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Collateral: una solida trama gialla per una serie che guarda alle tensioni sociali e internazionali radicate nella contemporaneità

Collateral, produzione inglese di 4 episodi, è uno dei risultati più felici dell’ultima stagione, contando su un cast britannico (tra cui Billie Piper) e un'ottima attrice da grande schermo come Carey Mulligan

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Che le serie siano la nuova frontiera dell’audiovisivo, con tutto il bagaglio di possibilità che si porta dietro la narrazione sul lungo termine, lo andiamo dicendo da anni ormai.

Ed è proprio la lunga serialità che permette la perfetta fusione fra uno sviluppo fluido e sinuoso e l’introduzione di tematiche “forti”, prepotentemente calate nel sociale: Collateral, produzione inglese di 4 episodi, è uno dei risultati più felici dell’ultima stagione, contando su un cast britannico (tra cui Billie Piper) e un’ottima attrice da grande schermo come Carey Mulligan, uno di quei volti capaci di riassumere in uno sguardo o un’espressione tutto il mood di un’opera intera.

Una solida trama gialla (che parte da un omicidio misterioso per poi diluire i contorni in un caso più fumoso) per quattro episodi come i quattro giorni necessari all’indagine compongono il puzzle di Collateral, crime insolito per come distorce, lievemente ma inesorabilmente, non solo i topoi narrativi ma anche e soprattutto le tonalità emotive della storia che racconta, utilizzando bene personaggi disegnati in punta di penna.

Il lavoro di David Hare, autore della sceneggiatura, è certosino e insieme imponente, proprio per la portata dei temi che inserisce nella storia, per come contamina il crime con la politica senza ricadere in alcuni schemi della tv postmoderna ormai diventati quasi cliché: ma la spinta di Collateral è chiara, con l’ambizione di non esaurire il suo portato nell’indagine, ma dilagare anche nelle tensioni sociali e internazionali radicate nella contemporaneità, anche correndo il rischio (non sempre vinto, a dir la verità) che l’intreccio non regga il peso delle ambizioni.

L’inizio è promettente e affascinante: un fattorino viene ucciso subito dopo una consegna, e ad indagare arriva la detective Kip Glaspie (Mulligan) che ben presto si ritrova coinvolta in un intrigo insospettabile. L’aspirazione è quella delle storie minimali che vogliono diventare emblematiche: e senza fermarsi, come detto, agli aspetti socioeconomici, si impone di fotografare un’intera nazione – la Gran Bretagna post brexit – mentre si ritrova impigliata in una ragnatela fatta da crisi dei rifugiati, pressioni del Medio Oriente, catastrofe umanitaria in Siria, missioni militari estere, isolazionismo, su su, fino al fallimento della morale cristiana.

L’inserimento di tutto questo materiale non risulta forzato, e non fa perdere di vista il racconto thriller; ma è chiaro che un impianto narrativo del genere avrebbe richiesto una struttura decisamente più solida di quella di Hare, che pur peccando solo di buona volontà non riesce a estendere le buone intenzioni a un’intelaiatura che regga la tensione fino alla fine dei quattro episodi. Conseguentemente ogni tema non ha né il respiro necessario né la profondità proposta; ma soprattutto, la struttura a tema del portato teorico di Collateral non resiste allo scontro con il pubblico, che di fronte a una trattazione tematica intorpidita si trova davanti ad argomenti già trattati e tesi già schierate, facendo di fatto mancare qualsiasi empatia emotiva.

E a proposito: alla fine di Collateral, il gusto non è definito. I quattro giorni (e quattro notti) successivi alla morte di Abdullah non lasciano spazio alla redenzione né alla salvezza, restituendo un quadro oscuro e poco conciliante, per nulla ammiccante e realmente sconvolgente. Eppure, questo tragico presente coinvolgente si sgretola quando, dopo la fine dell’ultimo episodio, l’incompletezza sembra segnare lo sviluppo tematico, e le dinamiche messe in moto, frenate e accelerate senza ritmo, danno un’opera inferiore alle aspettative create.

GianLorenzo Franzì

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