Con The Happy Prince Rupert Everett mette in scena un ritratto credibile di Oscar Wilde

Il valore di The Happy Prince di Rupert Everett consiste nella capacità di creare e rendere sempre autentico e credibile un personaggio che ha avuto, sul palcoscenico e sul grande schermo, innumerevoli incarnazioni

  • Anno: 2018
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Vision Distribution
  • Genere: Biografico
  • Nazionalita: Italia, Belgio, Germania, Gran Bretagna
  • Regia: Rupert Everett
  • Data di uscita: 12-April-2018

Passato in concorso all’ultimo festival di Berlino, The Happy Prince è un film cucito addosso al suo protagonista, Rupert Everett (qui anche regista e sceneggiatore), che l’interpreta con tutta la flemma e la finezza di cui solo un grande attore inglese qual è sarebbe capace. Se la recitazione e il film stesso cercano talvolta la commozione, l’abilità e il virtuosismo dell’autore (qui nell’accezione piena del termine) evitano sempre il patetismo e il facile effetto melodrammatico.

La scansione narrativa alterna opportunamente gli ultimi giorni d’agonia di Oscar Wilde durante l’esilio nell’Europa romanza, con rievocazioni dell’iniziale successo come drammaturgo e romanziere e dello speranzoso ottimismo all’arrivo in Francia dopo aver attraversato la Manica su un treno passeggeri viaggiante su traghetto (il così detto boat train). Ma il vero centro dell’opera risiede nell’intensa e partecipe raffigurazione della parte conclusiva, la più amara della sua esistenza, trascorsa nell’indigenza, nella malattia e nello squallore, irrimediabilmente segnata dall’esperienza umiliante e dolorosa della prigionia e resa ancor più aspra dal disprezzo e dalla derisione subita dai suoi stessi connazionali come dagli abitanti dei paesi dove cercò rifugio e consolazione. La realtà storica viene però modificata dalla sceneggiatura di Everett, il quale, in quello che si configura come un estremo atto d’omaggio e di risarcimento verso un autore sentito vicino e amato, inventa un’amicizia fra un Wilde ormai morente e due giovani parigini, che saprà incantare attraverso la lettura della sua fiaba, Il principe felice, che intitola il film.

Si tratta, dunque, di una testimonianza di fede nella capacità dell’arte di lenire il dolore dell’esistenza e di restituire all’artista la sua abilità precipua d’incantare ed affascinare chi gli si accosta. Ciò in un duplice senso: letteralmente, giacché il personaggio di Wilde si riscatta in qualche modo dalla condizione penosa dell’esilio e della povertà cui l’ha costretto l’ipocrita e repressiva morale vittoriana recitando per un nuovo pubblico, e accattivandosene l’attenzione e la simpatia, la sua ultima opera, e vedendo così confermato il suo ruolo di affabulatore e latu sensu di artista; metatestuale, in quanto un’invenzione di sceneggiatura che volutamente manipola e distorce la realtà degli eventi risarcisce, sia pur solo nel mondo fittizio di un’opera d’arte (questa volta cinematografica), l’umiliazione e la sofferenza profonda patita dal personaggio storico di Wilde, che nella realtà non ebbe nemmeno questo parziale e ultimo risarcimento, questa breve eppur così necessaria ed utile consolazione che ne addolcì gli ultimi giorni. Se in momenti più lieti egli avrebbe recitato la medesima favola al figlio, ugualmente incantato e sedotto dalla magia della scrittura e dalla personalità stessa di Wilde, ora sono invece questi personaggi fittizi a fungere da uditorio e a compensare, con la loro attenzione e il sognante abbandono alla voce dell’autore, la perdita del ben più vasto pubblico rappresentato dall’alta società inglese che, dopo averlo accolto, l’aveva rifiutato e respinto per la sua condotta ritenuta disdicevole e immorale e – dopo la prigionia- sottoposto a un ostracismo che ne causò l’esilio e, prima di quella fisica, la morte interiore, tanto violenta e lacerante era stata, sul suo animo così sensibile e in fondo delicato, l’esperienza del processo e della condanna ai lavori forzati nella prigione di Holloway prima e di Pentonville poi, dove attese alla composizione del De profundis.

La finezza recitativa di Everett è poi tale da saper dipingere un personaggio segnato dalla malattia e dalle ingiurie subite affrontate con flemma ed umorismo e una copiosa dose di autoironia, la rovina nella quale è precipitato, senza cedere in nulla al vittimismo e all’autocommiserazione. Il patetismo, si diceva, viene sempre evitato e sul confine sottile fra di esso e la commozione si muove l’autore (di nuovo, lo ribadiamo, nell’accezione più completa del termine, trattandosi qui di regista, sceneggiatore e attore principale): come testimonia la scena dell’incontro fra Oscar e Bosie, finalmente riuniti dopo la lunga e sofferta separazione; o quella che mostra la reazione infastidita e insieme arguta di Wilde nel rispondere alla curiosità morbosa di alcuni connazionali che, riconosciutolo in Francia, lo pedinano ossessivamente: nemmeno nel declino e nella sofferenza, il protagonista smarrisce la sua maggior qualità, ovvero quella di saper utilizzare le parole ora per ammaliare e sedurre, ora invece, come la situazione richiede, per riprendere e fustigare la morbosa curiosità altrui. Il ritratto che ne sortisce è quello di un artista vittima dell’ipocrisia del suo tempo, che ebbe col suo comportamento anticonvenzionale e spesso provocatorio il coraggio di sfidare, ma dalla quale fu, almeno nel breve periodo che fu spazio della sua vita, sconfitto e annichilito.

Il valore di The Happy Prince consiste, dunque, nella capacità dell’autore di creare e rendere sempre autentico e credibile un personaggio che ha avuto, sul palcoscenico e sul grande schermo, innumerevoli incarnazioni: nel saper tratteggiare un protagonista a tutto tondo, sfaccettato e complesso, la cui emotività par quasi traboccare dallo schermo e riversarsi, impetuosa e disperata, sullo spettatore.

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