Intervista ad Alessandro Grande regista di “In My Prison” e a Fernando Alba, suo produttore esecutivo

Alessandro Grande e Fernando Alba

Alessandro Grande è nato a Catanzaro nel 1983. Dopo essersi formato a Roma studiando Storia e Scienze dello Spettacolo presso l’università Tor Vergata ha realizzato alcuni cortometraggi quali “Fabietto Rispondi”, “Torno Subito” ed “Io. Indifesi”, ricevendo fra l’altro alcuni riconoscimenti e distinguendosi per la sua propensione sociale. “In My Prison”, il suo ultimo progetto, presentato al Roma Fiction Fest, è stato, infatti, fortemente voluto dalla Provincia di Roma la quale ne ha subito intravisto la portata sociale oltre che culturale.

È la storia di un detenuto alla ricerca della propria serenità. Un prigioniero qualunque ed insieme un cittadino che giunto ormai al limite della sopportazione decide di escogitare un piano per mettere fine alle sue angosce e trovare la quiete. Ecco che l’immaginifico mondo carcerario connotato soltanto da pensieri negativi e soluzioni drastiche viene finemente messo in discussione. Le prigioni mostrate da Alessandro, come spesso le prigioni del nostro quotidiano, non sono soltanto date dagli spazi, ma dalla mente. Ed in quest’ottica “open mind” il regista sceglie strategicamente un cast composito che può rappresentare universalmente tutti ed al contempo nessuno.

1) Alessandro, il tuo è un nome molto importante che evoca facilmente le gesta di Alessandro Magno. Se da un lato ti è di aiuto dall’altro, ti costringe, di certo, a portare un grande peso richiedendo di esserne sempre all’altezza. Il pensiero di tale confronto ti è mai stato d’intralcio o al contrario è stato fonte di stimoli?

A.G. Sicuramente avere un cognome del genere è una ‘grande’ responsabilità, soprattutto per la gente che a priori si aspetta molto da te. Siamo in una società ipercritica è chiaro, però alla fine quel che conta è la testa, il modo di pensare e di fare, specialmente il saper comunicare. Le cose importanti di norma non dovrebbero badare al nome o all’aspetto fisico. Bisogna comunicare efficacemente quello che si è o che si vuole con i mezzi che si hanno a disposizione. Io, ad esempio, cerco di farlo attraverso i corti in pochissimi minuti e nel farlo tento di suscitare negli altri delle riflessioni. Da buon calabrese, poi, sono un tipo testardo, riconosco i miei limiti e difetti e cerco sempre di superarmi, dunque, in un certo senso, posso dire che il nome mi stimola.

2) Siamo al Festival della Fiction, la domanda nasce spontanea: che tipo di spettatori siete? Quali fiction (italiane e non) siete soliti guardare? Alessandro ti sei mai ispirato a qualcosa nei tuoi lavori?

A.G. Apprezzo la fiction per la diversità del suo approccio nel fare ‘cinema’. A differenza dei cortometraggi, infatti, essa riesce a far affezionare uno spettatore alla storia di un personaggio vedendolo sviluppare ed evolversi in relazione alle sfaccettature che la vita stessa pone. Quindi più che fiction direi forse ‘realtà’. Una delle serie televisive che ho gradito maggiormente è Lost. Non solo per i grandi mezzi a disposizione, tipici delle serie americane, ma sicuramente per l’idea che sta alla base. Una buona idea fa sempre la differenza.

F.A. In generale guardo poca fiction perché non sto mai a casa, ma ho sempre visto volentieri i classici che dal 1980 danno tutte le mattine in TV. Se una fiction mi piace la guardo a prescindere che sia di manifattura italiana o meno. Trovo difficili da digerire quelle cosiddette ‘per ragazzi’, molto lontane da quello che era per noi “Beverly Hills 90210”. A mio avviso ciò che producono oggi è troppo veloce ed esplicito. Se proprio devo dire tutto in maniera concisa, preferisco allora farlo con un cortometraggio.

3) Il corto è stato girato in soli due giorni. Ma cosa c’è dietro? Come è nato il progetto, dall’idea alla sua messa in atto e come è avvenuto l’incontro con Fernando Alba, il produttore esecutivo?

In My Prison è stato girato a maggio all’interno di un casale vicino Tivoli, dove abbiamo ricostruito un carcere in ogni suo aspetto. Più che un progetto lo definirei un ‘percorso’. All’inizio il corto era stato ideato per essere ambientato in Italia, poi, grazie alla sua tematica universale ho pensato che avrei potuto ampliare ‘il messaggio’ narrando la storia di un detenuto qualunque proveniente da un luogo indefinito. Così ho deciso di decontestualizzarlo e di utilizzare una location ibrida, non riconoscibile. Un qualcosa che dopo la sua ideazione mi ha portato per più di quattro mesi a fare numerose ricerche tra le stesse carceri giungendo, infine, a maturazione anche attraverso vari incontri. Uno di questi è proprio quello avuto con Fernando Alba. Lui è un buon musicista, ma ha una grande capacità quella di riuscire a fare qualunque cosa abbia in mente di fare, improvvisandosi se necessario in qualsiasi ruolo. Una grande qualità. Poi è una vera e propria centrifuga, la persona che ha tenuto i ritmi durante le riprese. Quando si è allontanato dal set per due ore si è notata subito la differenza.

