David Hockney dalla Royal Academy of Arts, l’ottimo documentario sull’arte di uno dei maggiori pittori contemporanei

Il documentario propone uno sguardo approfondito e partecipe sull’arte di uno dei maggiori pittori contemporanei, bilanciando adeguatamente la parte didascalica ed esplicativa e quella relativa alla fruizione diretta delle numerose opere che compaiono sullo schermo

  • Anno: 2017
  • Durata: 85'
  • Distribuzione: Nexo Digital
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Gran Bretagna
  • Regia: Phil Grabsky
  • Data di uscita: 30-January-2018

Negli ultimi anni, David Hockney è assurto al rango di grande vecchio della pittura inglese: fama confermata dalla mostra itinerante A bigger picture, apertasi alla Royal Academy di Londra nel 2012, e con un primo film dedicato alla sua opera diretto da Randall Wright, due anni dopo, intitolato – quasi a ribadirne l’ormai raggiunta notorietà – semplicemente HockneyDavid Hockney dalla Royal Academy of Arts di Phil Grabsky, invece, si concentra in particolare, oltre che sulla già menzionata e fortunata A bigger picture, anche sulla più recente David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still Life.

Molte interviste a storici dell’arte, da Tim Marlow, direttore della Royal Academy a Jonathan Jones del Guardian, a Martin Gayford, oltreché all’artista medesimo, scandiscono il film e approfondiscono temi e aspetti dell’opera di David Hockney: come la peculiarità che gli è propria di riscoprire ogni volta con occhi nuovi il natio paesaggio inglese, fonte d’ispirazione e protagonista di molte delle sue tele qui mostrate, grazie ai frequenti spostamenti fra le due sponde dell’Atlantico. Non soltanto l’Inghilterra, con la sua pianura e i rilievi dolcemente ondulati, è presente nelle opere di Hockney: una delle più note, infatti, A bigger splash, esposta al Metropolitan Museum of Art di New York, fu dipinta nel 1967 a Los Angeles, dove l’artista allora soggiornava, e raffigura l’acqua di una piscina smossa da un tuffo, senza che vi sia però ritratto il tuffatore: oltre alla piscina e al trampolino, soltanto un’abitazione dall’architettura modernista compare sullo sfondo, tagliando orizzontalmente una delle due palme che sulla destra del quadro.

Notevole spazio e attenzione sono inoltre riservati ai ritratti, sulla lavorazione dei quali si rivelano aneddoti e retroscena: come il bambino che non sopportava di star in posa e l’esperienza del critico d’arte che ha posato sia per Hockney, sia per Lucian Freud. Dalle interviste filtrano sempre la passione e l’entusiasmo che il pittore prova per la sua arte, insieme al tentativo di lasciare ogni volta un segno distintivo sulle proprie opere, così da renderle immediatamente riconoscibili all’osservatore e riconducibili alla sua mano.

Commentando dipinti quali Mulholland drive: the road to the studio (1980), Grand Canyon with ledge (1986) e A closer Grand Canyon (1998), Jones evidenzia la curiosità e il desiderio di sperimentazione che hanno sempre animato la ricerca dell’autore e l’hanno condotto a tentare di trovare continuamente nuovi modi per dipingere il mondo circostante, fossero paesaggi o persone: una scelta, quella della pittura figurativa, costantemente perseguita dall’artista lungo tutta la sua ormai cinquantennale opera.

Intervistato da Marlow, Hockney confessa, poi, come Fields, Eccleshill e Bolton junction, Eccleshill, ambedue del 1956, furono dipinti con materiali poveri, quando l’autore era ancora studente d’arte, e ammette il debito che queste opere pagano al più vecchio e già affermato LS Lowry, il cui stile e soggetti prescelti (la cittadina di Eccles, vicino a Manchester, nel Lancashire) ammette di aver voluto allora emulare. Come molti pittori, anche Hockney intraprese nella gioventù un gran tour che lo condusse anche nel nostro paese, come testimonia Flight into Italy: a Swiss landscape (1962), che rappresenta il suo viaggio lungo le Alpi. Le domande di Marlow divengono più stringenti, quando ad esempio chiede all’artista se la scelta per il figurativo non fosse una deliberata ribellione contro la tendenza dell’astrattismo allora imperante; domanda alla quale Hockney risponde affermativamente, sostenendo come la reazione contro l’arte rappresentazionale nell’ultimo dopoguerra fosse ingiustificata e confermando, così, la sua preferenza verso la raffigurazione della realtà, fosse incarnata nella figura umana o nel paesaggio: elementi che costituiscono, non a caso, la materia prima e unica della sua opera.

Il documentario propone, dunque, uno sguardo approfondito e partecipe sull’arte di uno dei maggiori pittori contemporanei, bilanciando adeguatamente la parte didascalica ed esplicativa, rappresentata qui dalle interviste, e quella relativa alla fruizione diretta, da parte dello spettatore, delle numerose opere che compaiono sullo schermo. Come in tutti i film consimili, che operano una sorta di riproduzione di secondo grado dell’oggetto rappresentato (la macchina da presa inquadra un dipinto che, a sua volta, pur col suo diverso e specifico linguaggio, isola una porzione di spazio, dunque di realtà, per fissarla sulla tela, come l’obiettivo, fotografico e cinematografico, la fissa e l’immortala sulla pellicola), rimane il desiderio, se si apprezza l’arte dell’autore, di vedere dal vivo, coi propri occhi e non attraverso quello meccanico, e in questo caso mediatore – giacché l’inquadratura di un qualunque soggetto, scegliendo la distanza, l’angolazione, la posizione e la luce stessa con la quale inquadrarlo lo manipola e ne offre una propria lettura – del cinema le opere presentate.

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