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Trieste Film Festival 2018: Djam di Tony Gatlif, un po’ social drama, un po’ musical, un po’ road movie e un po’ inno alla bellezza femminile

Al Trieste Film Festival il nuovo picaresco viaggio, con partenza dall'Egeo, del gitano Tony Gatlif

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Il 22 gennaio, giornata che al Politeama Rossetti ha visto riproporre anche A Ciambra di Jonas Carpignano, quale evento speciale, si può forse supporre che uno spirito nomade, gitano, aleggiasse nell’aria. Altro evento speciale del 29° Trieste Film Festival è stato infatti Djam di Tony Gatlif, presentato in sala dall’incantevole attrice greco-belga Daphné Patakia.

Diciamoci la verità, pur con tutti i voli pindarici non sempre giustificati, la fragilità narrativa, le sporadiche cadute di stile, una poetica intrisa di libertà e di ardite sinestesie di viaggio come quella del cineasta di origini gitane ci era mancata parecchio. E allo stesso modo ci era mancato quel suo girovagare lungo le coste del Mediterraneo a caccia di sensazioni, possibili storie, facce da ricordare, frammenti di tradizioni in procinto di scomparire, sonorità etniche e qualsiasi altra cosa potesse valere da carburante, per il suo cinema tendenzialmente apolide.

In occasione di questo suo ultimo lungometraggio, Djam, il cui titolo riprende proprio il nome della protagonista, l’eclettico cineasta ha scelto quale sfondo la Grecia della crisi e con essa una Turchia attraversata da turbolenze politiche e da migranti in fuga dal Medio Oriente. Le due sponde contrapposte dell’Egeo vi appaiono perciò accomunate da inquietudini e serpeggianti malinconie. E l’immagine improvvisa dell’uomo che ha perso tutto e che, piangendo, si sta scavando la fossa da solo, possiede di suo una forza notevole.

Ma per fortuna Tony Gatlif, pur mostrandosi sempre cosciente dei problemi sociali più gravi (tra le opere recenti più riuscite e appassionanti non può essere certo trascurata Liberté, film del 2010 che si relazionava con una apprezzabile varietà di toni e il giusto coinvolgimento emotivo al tema del Porajmos, l’Olocausto dei Gitani durante la Seconda Guerra Mondiale), non ama crogiolarsi in essi. Di conseguenza Djam è un po’ social drama e un po’ musical, un po’ road movie e un po’ inno alla bellezza femminile.
Assecondando un MacGuffin quantomeno eccentrico quale la ricerca a Istanbul di una biella non più in produzione, ma necessaria a far ripartire quella imbarcazione che per la famiglia sembra rappresentare una sorta di ultima speranza, la giovane protagonista viene mandata in giro da zio Kakourgos con alcune semplici raccomandazioni: non sprecare inutilmente i soldi della trasferta e non farsi distrarre da giochi di seduzione, da serate di musica e danze sfrenate nei locali più equivoci, da nuove amicizie che potrebbero mettere a rischio lo scopo principale del viaggio. Neanche a dirlo, la sfrontata, sensuale e incontenibile Djam durante il tragitto farà l’esatto contrario, lasciandosi andare a tutte le tentazioni del momento e riscrivendo il percorso a seconda degli incontri più stimolanti.

L’irresistibile Daphné Patakia pone il bel volto, un corpo estremamente sensuale e qualche camminata dall’incedere chapliniano al servizio di un progetto cinematografico, che ha poi nella così avvolgente colonna sonora, nel Rebetiko, un contrappunto insostituibile; contrappunto necessario quanto la famigerata biella, peraltro, allorché i protagonisti si decideranno ad aggiustare il natante e a riprendere il largo, abbandonando infine la terraferma, nella fattispecie un’isola di Lesbos resa anch’essa inospitale dalle malefatte di politicanti, speculatori e banchieri. Lo stesso Gatlif regala le ultime inquadrature alle onde, per non farsi soffocare da ciò che di meschino si era visto precedentemente a terra.