenere sia il mio progetto, sia la crescita della realtà cinematografica locale. A lui se ne sono accodati altri e, grazie a loro, sono arrivate coperture istituzionali, come quelle messe a disposizione dalle Film Commission e da Rai Cinema. Da questo punto di vista la produzione di Resina ha seguito una direzione opposta a quella solita, poiché siamo partiti dai finanziamenti privati e solo dopo siamo arrivati a quelli pubblici.

L’uomo nasce come animale sociale mentre Resina, confrontandosi con i grandi temi della modernità si occupa di una delle malattie più gravi dell’uomo contemporaneo che è data dall’incapacità di convivere con i propri simili. Nel film questo succede sia tra i membri della famiglia di Maria, sia all’interno della comunità, con il coro che rischia di scomparire per la diserzione di molti dei suoi elementi. Come hai sviluppato questo aspetto?

Avrai capito che il titolo del film è una metafora, e che la resina è il collante che Maria rappresenta rispetto al coro polifonico. Allo stesso tempo, quest’ultimo lo è in egual misura per la comunità del paese. Ciò detto, quello che volevo trasmettere non era tanto la presenza della resina quanto la necessità di cercarla laddove ce n’è più bisogno. La mia vicenda è ambientata in un piccolo paese, ma rispetto alla disgregazione di cui parlavi penso che tale afflato sia davvero evidente nelle grandi metropoli dove il tessuto umano è ancora più frammentato.

Infatti il bello di Resina è che se da una parte la storia si sviluppa su scala locale, i contenuti sono invece universali e contemporanei.

Per uscire dalle dinamiche che ci separano uno dall’altro c’è solo una soluzione e cioè che ognuno riesca a trovare la resina capace di liberarlo dalla propria “malattia”. Per tale ragione ho insistito molto sul fatto che gli attori recitassero facendo emergere la tensione trasmessa dal sentirsi imprigionati dentro tale schema. Ho talmente insistito che alla fine sono stati loro a chiedermi di tagliare i dialoghi per rendere al meglio tale condizione.

In una società fluida come quella odierna Resina affronta il bisogno di mantenere intatte le proprie radici attraverso la permanenza della lingua arcaica all’interno della comunità. Mi sembra che questo sia un aspetto importante del tuo film.

Nei fatti lo è. Nelle ricerche che ho fatto per preparare il film ho visto che per gli abitanti del paese era molto importante preservare la propria eredità culturale. Di fatto, è la lotta messa in atto per conservarla a renderli vivi, cosa che in un’epoca di smarrimento come la nostra dovrebbe essere presa ad esempio.

In virtù di ciò che abbiamo appena detto, Resina è attraversato da bruciante attualità. Era questa una cosa che cercavi o è venuta da sé ?

Per come è stato scritto non avevo nessuna intenzione di fare un film politico. Dopodiché senza volerlo lo è diventato, per la relazione che ha con i fatti che stanno accadendo in Italia a partire dalle ultime due settimane.

In sintonia con la bellezza austera del paesaggio e con il senso di inclusione ed esclusione dei personaggi di cui dicevamo, l’estetica della messinscena è volutamente scarna.

Il punto di partenza è stato il clima di sospensione conseguente all’ubicazione di Luserna che è stretta ed elevata. Un’idea che ho cercato di ricreare nelle inquadrature soffocate dalla bruma o in cui vediamo la nebbia salire dai boschi. Al tempo stesso ci tenevo che nelle immagini risaltasse lo zampino dell’uomo che è intervenuto sul paesaggio deturpandolo con architetture rivelatisi del tutto inutili. Parlo degli impianti di risalita costruiti negli anni ottanta, che il cambiamento climatico e la mancanza di neve hanno reso orpelli sufficienti a sfigurare il paesaggio naturale. Le domande del pubblico mi hanno fatto capire che la critica è arrivata allo spettatore e di questo sono contento.

