Il codice del babbuino: Alfonsi e Malagnino tornano con il loro cinema ‘grezzo’ e ‘resistente’

Il cinema di Alfonsi e Malagnino comporta slittamenti linguistici, culturali e di senso indirizzati verso una salutare ‘riduzione’, un’essenzialità liberata dagli orpelli di un decorativismo che spesso occulta maldestramente una drammatica inconsistenza

  • Anno: 2018
  • Durata: 81'
  • Distribuzione: Distribuzione Indipendente
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
  • Data di uscita: 17-May-2018

Davide Alfonsi e Denis Malagnino definiscono il loro eroico cinema grezzo, laddove la povertà di mezzi non consente di porre in essere i consueti stilemi operativi all’interno dei circuiti che possono contare su risorse più ingenti. Ma sanno benissimo, altresì, che questa caratteristica è essa stessa uno stilema, poiché quella ruvidità formale ben si lega alla durezza dei contenuti che di volta in volta, dall’esperienza del Collettivo Amanda Flor fino all’attuale progetto Donkey’s Movies, sono stati affrontati. La topologia del loro cinema comporta slittamenti linguistici, culturali e di senso indirizzati verso una salutare ‘riduzione’, un’essenzialità liberata dagli orpelli di un decorativismo che spesso occulta maldestramente una drammatica inconsistenza. Il loro cinema potrebbe essere orgogliosamente definito minore, di contro a tutta quella produzione maggiore che con prepotenza si impone allo sguardo, in virtù di un sistema spettacolare che lo consente. La loro è un’idea di cinema meravigliosamente antagonista a un cinema di idee. Non si tratta, quindi, solo di incensare, un po’ retoricamente, la dura legge delle periferie continuamente al centro delle loro narrazioni, quanto di cogliere il minimalismo di una rappresentazione che non collude con la logica diffusissima della proliferazione delle immagini. Le periferie costituiscono uno spazio delle città in cui lo spettacolo del capitale arriva solo tangenzialmente, strategicamente mosso dalla volontà di alimentare un’emarginazione funzionale a creare ghetti i cui abitanti non sono ammessi “al ballo mascherato delle celebrità“, per dirla con Fabrizio De André; ma, contemporaneamente, si vuole scatenare in essi l’ardente desiderio di partecipare alla festa del benessere, del consumo, del godimento.

Questa premessa è necessaria per introdurre Il codice del babbuino, terzo lungometraggio del duo registico, in cui assistiamo a una sensibile rimodulazione dei toni e delle atmosfere viste nei precedenti film (La rieducazione e Ad ogni costo), dato che viene articolata una (apparente) dialettica etica tra i due personaggi protagonisti, generata da un misfatto – lo stupro della fidanzata di Tiberio (Tiberio Suma) – che innesca un cortocircuito della vita ordinaria. Più che incagliarsi sulla questione del genere, nella fattispecie il cosiddetto rape and revenge, ciò che più conta, probabilmente, è registrare uno strumentale scontro di visioni il cui esito segnala inequivocabilmente l’impossibilità di sottrarsi alla fatalità di un destino che incombe funestamente su quegli spazi urbani in cui non è mai giunta la legge, con tutta la cultura della legalità annessa. Lì non si è cittadini, si è ‘uomini con le palle o senza’. Rimane operativa un’arcaica legge naturale che, comunque, quantunque feroce, custodisce una riserva di senso da tempo evaporata nel mondo contiguo del politicamente corretto. Lì si spara e si muore, là si parla (troppo e, spesso, a vanvera): una chiacchiera continua con cui si tenta di riempire un vuoto che insiste senza sosta.

L’epilogo del film è senz’altro tragico ma, confrontato con l’inerzia rassicurante e al tempo stesso mortifera dell’opulenza di altri paraggi cittadini, necessita di un riposizionamento di prospettiva per valutarne fino in fondo la reale drammaticità. Insomma, è dolorosa la vita delle periferie, ma anche quella dei quartieri bene, in cui una profonda alienazione ha ridotto gli individui a meri consumatori, che dedicano la maggior parte del loro tempo a veicolare infimi contenuti attraverso i nuovi strumenti di comunicazione. La periferia sconta un’esclusione che però può, paradossalmente, divenire un’opportunità per sviluppare una sana resistenza nei confronti della colonizzazione di una cultura di godimento e morte.

Sono ancora diverse, quindi, le suggestioni provocate dal cinema di un duo che rimane tenacemente in situazione, e che, senza lasciarsi sedurre dal fascino discreto di un immaginario patinato e prevedibile, prosegue orgogliosamente il suo cammino (cosa di cui gli siamo sinceramente grati).

Il codice del babbuino sarà nelle sale dal 17 Maggio, distribuito da Distribuzione Indipendente.

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