71 Festival di Cannes: Capharnaüm di Nadine Labaki, l’infanzia maltrattata, abusata e privata di ogni diritto a crescere

L’infanzia maltrattata, abusata, privata di ogni diritto a crescere, il dramma dei migranti e le cause dei loro viaggi disperati, l’urlo silente di un’umanità invisibile e calpestata

  • Anno: 2018
  • Durata: 123'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Libano, Francia, USA
  • Regia: Nadine Labaki

L’infanzia maltrattata, abusata, privata di ogni diritto a crescere, il dramma dei migranti e le cause dei loro viaggi disperati, l’urlo silente di un’umanità invisibile, calpestata, le cui vite e le cui sofferenze non è dato neppure immaginare in questa parte del mondo, il razzismo e la paura della diversità, il bisogno ed il diritto di ciascuno ad un’identità: questi i temi del bellissimo Capharnaüm, della regista libanese Nadine Labaki (Caramel, E ora dove andiamo?), per la terza volta a Cannes, ma per la prima volta in competizione (dove il Libano non era rappresentato dal 1991), una delle tre autrici che concorrono alla Palmares nell’edizione 2018.

Il film racconta la storia di Zain (Zain Al Rafeea), un ragazzino di 12 anni, un profugo siriano (luogo simbolo dell’orrore senza fine) che si trova in tribunale, in Libano e che, alla domanda del giudice «Perché stai facendo causa ai tuoi genitori?», risponde «Per avermi fatto nascere», risponde Zain. Da qui, attraverso una serie di flashback, vengono ricostruiti i momenti salienti della sua vita: una famiglia poverissima che vende la figlia per poter mangiare, la fuga di Zain e la sua entrata nel circuito infernale degli abusi e della marginalità assoluta e senza speranza, la rabbia ed il carcere.

Il titolo, che richiama uno dei luoghi dove Gesù predicava, e che indica qui il luogo simbolo del caos e dei gravi problemi di cui l’umanità dovrebbe farsi carico, è stato deciso dalla regista insieme al marito, Khaled Mouzanar, compositore e produttore del film: “Quando ho iniziato a pensare al film – ha raccontato la regista – mio ​​marito Khaled si è offerto di raccogliere su una lavagna bianca nel mezzo del nostro salotto tutti i temi di cui volevo parlare, le mie ossessioni del momento e, i tanti soggetti che venivano alla luce – la migrazione, l’infanzia, il razzismo, l’identità – formavano un gran caos, e da noi si dice ‘un tale cafarnao’: ci siamo accorti che era venuto fuori il titolo ed iniziava a germogliare l’idea di Cafarnao, prendendo l’infanzia come punto di partenza, come periodo che determina il resto della vita. Questo film doveva essere ‘spudorato’ e raccontare il volto di un bambino che grida di fronte agli adulti ed è arrabbiato con loro per averlo fatto nascere in un mondo che lo priva di tutti i suoi diritti”.

Il film è stato interamente girato con attori non protagonisti, compreso l’interprete nel ruolo di Zain, assunti sul luogo stesso delle riprese: si tratta di una precisa scelta della regista cresciuta a Beirut che, dopo il film E ora dove andiamo? era stata chiamata da Hollywood ma non si è lasciata affascinare dalle sirene che volevano farle girare storie stereotipate sulla ‘danza del ventre’, ed ha preferito restare nelle sue terre, a raccontare la sua gente, ma con uno sguardo universale e di denuncia del sistema, e con il consueto misto di ironia e dramma che contraddistinguono il suo cinema, a modo suo molto impegnato.

Utlima modifica: 19 maggio, 2018



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