The Lodgers di Brian O’Malley, uno dei più interessanti film che il cinema dell’orrore abbia offerto in questi anni

The Lodgers, grazie a una regia essenziale e a qualche efficace invenzione visiva, riesce a creare un suggestivo clima di mistero e d’angoscia che diviene sempre più avvolgente nel finale

  • Anno: 2017
  • Durata: 94'
  • Distribuzione: M2 Pictures
  • Genere: Horror
  • Nazionalita: Irlanda
  • Regia: Brian O'Malley
  • Data di uscita: 08-March-2018

Nell’Irlanda del primo dopoguerra, i gemelli Edward e Rachel abitano in una fatiscente dimora risalente a due secoli prima. Vittime di una maledizione atavica che incombe sulla loro famiglia da generazioni, i due sono costretti dalla presenza degli antenati defunti che infestano la villa a rispettare tre regole: coricarsi entro la mezzanotte; impedire a qualunque estraneo di varcare la soglia del giardino; non separarsi mai, pena la condanna a morte di chi viene abbandonato. L’incontro fra Rachel e il reduce di guerra Sean sembra poter spezzare l’incantesimo che grava sulla ragazza e sulla sua famiglia.

Concentrandosi più sulla creazione di un’atmosfera gotica venata di allusioni morbose che sulla sorpresa e lo spavento, The Lodgers racconta una storia che contiene molti temi della tradizione fantastica, da quella cinematografica a quella letteraria, dalla più recente alla più antica e, grazie a una regia essenziale e a qualche efficace invenzione visiva, riesce a creare un suggestivo clima di mistero e d’angoscia che diviene sempre più avvolgente nel finale. Rifiutando il ritmo sincopato di molto cinema di genere coevo, The Lodgers di Brian O’Malley sceglie una progressione graduale verso un finale di notevole impatto visivo, dove si dispiega tutta la potenzialità drammatica della sceneggiatura.

Temi fondanti del genere fantastico, si diceva, in primis quell’acqua, autentico fil rouge della trama: se la prima inquadratura mostra la superficie liscia e calma di un lago, nell’acme del racconto si vedono i personaggi immersi in quest’elemento. All’acqua è associata l’idea della profondità e del buio, nonché di una fissità coincidente con la morte (il lago, a differenza del fiume e del mare, non è attraversato da una corrente incessante e continua). Da uno specchio d’acqua ferma e da una botola sul pavimento tornano nella dimensione dei vivi gli abitanti (The Lodgers, appunto) dell’ipogeo, degli inferi, intesi qui nell’accezione etimologica. Se nella tradizione romeriana i morti viventi risorgono dalla terra dove sono sepolti, un ancor più stringente paragone si può ravvisare nella cinematografia argentiana, dove le protagoniste di Inferno e di Phenomena erano costrette a immersioni in vasche d’acqua stagnante che nascondevano cadaveri putrescenti, varchi verso la dimensione del male e dell’occulto. Venendo a tempi più recenti, dal fondo di un pozzo tornava a perseguitare i malcapitati che ricevevano la sua videocassetta la protagonista di The ring, uno dei film che più hanno segnato l’immaginario dell’orrore degli ultimi anni. Ancor più vicino a The Lodgers, per le atmosfere gotiche e quasi fiabesche e la comune ambientazione in un’Irlanda contadina e quasi disabitata, oppressa da un cielo grigio e opprimente, è il bellissimo (e purtroppo inedito in Italia) Dark touch (2011) della regista francese Marina De Van. Il tema delle dimore infestate è senz’altro uno dei più frequentati del genere fantastico, in particolare di quel sottogenere che è il gotico, cui questo film appartiene: dal Castello di Otranto di Horace Wolpole, il romanzo considerato iniziatore del genere nero, compreso in quella più vasta galassia che è appunto il fantastico, al Crollo della casa degli Usher di Edgar Allan Poe, dai racconti di H. P. Lovecraft (ad esempio The dreams in the witch house) a un romanzo come Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson. In particolare col racconto di Poe si possono ravvisare affinità tematiche notevoli: la trama, infatti, che vede due fratelli, un maschio e una femmina, abitare nella dimora avita isolati dall’esterno e l’arrivo di un terzo personaggio non legato da vincoli familiari ai primi due che finisce con l’innamorarsi  del personaggio femminile è molto simile a quella di The Lodgers, pur senza che ciò vada a detrimento dell’originalità della sceneggiatura. Parimenti diffuso nel cinema il sottogenere delle case infestate, che assurgono ad autentiche protagoniste del dramma: si pensi alla trilogia argentiana delle tre madri, di cui il già citato Inferno costituisce il secondo capitolo, e ancora a un classico del genere come Gli invasati (1963) di Robert Wise o, più sbilanciata sul versante della comicità demenziale, alla serie de La Casa di Sam Raimi.

La storia narrata da The Lodgers viene poi ulteriormente arricchita da riferimenti nemmeno troppo velati all’incesto, che s’intuisce esser stato consumato dagli ascendenti dei protagonisti e da loro stessi in un passato non troppo lontano; il tema dei rapporti fra consanguinei viene qui presentato come tentativo di preservare la propria stirpe da commistioni col mondo esterno; in tal senso la dimora abitata da Edward e Rachel diviene insieme un ostacolo all’incontro col mondo della storia, dove il tempo viene scandito dal trascorrere degli eventi (contrapposto a quello dominato dalla stasi dove si consuma l’esistenza dei protagonisti), e un baluardo contro l’irruzione di quel mondo nel proprio nucleo familiare e nell’ambiente domestico. Il tentativo di Rachel di sottrarsi alla dimensione chiusa dell’infanzia (rappresentata, appunto, dalla villa dove abita insieme al gemello e dal legame ambiguo che v’intrattiene), plasticamente separata dal mondo esterno del divenire dal cancello che nessun estraneo può varcare, si configura, dunque, come volontà di abbandonare quella stagione della vita per andar incontro all’età adulta, segnata dall’abbandono del nucleo familiare originario e dal rapporto con gli altri, volto alla costruzione di un nuovo e diverso ambito familiare che rappresenti il passaggio dall’endogamia all’esogamia. Tale complessità tematica contenuta nella sceneggiatura viene rappresentata sullo schermo attraverso una regia sobriamente classica, lontana dai canoni attualmente invalsi nel genere, coerente nel rallentare il ritmo per concentrare il picco drammatico in un finale carico di tensione, impreziosito da un’affascinante sequenza dove trovano posto tutti i temi di cui la storia si è sostanziata, certo una delle più suggestive del cinema fantastico di questi ultimi anni.

Un ulteriore merito di The Lodgers è inoltre quello di rinunciare quasi del tutto all’uso del digitale e di concentrarsi invece sul lento ed avvolgente disvelamento dei segreti custoditi dalla coppia di protagonisti e dalla dimora che li imprigiona. Di scorcio, vengono accennati anche fatti storici che segnano il periodo d’ambientazione del film, come la guerra appena conclusa, che ha lasciato un segno indelebile sul giovane reduce di cui Rachel ricambiata s’innamora, e l’atavica inimicizia fra l’Irlanda e l’Inghilterra, cui allude uno scambio di battute fra la protagonista e un personaggio, inglese per l’appunto, subito connotato come negativo e ostile alla giovane Rachel. Si tratta comunque di riferimenti piuttosto vaghi, che non alterano la dimensione fantastica e gotica che permea ogni inquadratura di questa pellicola: una delle più interessanti e riuscite che il cinema dell’orrore abbia offerto in questi anni.

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Utlima modifica: 7 Marzo, 2018



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