Tra l’altro per essere girato con una predominanza dell’ambiente naturale, Resina presenta molte scene filmate in interni: anche questo penso sia un contrasto voluto ?

Si. Ci sono molti interni notturni dove si vede anche poco e degli esterni realizzati con piani molto larghi, con grande abbondanza di grandangoli e panoramiche. Ho lavorato molto su questo contrasto per mettere in relazione ciò che è vicino ai personaggi e ciò che invece è molto lontano da loro. Forse anche per accentuare entrambe le cose.

La natura più che esplorata viene utilizzata in chiave lirica e drammaturgica. Tu rivolgi al paesaggio inquadrature che sembrano voler celare l’orizzonte all’occhio umano e, dunque, restituire il senso di separazione fisica ed emotiva rispetto al mondo esterno che esiste – quando la protagonista torna in città – ma rimane rigorosamente fuori campo.

In realtà erano previste due o tre giorni di riprese in città per girare l’inizio della storia di Maria e poi il ritorno temporaneo nella metropoli. Prima ho deciso di togliere l’inizio, lasciando solo l’arrivo al paese della protagonista a bordo del Bus, e poi anche le restanti per la paura di non ritrovare più l’atmosfera ovattata e il sentimento che avevo costruito intorno al film. Non avrei saputo come collegarle anche dal punto di vista del sonoro.

Nella maggior parte dei film italiani e stranieri ambientati in comunità chiuse l’arrivo dell’elemento perturbante innesca sempre reazioni volte a respingerlo anche in maniera drammatica e cruenta. Nel tuo film invece c’è un rovesciamento del topos perché Maria riesce non solo a integrarsi ma insieme agli altri compie un percorso di rinascita. Era voluta questa cosa?

Certo che si, perché alla fine il suo è il percorso che la porta a diventare resina. Ovvio: ha dei contrasti con gli altri ma è lei che rifiuta se stessa. Rinunciando a fuggire e accettando l’incarico di dirigere il coro riesce a curarsi, smettendo di essere il corpo estraneo di se stessa.

Taxi Drivers_Resina_Renzo Carbonera_intervista

Lei ha una manciata di film all’attivo. Ciononostante è uno dei volti nuovi del cinema italiano. Bravissima e funzionale al personaggio, volevo chiederti che tipo di attrice è e perché hai scelto Maria Roveran.

Maria è una persona semplice e alla mano. È stato bello lavorare con lei perché ho visto che voleva davvero mettere del suo nel personaggio. Mi telefonava per dirmi le idee che le venivano in mente, si preparava molto bene e si proponeva senza essere dogmatica e quindi pronta a cambiare quando ce n’era il bisogno. Io cercavo un’attrice che si innamorasse del ruolo e l’ho trovata in lei, proprio perché così giovane, con pochi film all’attivo, ma capace di mettersi in gioco in un film che la vedeva per la prima volta nel ruolo della protagonista assoluta. Le auguro il meglio perché è davvero brava. Come hai detto è uno dei volti più interessanti e meno convenzionali del nostro cinema.

Tra l’altro è anche versatile dal punto di vista estetico potendo passare senza problemi attraverso tipologie di donne diverse tra di loro.

Si, può essere una gran donna, come capita nella parte conclusiva di Resina, oppure il  maschiaccio della parte iniziale.

Puoi darci qualche notizia sulla distribuzione del film?

Si parte dalle 15/20 copie per la maggior parte allocate nel Nord Est, ma anche in città come Roma, Milano e Bologna. La speranza poi è quella di crescere attraverso il passaparola degli spettatori. Inoltre posso contare su Parthenos, il nostro distributore, che è una delle realtà più belle presenti nel nostro territorio.

Hai già in mente il tuo prossimo film?

L’ho già scritto e ottenuto anche i finanziamenti. Si tratta di una coproduzione con Francia e Germania ambientata in montagna e con lo sport al centro della scena. Sempre con una protagonista femminile italiana.

Utlima modifica: 11 settembre, 2018



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