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VISTI AI FESTIVAL

Asian Film Festival: Kinatay, luci e ombre di un Paese

Dopo il discusso successo di “Serbis”, film che nel 2008 ha sconvolto il pubblico benpensante di Cannes, il filippino Mendoza ritorna nel 2009 sul grande schermo del festival più mondano d’Europa con “Kinatay”, vincendo questa volta il premio alla regia.

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Dopo il discusso successo di Serbis, film che nel 2008 ha sconvolto il pubblico benpensante di Cannes, il filippino Mendoza ritorna nel 2009 sul grande schermo del festival più mondano d’Europa con Kinatay, vincendo questa volta il premio alla regia. Proiettato quest’anno all’Asian Film Festival, Kinatay ‘brilla’ per il coraggio di chi l’ha pensato, risultando indigesto quanto basta, tanto molesto da far accapponare la pelle e lasciare lo spettatore attonito, qualificandosi come horror metropolitano sconvolgente perché vero, un B-movie senza mediazioni ironiche. Con una macchina a mano sempre addosso ai personaggi, e con le inquadrature occludenti ogni via di fuga dalla scena, Kinatay accerchia lo spettatore, suscitando in lui emozioni palpabilmente angoscianti e finendo con l’asfissiarlo al termine delle quasi due ore d’infernale proiezione.

Il ciclo vitale del film segue, allegoricamente, l’alternarsi del giorno e della notte, dividendo la storia in due parti nettamente individuabili nella messa in scena. In una Manila ripresa di giorno, frenetica e incontrollabile, si arrabatta Peping, giovane e svogliato studente di criminologia, impegnato a sposare la sua compagna. Per assicurare alla sua neonata famiglia una vita dignitosa, accetta di aiutare l’amico Abyong nello svolgimento di piccoli atti criminali, ritrovandosi infine coinvolto in una situazione più grande di lui.

Nella prima parte del film, l’occhio scrutatore della macchina da presa gira per le strade della caotica città filippina, offrendo uno scenario poco rassicurante benché festoso, contenendo già in sé i prodromi dello sviluppo nefasto. A fatica la mdp riesce a districarsi nella folla per seguire Peping, affannato e tribolante perfino nel giorno delle nozze festeggiate con un pranzo frugale e veloce. Claustrofoba, nonostante i colori e lo svolgimento di un evento gioioso, la parte ‘solare’ della storia ci costringe a una fruizione in apnea, ci sfianca per la quantità di azioni necessarie a sopravvivere in un mondo indigente, ci assorda con i suoni tumultuosi di una città in corsa. Durante il tragitto verso il comune, Peping e la sua compagna incontrano un uomo che tenta il suicidio, episodio leggibile come “una storia di ordinaria follia” oppure una premonizione di quanto accadrà. Quando Peping accetta di seguire la banda criminale nella missione speciale, inavvertitamente supera la soglia del non ritorno, impigliandosi in una trappola mortifera e distruttiva. Il cambio di registro è reso attraverso tutte le possibili trovate sceniche di un film, primo fra tutte l’evidente passaggio dalla luce del giorno all’oscurità della notte. Gli spazi luminosi e identificabili della città cedono il passo alle ambientazioni anguste e depravate del bordello e della casa dove si consumerà l’efferato assassinio, e al movimento tra le strade urbane di Manila affollate e pulsanti di vita si sostituisce il peregrinare smarrito e solitario lungo percorsi spersonalizza(n)ti. Il dramma collettivo delle prime scene di Kinatay, in cui si inscrive quasi accidentalmente la storia di Peping, muta radicalmente prospettiva ‘al calare delle tenebre’ quando, in una sola e indelebile notte, le mostruosità di un Paese si concentrano nella terrificante esperienza di un giovane ragazzo che galleggia in una valle di lacrime e di disperazione. Una prostituta viene rapita, violentata, fatta a pezzi e gettata come fosse spazzatura in diversi angoli della città dinanzi all’inerme Peping, sul quale il monito della maglietta “L’integrità, una volta persa, è persa per sempre” si abbatte spietato come una sentenza. Dopo l’inabissamento del protagonista, le prime luci dell’alba tornano a rischiarare la scena portando a galla la fragilità di un essere irreparabilmente corrotto, confuso e inutilmente anelante un’innocenza ormai annientata.

Ispirato a una storia vera, il film di Mendoza si mantiene in uno stato di sospensione stilistica tra il genere documentaristico e la fiction, mescolando la veridicità del primo alla stilizzazione della seconda. La cura per il sonoro regala al film una sottotraccia dotata di vita propria e capace di guidare le emozioni del pubblico con una convinzione pari alla potenza delle immagini, vivificate da una fotografia eccezionalmente eloquente.

Inquieto affresco di un Paese sfaccettato e spigoloso, Kinatay è un armonico lavoro destabilizzante, raffigurante un crescendo di orrore e di terrore, un viaggio infernale all’insegna dello sgretolamento umano, uno svelamento del reale crudele e conturbante.

Francesca Vantaggiato

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