28 FCAAAL: On The Beach At Night Alone di Hong Sang-soo continua nella messa in scena del poema visivo della condizione umana

Hong Sang-soo continua il suo discorso personale e necessario per la comprensione dell’esistenza dove il cinema diviene creatore di analisi dell’umanità

  • Anno: 2017
  • Durata: 101'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Sud Corea, Germania
  • Regia: Hong Sang-soo

Il 28° Festival del Cinema Africano, Asia e dell’America Latina ha ospitato, come evento speciale, On The Beach at Night Alone una delle ultime opere del regista sudcoreano Hong Sang-soo proiettato a Milano in prima nazionale.

Hong Sang-soo è un autore appartato e poco conosciuto al pubblico italiano, al di fuori della cerchia dei cinefili e degli spettatori dei maggiori festival internazionali, a causa di una distribuzione italiana a dir poco cieca di fronte alla grandezza e importanza di un tale regista, non solo per cinema orientale, ma di quello mondiale, con all’attivo ventidue lungometraggi a iniziare dal 1996.

In Italia si è iniziato a parlarne più diffusamente nel 2010 con Hahaha che vinse il premio come miglior film nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes e trasmesso da Rai 3 cinque anni dopo senza essere distribuito, appunto, nelle sale italiane, così come Oki’s Movie e In Another Country (2012) visto su Rai 5 nel 2016. Nel 2013 il suo Uri Sunhi vinse il Pardo d’Argento alla miglior regia al Festival di Locarno per poi aggiudicarsi due anni dopo il Pardo d’oro come miglior film con Right Now, Wrong Then.

On The Beach at Night Alone, in concorso al Festival di Berlino lo scorso anno dove la protagonista Kim Min-hee ha ricevuto l’Orso d’argento per la migliore attrice, potremmo definirlo come un sequel improprio di Right Now, Wrong Then, in cui una pittrice – interpretata sempre dalla stessa attrice – incontra un regista in viaggio di lavoro e se ne innamora. Nella nuova opera del regista sudcoreano questa volta s’incentra su una giovane attrice in crisi esistenziale con una storia d’amore finita con un regista più maturo.

Il film è diviso in due parti: la prima ambientata in Amburgo, dove seguiamo Young-hee rifugiatasi da un’amica per dimenticare le pene d’amore e per allontanarsi da un ambiente soffocante; nella seconda parte, invece, la ritroviamo in una cittadina vicino Seul in cui incontra per caso dei vecchi amici e s’imbatte anche nella troupe del regista ex-amante che si trova in zona per un sopralluogo per un nuovo film. Hong Sang-soo racconta le situazioni minimali di personaggi che sono simboli della quotidianità, mettendo in scena la mediocrità, le insicurezze profonde dell’essere umano. La rappresentazione della realtà, in cui agiscono i personaggi, è in ambienti spogli, essenziali, isolati, metafora della solitudine esistenziale dell’uomo e della donna e del loro dibattersi nella ricerca di una felicità amorosa sempre irrisolta, creatrice di dissidi interiori e di rapporti umani ontologicamente rappresentanti la difficoltà del vivere.

L’autore sudcoreano sceglie sempre strutture narrative complesse, articolate, divise per parti, utilizzando a volte un sistema di sliding doors, pur mantenendo una fabula semplice e lineare, come anche in questo On The Beach at Night Alone. Il contrasto interno alla costruzione filmica rende ancora di più fascinosa la visione e ipnotizza lo spettatore, spingendolo a una pulsione scopica verso i protagonisti a cui è impossibile fuggire. Del resto, Hong Sang-soo spiazza la visione con elementi metacinematografici, dove il cinema e la vita si sovrappongono su piani di irrealtà consapevole: il cinema diventa lo strumento conoscitivo dell’essenza del vivere. Ad esempio, l’inizio della seconda parte di On The Beach at Night Alone, vede la protagonista seduta in un cinema vuoto che guarda uno schermo fuori campo, cioè sta fissando il pubblico, in una transustazione tra soggetto-oggetto della visione, dove chi guarda è a sua volta osservato, collegando ciò che accade all’interno della messa in scena fittizia con ciò che accade al di fuori dello sguardo. Lo spettatore è così il terzo protagonista di ogni pellicola dell’autore, complice egli stesso del punto di vista dei personaggi e del regista.

Il suo è un cinema di immagine-tempo deleuziano, con la macchina da presa fissa sui personaggi in costanti long take (nella tradizione di un certo cinema orientale), con movimenti della cinepresa minimali che ruotano sull’asse e l’utilizzo di zoomate nei momenti emotivi clou. Il montaggio quindi diviene esclusivamente un raccordo di scene autosostanziali. Se nella prima parte di On The Beach at Night Alone, Young-hee dialoga quasi sussurrando con l’amica di rapporto amorosi, della bellezza del paesaggio tedesco, del cibo, della vita, colte in momenti ameni e privati, sempre dubitative e insicure, nella seconda parte di On The Beach at Night Alone, invece, la donna si sfoga con gli amici, mostra dolore e rabbia, si libera delle convenzioni, passando da una dinamica unidimensionale a una multidimensionale, in cui il dialogo sui rapporti umani si allarga a un confronto con il gruppo, la comunità.

Hong Sang-soo con On The Beach at Night Alone continua il suo discorso personale e necessario per la comprensione dell’esistenza con e attraverso il cinema che, oltre a essere strumento, è esso stesso produttore di analisi dell’essere umano.

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