Stasera in tv su Rai 4 alle 22,35 L’odore della notte, il secondo dei tre preziosi film realizzati da Claudio Caligari

È il secondo lungometraggio del regista a 15 anni dal suo esordio, parte di un'ideale trilogia che si apre con Amore tossico e si chiude con Non essere cattivo

  • Anno: 1998
  • Durata: 100'
  • Distribuzione: Minerva Pictures
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Claudio Caligari

Stasera in tv su Rai 4 alle 22,35 L’odore della notte, un film del 1998 diretto da Claudio Caligari, con Valerio Mastandrea, Alessia Fugardi, Marco Giallini, Giorgio Tirabassi, Francesca D’Aloja, Eva Vanicek, Pino Ferrara. È il secondo lungometraggio del regista a 15 anni dal suo esordio, parte di un’ideale trilogia che si apre con Amore tossico e si chiude con Non essere cattivo. Fu uno dei due film italiani presentati fuori concorso alla 46ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film è liberamente ispirato al romanzo Le notti di arancia meccanica di Dido Sacchettoni.

Sinossi
Nella Roma tra il 1979 e il 1983, un giovane borgataro, Remo Guerra, è poliziotto di giorno e di notte capo riconosciuto di una banda che toglie ai ricchi romani, con violenza e minacce, in nome di un riscatto sociale altrimenti irraggiungibile. La sua “anima proletaria”, non paga dell’autorità conferitagli dal ruolo di tutore della legge, si ribella nel solo modo datogli dall’appartenenza al mondo delle borgate, ossia rubando. Nel vano tentativo di cambiare strada, con i suoi complici, aprirà un bar in periferia, ma anche questo episodio si rivelerà marginale, poiché egli sembra affidare il proprio destino alla sua definitiva cattura.

Il film si ispira al romanzo-verità del giornalista Dido Sacchettoni Le notti di arancia meccanica. Il libro ricostruisce le gesta di quella che, tra il 1979 e il 1983, fu celebre a Roma come “la banda dell’Arancia meccanica”, un gruppo di delinquenti che irrompeva nelle case dei ricchi, malmenava e terrorizzava i presenti e fuggiva con ricchi bottini. Sacchettoni intervistò in carcere più volte il vero protagonista, Remo, per poterne ricavare un testo, duro ma sincero, della vita dell’estrema periferia romana a cavallo fra due decenni. Claudio Caligari resta fedele alla sua terra e fortemente legato all’interesse per gli emarginati, la periferia, i vinti. La sua idea di cinema, caratterizzata da un forte realismo sociale, potrebbe racchiudersi in una sola sequenza che potremmo ergere a paradigma dei suoi tre film: la spiaggia di Ostia, così vituperata, stuprata ed abbandonata al degrado – degrado che si rispecchia al contempo in quello sociale della Roma degli anni ‘80 e ’90 – e che trova un magro riscatto nella rabbia dello spettatore che è costretto ad assistere impotente e a ritrovarsi per forza di cose complice di Remo, protagonista del film, quest’antieroe decadente, ideologicamente schierato, consapevole della rovina che lo attende ma quasi perseverante nel voler concedere un’occasione di riscatto ai suoi compagni di borgata. Lo sconfinato amore di Caligari per il cinema si rivela nelle molteplici citazioni, dirette e indirette come nella scena in cui Mastrandrea cerca di specchiarsi e misurarsi con la statuaria interpretazione di Robert De Niro in Taxi Driver o ancora in una successione di piani inframezzati da spezzoni di The Great Train Robbey (1903), il celebre cortometraggio di Porter citato quanto mai a proposito. Scorsese, Di Leo, Pasolini: tutti però rivisitati con carattere e personalità. Del primo, ritroviamo esplicite citazioni da Taxi Driver, jump-cut, la voce off e la grinta narrativa, ma senza il sovreccitato edonismo di fondo; del secondo, la sapienza nella messa in scena delle abbondanti dosi di azione violenta e soprattutto il fatalismo noir; del terzo, certi inequivocabili carrelli in avanti, certe inquadrature frontali, lo sguardo “maledetto” sulle borgate, ma privato di quel senso di laica sacralità che emanavano le inquadrature del maestro friulano. L’odore della notte di Claudio Caligari è una cupa e disperata tragedia della solitudine, dell’emarginazione sociale, dell’istinto criminale e, soprattutto, della paura. La paura, per Remo e per la sua banda di ladri, di uccidere per sbaglio o di essere beccati dalla polizia; la paura, per le vittime, di essere violentati se non ammazzati. Lo sguardo del regista è asciutto, amorale: non ci sono prediche, nè slogan. Non c’è rimorso, non ci sono progetti nè ambizioni nè sogni, non c’è nemmeno il tempo per indagare le ragioni etiche e politiche della devianza: c’è solo la corsa in apnea verso l’autodistruzione. Amicizia, amore, famiglia, lavoro: tutte parole che non hanno alcun significato per Remo

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Utlima modifica: 10 Febbraio, 2018



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