Il giustiziere della notte, Eli Roth dirige Bruce Willis alla ricerca di vendetta

Eli Roth con Il giustiziere della notte continua il discorso sulla violenza, che passa dai viaggi all’estero di Hostel, poi nell’Amazzonia di Green Inferno, fino alla contrapposizione maschile-femminile di Knock Knock

  • Anno: 2018
  • Durata: 107
  • Distribuzione: Eagle Pictures
  • Genere: Drammatico, Thriller
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: Eli Roth
  • Data di uscita: 08-March-2018

Il giustiziere della notte di Eli Roth è il remake dell’omonimo film del 1974 di Michael Winner e tratto dal romanzo di Brian Garfield del ’72. Bisogna per forza partire da qui per parlare dell’ultimo film del regista americano.

Se l’originale vedeva un roccioso Charles Bronson, ingegnere e obiettore di coscienza, che prende armi e cerca vedetta dopo che un gruppo di teppisti uccide la moglie e la stupra insieme alla figlia, qui abbiamo un Bruce Willis nella parte di un chirurgo Paul Kersey felicemente sposato, in una Chicago violenta, città degli Stati Uniti dove avvengono più omicidi in assoluto.

Winner fece un film molto duro, in particolare mettendo in scena la sadica sequenza domestica in modo esplicito, in una New York dove la violenza sociale degli anni Settanta alla fine della guerra del Viet Nam, in piena crisi post Watergate con un’America in cerca di una sua identità messa in discussione, dove di nuovo la giustizia equivale alla vendetta personale, le forze dell’ordine sono impotenti, e l’obiezione di coscienza è un optional in una nazione dove vige la legge del più forte. Un thriller, quello di Winner, impostato in modo crudo, quasi documentaristico, sull’onda della New Hollywood, riaggiornando il revenge movie in ambito metropolitano.

Il giustiziere della notte di Roth, al contrario, ribalta il punto di vista. Innanzi tutto, c’è la contrapposizione del ruolo del medico che salva le vite, anche degli assassini, come accade nell’incipit, in cui dichiara la morte del poliziotto appena arrivato in pronto soccorso e poi salvare il delinquente in un’altra sala. In un certo senso, la vendetta di Willis appare quasi come l’azione di un medico che deve “curare” il male di una società pregna di violenza, purtroppo però utilizzando gli stessi metodi. Infatti, Roth evita di soffermarsi sull’evento drammatico dell’uccisione della moglie di Kersey (Elisabeth Shue, una brava attrice, secondo noi, sempre sottoutilizzata), focalizzandosi sulla ricerca degli assassini e sulle loro uccisioni molto gore e fantasiose. Roth innesta poi il rapporto con un fratello (Vincent D’Onofrio) che rappresenta la coscienza di Kersey e di una coppia di poliziotti che non appare incapace, ma solamente oberata di fronte all’ondata di violenza senza argini.

Eli Roth con Il giustiziere della notte continua il discorso sulla violenza che passa dai viaggi all’estero di Hostel, poi nell’Amazzonia di Green Inferno, fino alla contrapposizione maschile-femminile di Knock Knock. Ci sono sempre movimenti di macchina aerei, utilizzando dolly e un obiettivo molto dinamico così da legare in un’unica sequenza l’ambiente selvaggio e pieno di orrore, sia se ci troviamo nei sotterranei di città dell’Est Europa oppure nella foresta sudamericana, sia nei quartieri residenziali californiani o nella metropoli americana. Dovunque i personaggi si trovino sono sempre immersi nella violenza.

Il tono de Il giustiziere della notte è ironico, come la visita nell’armeria, oppure gli spot televisivi che pubblicizzano le armi, ma allo stesso tempo atroce in una società come quella americana dove il possesso delle armi (e il loro uso indiscriminato) è insito culturalmente dove il sangue richiama sempre sangue.

È questo il limite di un film come Il giustiziere della notte, che a differenza del primo, a più di quarant’anni, mostra come nulla sia cambiato (anzi peggiorato), ormai anestetizzati a qualsiasi tipo di violenza, alla sua normalizzazione. Roth rende la violenza spettacolare e nell’America trumpiana appare come un viatico a continuare su questa strada senza speranza e senza soluzione di continuità, facendone una necessità morbosa. E, anche nell’ultima inquadratura, dopo che Kersey ha compiuto la sua vendetta, salvata la figlia, promesso che tutto sarebbe finito al poliziotto, vedendo un ladro per strada gli urla dietro e gli punta la mano a mo’ di pistola. Ecco: il mezzo meccanico non è altro che un’appendice di quella mano americana sempre tesa e puntata contro qualcuno. Allora non si tratta più di diritto, legge, giustizia, ma di vendetta senza fine.

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Utlima modifica: 7 marzo, 2018



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