L’ultimo film di Antonio Capuano parte con un’ottima premessa: fare qualcosa di diverso e più incisivo nel panorama italiano. Il tema scelto è quello dello stupro, e il registra decide di addentrarsi in questo spinoso argomento in punta di piedi.
Dopo l’immediato antefatto, quasi fulmineo, seguiamo in parallelo le vite di Ciro e Irene, coetanei, ma provenienti da diverse culture. Lui profondamente radicato nella napoletanità dei margini, lei di famiglia borghese. Ciò che li lega è la violenza carnale. Ciro è in riformatorio per il suo crimine, commesso insieme ad amici, senza rendersene conto, lei cerca di riprendere la sua vita, mentre il mondo che la circonda cerca di capire, invano, il silente calvario che la allontana sempre più da se stessa. Ciro sente crescere il senso di colpa per quello che ha fatto, senza esserne cosciente, e deve riuscire a liberarsi. In qualche modo, il contatto tra i due può essere la cura per entrambi.
Sulla carta il film di Capuano è estremo, soprattutto per l’ipotesi incredibile di un possibile legame tra vittima e carnefice. Il gioco non riesce perfettamente, per qualche sbavatura di script, ma va benissimo seguire questa direzione.
Girato in digitale con il supporto dalla Act Multimedia, l’accademia del cinema e della televisione sita all’interno degli studi di Cinecittà, il film di Antonio Capuano narra di un cacciatore di ex SS. L’uomo di circa sessant’anni, vive in una forma di autoisolazionismo ed il suo lavoro consiste nel gestire un negozio di piante e fiori provenienti da tutto il mondo. La sua vita si svolge in maniera lineare, senza alcuna svolta. Il lavoro la mattina presto, la cucina e la cena di fronte alla tv. Una sera però, accade qualcosa di inaspettato. La televisione trasmette la sua stessa immagine. Per il signor Zèmeli è un grosso colpo vedere un uomo identico a lui spararsi un colpo alla testa, ma lo spettatore non ha idea di cosa stia accadendo fino a circa quaranta minuti dall’inizio. Il protagonista, interpretato da Carlo Cantore, non parla che per monosillabi e la maggior parte del prologo è quasi priva di parole, il che non fa che enfatizzare l’attenzione sulle azioni sempre uguali di questo personaggio misterioso. Alcuni flashback, cominciano a far trapelare un qualche passato in bianco e nero, ma sono troppo sfocate e brevi per poter comprendere sino in fondo il loro significato. Di punto in bianco, però, il film cambia completamente registro ed entrano in scena degli attempati compagni di baldorie del signor Zèmeli. Tra questi spicca una Barbara Bouchet in versione “Marylin tardona”, come lei stessa ha ricordato al pubblico durante la serata d’apertura del Taormina Film Festival, il 13 giugno presso il Teatro Antico. Gli amici coinvolgono l’uomo in una serata presso un ristorante ma il signor Zèmeli sembra pensare a tutt’altro. La sera stessa il protagonista uccide un SS che teneva d’occhio nel suo palazzo, ma ritrova morto in casa propria quell’uomo che aveva visto più di una sera in tv. Tutta la trama si chiarisce agli occhi dello spettatore, lasciando però alcune perplessità, dovute soprattutto alle poche parti dialogate del film che danno l’idea di essere parte di un film diverso da quello pensato inizialmente. Nonostante l’ottima fotografia alla quale ha preso parte anche Luca Bigazzi, creando una Torino notturna e mortifera, il film non decolla.