Sguardi Altrove Film Festival: il documentario di Pietro Mereu e il film in concorso di Valeska Grisebach

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Il secondo giorno dello Sguardi Altrove Film Festival: lo sguardo si posa con delicatezza su persone molto anziane (Italia) e con durezza su uomini soli (Germania)

Delizioso il documentario di Pietro Mereu, della sezione Frame Italia all’interno del Festival Sguardi Altrove! Intitolato Il club dei centenari (il club più esclusivo che ci sia, dice il regista) riprende alcuni grandi anziani dell’Ogliastra, in Sardegna, luogo con la più alta concentrazione di persone che con naturalezza si portano addosso la loro longevità. Il segreto? Basta non morire prima, afferma ridendo uno di loro!

C’è ironia, all’interno di questo lavoro, ma anche profondità, dice sempre il regista e siamo d’accordo con lui. Ci racconta quanto non sia stato facile filmare anziani che non hanno un alto grado di astrazione (non sono Gillo Dofles, per intenderci); ma che possiedono comunque un loro rigore, una loro eleganza, oltre che saggezza, bellezza. Noi, dal pubblico, riusciamo a stupirci, perché siamo vittime dello stereotipo del vecchietto che se raggiunge una simile età deve essere o decrepito, o per forza stravagante, un personaggio da romanzo tipo Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, per parafrasare il testo di Jonas Jonasson. Loro invece non devono eludere infermiere autoritarie, perché, in Ogliastra, vivono a casa, in luoghi familiari, resi nel film poeticamente. Sono spesso ripresi mentre lavorano: chi guida la macchina, chi fuma con il pacchetto di sigarette in vista, chi semplicemente ci racconta di un passato di povertà, eppure di sapori buoni, dell’accontentarsi. Chi ancora dice di aver mangiato e di continuare a mangiare la carne rossa, e si raccomanda di cuocerla al sangue e accompagnarla con un buon vino rosso.

Insomma, è la loro semplicità che ci conquista, tanto che dopo i trentadue minuti in loro compagnia ci spiace doverli salutare. Abbiamo letto da qualche parte che Mereu vorrebbe farne un lungometraggio si si trovassero i fondi; glielo auguriamo e ce lo auguriamo, perché questi nonni così lucidi e spontanei li rivedremmo molto volentieri.

Duro fin dal titolo, invece, il film in concorso della prima serata, Western, di Valeska Grisebach, giovane regista al suo secondo lungometraggio. Narrazione quasi documentaristica della quotidianità di operai tedeschi mandati in un posto sperduto della Bulgaria, ai confini con la Grecia, per costruire, tra mille difficoltà, una centrale idroelettrica. Immigrazione al contrario per rappresentare le barriere linguistiche e culturali tra due comunità, quella piccola dei lavoratori, con fratture anche al loro interno (l’isolamento non li rende un granché solidali) e quella chiusa e diffidente del villaggio.

Il tedesco Meinhard (Meinhard Neumann) ex-soldato, di poche parole, con un fisico alla Clint Eastwood, è colui che si avvicina al villaggio cercando ostinatamente una possibile integrazione, fino a ottenere l’amicizia di un uomo del luogo e persino le attenzioni di una ragazza. Ma tutto corre su un filo che può spezzarsi da un momento all’altro, con una tensione continua che non si accumula. Si presenta, sale e si scioglie, per riproporsi, salire e sciogliersi di nuovo, in modo da creare, nonostante i ritmi piuttosto lenti, una notevole attesa. Ci si aspetta sempre il peggio tra i tedeschi con la loro sbruffonaggine e i bulgari nella loro caparbietà, e il peggio, fino alla fine, non arriva. L’inquietudine è tutta racchiusa sul volto di Meinhard, e nelle scene buie, molte, a contrastare i colori forti da film western con cui sono fotografati i paesaggi (ci sono il fiume, le distese assolate e persino un cavallo bianco!).

È incredibile come un occhio femminile abbia saputo descrivere gruppi di soli uomini tra loro e al loro interno, la convivenza forzata, la comunicazione superficiale, le battute di spirito, spesso neanche tanto acuto. Tra gli operai lontani da casa non si parla mai di ciò che veramente conta: in una scena Meinhard ascolta involontariamente la telefonata privata del capo cantiere, e si nasconde nella vegetazione come fosse una colpa. Eppure, davanti al nuovo amico bulgaro riesce a confessare un suo dolore intimo e piangerne.
Western, quindi, ci parla sì di differenze culturali sociali economiche in Europa, ma anche di emozioni trattenute, di un maschile ancora tutto da esplorare e da capire.

Presentato a Cannes (Un certain regard), è stato tra i finalisti del premio Lux, assegnato ogni anno dal Parlamento Europeo.



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