Stasera in tv su Cielo alle 21,15 Melancholia, lo sconvolgente film di Lars von Trier sulla fine dell’umanità

Anche in questo film Lars von Trier attinge dall’iconografia tarkovskijana. Il regista danese, folgorato dal fatale destino degli eroi del romanticismo tedesco, sviluppa con Melancholia le suggestioni del precedente Antichrist, giungendo a un disarmante epilogo

  • Anno: 2011
  • Durata: 136'
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Danimarca, Svezia, Francia, Germania
  • Regia: Lars von Trier

Stasera in tv su Cielo alle 21,15 Melancholia, un film del 2011 scritto e diretto da Lars von Trier. Il film, presentato in concorso al 64º Festival di Cannes, dove la protagonista Kirsten Dunst ha ricevuto il premio per la miglior interpretazione femminile, si apre col preludio a Tristano e Isotta di Richard Wagner. Il regista per questo film si è ispirato ad un episodio di depressione di cui ha sofferto, e dalla consapevolezza che le persone depresse mantengono la calma in situazioni di stress. Con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt.

Sinossi
Dopo il ricevimento di nozze di Justine (Kirsten Dunst), questa cade in depressione e la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) la assiste. Intanto un misterioso pianeta minaccia di entrare in collisione con la Terra.

La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

Per lungo tempo ho pensato di essere ebreo ed ero felice di esserlo. Ma dopo ho scoperto che in realtà ero un nazista. La mia famiglia era tedesca. E questo mi fa anche piacere. Cosa posso dire? Capisco Hitler, simpatizzo un po’ con lui. Non sono contro gli ebrei, ma in realtà non troppo perché Israele è un problema, come un dito nel culo, fa cagare”. “Adesso come esco da questa frase? Ok, sono un nazista“.

Questo è uno stralcio delle dichiarazioni che Lars Von Trier rilasciava durante il Festival di Cannes del 2011. Utili per comprendere (senza voler in alcun modo polemizzare o far ironia) sia il suo film precedente, Antichrist (2009), che l’ultimo, Melancholia.

Il regista danese coglie un punto decisivo delle questioni che animano il dibattito contemporaneo, già a partire dalla scelta del titolo: la malinconia è il sentimento che contraddistingue la comunità, costitutivamente caratterizzata dall’impossibilità della propria realizzazione. È questa la connotazione insuperabile che informa l’essere della relazione intercorrente tra gli individui, consci di non poter colmare quella mancanza che li tiene insieme. Insomma, per farla breve, il problema è la possibilità del male derivante dall’esercizio della libertà.

Lars Von Trier in Antichrist si soffermava, tragicamente, su questo tema, mostrando come l’orrore, nonostante tutte le contromisure adottabili, possa sempre esplodere. L’ostilità della madre (Charlotte Gainsbourg) nei confronti del figlio diveniva metafora di un genocidio possibile, e il padre (William Defoe), dopo essersi scontrato in un corpo a corpo mortale con la compagna, veniva accerchiato, nella sequenza finale, da una schiera di donne che rendeva vana l’estenuante lotta sostenuta (contro il male). Lo sguardo annichilito di Defoe, braccato da quell’assedio, restituiva in pieno quella malinconia di cui si diceva sopra.

Melancholia sviluppa queste suggestioni, ma lo fa cadendo nella trappola del dispositivo immunitario della comunità. La tentazione cui non sa resistere è quella di voler colmare, attraverso una tanatopolitica (politica di morte) derivata da un utilizzo improprio, eccessivo, dell’immunizzazione comunitaria, la mancanza. Riprendendo in esame quelle dichiarazioni, apparentemente deliranti, si capisce come Lars Von Trier abbia, in un certo senso, riproposto quella biopolitica innescata durante lo pseudo – evento nazista. Il perseguimento della grande salute del popolo tedesco divenne lo scopo principale del Terzo Reich, che individuò nel batterio ebraico l’elemento da estirpare per conseguire il suo obiettivo. Von Trier non resiste alla malinconia e, a differenza del disegno nazista, che, seppur ‘impropriamente’ promosse una politica della vita (applicata al corpo-nazione e non ai singoli individui), opta per la distruzione totale ab origine. La libertà lo angoscia a tal punto che preferisce farne a meno. Preferisce non esser più.

Anche in questo film mutua a piene mani l’iconografia tarkovskijana – i riferimenti sono soprattutto Solaris (1972) e Lo specchio (1975) – riproponendo un prologo con immagini a ralenti, assai estetizzanti, che si pongono come visioni anticipatrici. Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg) scandiscono i due tempi narrativi del film e, seppur con un atteggiamento diverso, fatalista la prima, angosciata la seconda, soccombono. Von Trier, compiaciuto, allestisce un vivace teatrino della decadenza dei rapporti (il sontuoso matrimonio di Justine), calcando la mano, deformando per eccesso negativo le relazioni.

Mentre Tarkovskij in Solaris individuava uno spazio dove trasfigurare l’angoscia e il male (la straordinaria sequenza in cui il protagonista si produce in una danza aerea con l’immagine – ricordo della moglie, derogando alle leggi di gravità), e in Andrej Rublëv (1966), riprendendo la lezione di Pavel Florenskij, riconosceva nell’icona russa la possibilità di eccedere la semplice rappresentazione, Von Trier, folgorato dal fatale destino degli eroi del romanticismo tedesco, mette in scena un funesto funerale, convocandoci tutti.

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