4) Fernando Alba: cantautore, produttore (Maqueta Records) e sound designer (Corto Sound), le molte anime di un artista. Parlaci di te.

Fortunatamente l’anima è una sola ed è molto grande, proprio per questo motivo nella vita mi piace spaziare. Scrivo canzoni da quasi vent’anni, con la Maqueta abbiamo intrapreso l’attività di produzione musicale, siamo arrivati alla terza edizione e quest’anno è toccato a me. Corto Sound è un nuovo amore dettato dalla passione per le immagini. Ci sono state delle esperienze cinematografiche e televisive, ma quello che più mi affascina sono i cortometraggi, li vedo più vicini alle canzoni, in pochi minuti devi riuscire a dire tutto e a dirlo bene. Costruire il suono attorno a delle immagini, farne la colonna sonora e poi vedere il tutto miscelato come un cocktail acquista un sapore unico.

5) In quanto figli del sud cosa vi sentite di dimostrare e/o rappresentare? Da quali sentimenti siete spinti: rivincita, dovere o altro?

A.G. Io non ho mai avuto la fortuna di ‘girare’ nella mia regione, di poter parlare del Sud. Né tanto mento sono mai stato aiutato da un ente. Tuttavia rimango molto legato alla mia città e alla mia terra, non rinnego le mie origini. Sicuramente c’è la possibilità di lavorare in Calabria e ci siamo già attivati in questa direzione proponendo un progetto che ha suscitato l’interesse della Regione. Spero presto di tradurlo in pratica per parlare così della mia terra attraverso ciò che so fare meglio. Il cortometraggio ricordo, rappresenta il mezzo privilegiato di un emergente che sogna di poter fare un giorno dei lungometraggi. Naturalmente la mia regione va avanti da sé indipendentemente dal lavoro di Alessandro Grande perché ha delle meravigliose risorse e non ha bisogno di essere riscattata in questo senso. Quello che bisogna fare (e mi riferisco ai giovani del sud), è di non demoralizzarsi troppo presto se non si ottengono i risultati sperati o se un ostacolo si mette sulla nostra strada creando dei problemi. Nel sud è tutto un po’ più difficile per un giovane, ma è solo attraverso la nostra forza che possiamo trasformarlo dal profondo.

F.A. Io ho ‘una bicicletta’ e più che essere spinto semmai pedalo –sorride–, non faccio più la corsa con nessuno. Diciamo piuttosto che ho un dovere verso me stesso. Vengo dal sud, ma potrei venire da altri 100 posti, ogni luogo ha i suoi problemi. Per fortuna la musica non è come la politica dove ti trovi a rappresentare qualcuno… Ho molti amici che condividono le mie idee e a me personalmente piace circondarmi di gente che crede in un progetto e nella realizzazione dei propri sogni. E non è un caso se per produrre il singolo “La Bicicletta”, dal brano al video, ci siamo ritrovati in 104 persone.

6) “In My Prison” ha avuto un iter particolare, dopo appena un mese di vita è già stato selezionato come unico cortometraggio al Roma Fiction Fest. Quali consigli vorresti dare a chi come te si avvicina al mestiere di regista, in particolare ai più giovani?

La vita è fatta di coincidenze. Sebbene il talento sia sempre alla base di tutto, spesso può non bastare. Ecco che il caso può essere determinante. Girare un corto in costume della durata di sei minuti è molto insolito, un’operazione molto coraggiosa che definirei quasi un “mini colossal”. Il fatto di esser stato selezionato dalla direzione artistica del Roma Fiction Fest che ha, poi, deciso di inserirlo come unico corto in programma di certo fa piacere perché dimostra che stiamo lavorando nella giusta direzione. Il mio consiglio? Puntate su un’idea e sviluppatela nel migliore dei modi credendoci fino in fondo, senza cullarvi. Prima o poi qualcuno riconoscerà i vostri sforzi e verrete ricompensati.

7) La prigione è innanzitutto, per definizione, ‘mancanza di libertà’. Che cosa pensate dell’informazione nel nostro Paese? Grazie.

A.G. Io non voglio entrare in ambiti che non mi competono parlando di politica, anche in via indiretta. Semmai vorrei poter parlare di un’altra mancanza quella distributiva. A volte l’informazione trattata nel cinema non viene apprezzata a dovere ottenendo soltanto una diffusione limitata, ridotta ai minimi termini. È il caso di Fortapàsc di Marco Risi, un film che avrebbe meritato sicuramente più risonanza soprattutto per via del tema della libertà di stampa e della sua ‘intimidazione’.

F.A. Secondo me l’informazione in Italia è rallentata. Veniamo a sapere le cose molto tempo dopo. Non è solo perché non le scrivono o non le dicono, ma perché non le leggiamo o il più delle volte perché non le vogliamo sentire ed accettare. Mi chiedo come gli italiani vivano le loro giornate. A cosa pensino. Ci rendiamo conto che le cose che facciamo non sono quelle che vogliamo soltanto quando ci privano della ‘libertà’. Ma siamo sicuri di non essere i primi a creare la prigione? Riflettete. Quanti possono dire di essere abituati a scegliere in Italia piuttosto che ‘consigliati’?

G. M. Ireneo Alessi


Utlima modifica: 12 Luglio, 2010



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