2017: ‘annus horribilis’ per i cinema italiani, sempre più disertati dal pubblico

Taxi Drivers_Cinema

Il motivo della fuga dai nostri cinema è innanzitutto di natura culturale, che si è acuito negli ultimi anni con la diffusione di tablet e smartphone, i quali hanno modificato radicalmente la fruizione di contenuti audiovisivi

L’anno che si è da poco concluso verrà ricordato come uno dei più mesti e terribili per i nostri cinema. L’abbandono delle sale e la disaffezione da parte del pubblico italiano pare davvero inarrestabile. È da qualche anno che gli addetti ai lavori si interrogano su questa preoccupante crisi del settore, individuandone le colpe prima nella pirateria online e, adesso, nell’arrivo nel nostro paese di colossi dello streaming  come Netflix e Amazon che avrebbero impigrito e allontanato il pubblico dal grande schermo in favore delle visioni domestiche di film e serie tv.

Il problema principale degli addetti ai lavori si riduce spesso e volentieri nel mettere all’indice i fattori ritenuti responsabili di questa inarrestabile emorragia di pubblico senza cercare di trovare delle contromosse, ammesso che esistano, per invertire la rotta. Bisognerebbe ricordarsi che questi fattori non riguardano solo il nostro pase in cui, in realtà, si sono manifestati con mesi, se non anni, di ritardo rispetto ad altre nazioni. Se dipendesse solo dalle piattaforme online o dalla cosiddetta pirateria diffusa e praticata sul web dovrebbero piangere miseria in tutto il globo terrestre, compreso in Francia, Corea del Sud, Cina, India e Stati Uniti dove il pubblico continuare ad affollare le sale. La verità è un’altra e in fondo la conoscono quasi tutti, compresi produttori, distributori e esercenti.

Il motivo della fuga dai nostri cinema è innanzitutto di natura culturale, che si è acuito negli ultimi anni con la diffusione di tablet e smartphone, i quali hanno modificato radicalmente la fruizione di contenuti audiovisivi, spingendo e invogliando molti a vedere film e serie tv su schermi talvolta piccolissimi, da quattro o cinque pollici. È una pratica ormai diffusa, soprattutto tra i più giovani, i cosiddetti nativi digitali che vivono in simbiosi col proprio smartphone. In Italia purtroppo non esiste nelle scuole una materia fondamentale come l’educazione all’immagine, una disciplina che potrebbe contribuire a ridare la giusta importanza alla visione sul grande schermo in un momento storico in cui il nostro sguardo è inquinato, e a volte sporcato, da un panorama visivo a dir poco inflazionato da immagini che bombardano i nostri occhi e anestetizzano la nostra capacità di riconoscere e decifrare il bello. La Settima Arte aiuta a far riflettere, a far apprendere e comprendere concetti importanti. La visione sul grande schermo è impegnativa, richiede un’immersione e un’attenzione totale da parte dello spettatore. Capacità che via via si stanno perdendo a causa della preoccupante dipendenza di ognuno di noi dal proprio smartphone, principale elemento di distrazione (di massa) a cui pare non si possa rinunciare nemmeno nel buio della sala.

Se questo aspetto ha cambiato radicalmente le abitudini del pubblico adulto è facile comprendere che effetti possa avere avuto sui ragazzi nati nell’era di internet, dei social network e dei talent show, come ben sapranno gli insegnanti che si ritrovano quotidianamente a dover fare i conti con una soglia d’attenzione via via sempre più bassa all’interno delle loro classi. Il cinema, come la letteratura, può senz’altro aiutare a contrastare questo preoccupante fenomeno e a stimolare i ragazzi a porsi e a porre domande, a riflettere su alcune importanti tematiche su cui non ci si sofferma quasi più. Sempre che se ne fruisca in sala, dedicandogli l’attenzione che merita, cercando di dimenticarsi per un paio d’ore di facebook, twitter, youtube, whatsapp e quant’altro. È vero che gli addetti ai lavori possono far poco sotto questo aspetto, di cui dovrebbe occuparsi il Ministero dell’Istruzione, che purtroppo preferisce lasciare ai docenti l’ingrato compito di ritagliare qualche ora per un fugace cineforum scolastico o una sporadica uscita al cinema. Pratiche che invece andrebbero inserite con regolarità nella scuola pubblica, introducendo insegnanti con specifiche competenze a riguardo. Fino allora, se mai accadrà, continueremo ad assistere – inerti e impotenti – a un progressivo abbandono dei nostri cinema, aggravato da una quasi totale assenza di pubblico nei mesi estivi.

A riguardo fa un po’ sorridere quanto dichiarato da Andrea Occhipinti durante le Giornate professionali di cinema a Sorrento dello scorso novembre. Il presidente dell’ANICA ha sostenuto che l’esclusione della nazionale italiana ai Mondiali di calcio di Russia 2018 potrebbe essere un’opportunità per cambiare le abitudini del pubblico e portarlo a frequentare i cinema durante la stagione estiva. È noto a tutti che gli italiani, unici al mondo, siano da sempre refrattari ad andare al cinema in estate e che anzichè recarsi in una confortevole sala climatizzata preferiscano le arene estive (e forse si potrebbe anche provare a proporre con continuità titoli nuovi nei cinema all’aperto, invece che i film della stagione appena conclusa per vedere l’effetto che fa).

Sono anni che l’industria sostiene, a parole, di voler proporre un’offerta cinematografica di spessore e qualità anche nei mesi estivi, contando su un’annata fatta di dodici mesi anziché nove ma ogni volta le dichiarazioni vengono smentite dai fatti. Nell’ultima estate, in cui non era di scena alcun evento sportivo di primissimo piano (no Mondiali, no Europei, no Olimpiadi) i titoli di richiamo per il grande pubblico sono stati appena due, Spider-Man: Homecoming e The War – Il Pianeta Delle Scimmie. Il primo, uscito a inizio luglio, ha potuto beneficiare di una totale assenza di concorrenza, restando in sala per ben due mesi e racimolando a fine corsa otto milioni e mezzo di euro, una cifra più che dignitosa, visto l’annus horribilis che ci siamo lasciati alle spalle, sempre che il 2018 non riservi nuovi e poco invidiabili record negativi.



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