Tag Archive | "Recensione di Natasha Ceci"

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Amore liquido (dal 25 Agosto al Nuovo Cinema Aquila)

Posted on 08 luglio 2010 by Luca Biscontini

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In una società liquida frammentata, polverizzata, anche l’amore diventa liquido e «La solitudine genera insicurezza, ma altrettanto fa la relazione sentimentale. In una relazione, puoi sentirti insicuro quanto saresti senza di essa, o anche peggio. Cambiano solo i nomi che dai alla tua ansia». Così chiosa il sociologo Zygmunt Bauman nel suo saggio da cui il regista Marco Luca Cattaneo mutua titolo e spunti riflessivi.

Amore liquido (Miglior lungometraggio italiano al Riff 2010) ben riesce a rendere visivamente l’ardua impresa di raccontare le relazioni, oggi, in un tempo amniotico dove il consumo ha rapito il corpo e la sua sessualità, svuotandoli di senso e relegandoli in un recinto di pulsioni e dipendenze ossessive. Una Bologna estiva, deserta e vagamente inquietante, scandisce la quotidianità di Mario (un convincente Stefano Fregni), quarantenne operatore ecologico e pornodipendente. Solo l’incontro casuale con una giovane ragazza madre potrà innescare un cortocircuito di sentimenti ed emozioni non filtrato dal video, con cui Mario dovrà fare i conti. Tempi cinematografici silenziosi e diluiti, anch’essi liquidi, per un film indipendente realizzato con pochi mezzi ed una fotografia ottima ed essenziale.

Natasha Ceci

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Prinzessin (Tekfestival 2010)

Posted on 11 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Prinzessin, primo lungometraggio di finzione per la regista tedesca Birgit Grosskopf, 34 anni e quattro cortometraggi alle spalle, presentato al Tekfestival 2010 per la sezione “ Cinema delle donne”.

Tra Natale e Capodanno in un anonimo sobborgo della Germania occidentale, la diciottenne russa Katharina passa le sue vuote giornate con Yvonne, in procinto di andare in prigione, e altre due ragazze di una gang. Spaesate e inquiete vagano per strade desolate, motel di quarta categoria, discount e blocchi di appartamenti. Definirle “principesse” è tragicamente ironico mentre le si osserva spente, come la grigia fotografia, con whysky and cigarettes, linguaggio sguaiato ed eventuali pestaggi per chi, disgraziato, capita sulla loro via. Alla ricerca di cosa ma-non-si-sa-cosa, forse un eden dietro il cemento, soffrono la presenza dell’autorità e la disperazione di un contesto troppo pulito e monotono (in apparenza) circondato da famiglie non completamente a brandelli.

La Grosskopf dice di essersi ispirata “alle gang di ragazze dei ghetti americani che oggi si trovano anche in Europa”, nei sobborghi umani e urbani, aggiungeremo noi. Uno stile tagliente e duro come i calci che le protagoniste sferrano ad una giovane turca (non si dimenticano neppure i latenti conflitti fra diverse emigrazioni), senza paternalismi. La regista tedesca si sofferma sulla perdita dell’innocenza, sulle amicizie disperate come unica salvezza, e sui sogni di chi va in Afghanistan, che “almeno vede il mondo”.

Noi bambine non abbiamo scelta.

Natasha Ceci

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Pusher (Tekfestival 2010)

Posted on 07 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Il TekFestival  2010 dedica  il suo “focus” al regista danese Nicolas Winding Refn, classe 1970, con ben quattro film: Pusher (1996),  Fear X (2003), Valhalla Rising (2009), Bronson (2009).

Tutte storie che vivono tra le maglie del crimine, destini sudici e tempi mitologici. Pusher, primo capitolo di una trilogia, per una settimana segue le orme, letteralmente con camera in spalla, di Frank, spacciatore di media tacca a Copenaghen, e del suo entourage, realistico, spietato e disperato. Un giorno da Milo, un trafficante serbo, Frank compra a credito una grossa partita di eroina, ma per un imprevisto perderà merce e danaro e la corsa contro il tempo avrà dinamiche disastrose. Una trama semplice per una realtà cruda rappresentata dal regista danese senza forzature ed edulcorati lirismi, a vantaggio di una sceneggiatura solidissima con un budget quasi ridicolo.

Ottima la caratterizzazione dei personaggi, nonostante il deja vu di certo cinema di genere, musiche hard di grande impatto emotivo e dialoghi essenziali. Attorno alle cronache di poveri borderline, vive una Copenaghen non miniatura graziosa, ma attraversata da appartamenti fatiscenti, locali sotterranei e claustrofobici, fotografie torbide e sgranate. Cinema di pochi mezzi, ma giuste idee e infinita passione. A seguire: Pusher 2- With blood on my hands (2004) e Pusher 3- I am the angel of Death (2005), imperniati rispettivamente su altri due personaggi del primo Pusher, Tonny e Milo, e inspiegabilmente passati inosservati dalla distribuzione italiana.

Non solo in Danimarca c’è del marcio.

Natasha Ceci

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Giallo a Milano

Posted on 12 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Una ballata sulla comunità cinese a Milano, la più antica e grande d’Europa, raccontata attraverso i loro occhi: quelli di una coppia con il figlio in Cina, di un anziano pittore, di giovani prossimi al matrimonio, di adolescenti nati in Italia che parlano con accento milanese, di una tenace ginnasta, di un clandestino diventato collaboratore della polizia, di una cantante lirica, della Scuola ‘Casa del sole’, dove i bambini imparano il cinese ufficiale e di alcuni studenti di Brera.

Venti storie su sogni, ambizioni, ricordi e memorie storiche che hanno riscosso un ottimo successo al Torino film Festival 2009 assieme al promettente regista Sergio Basso, aiuto regista di Amelio in La stella che non c’è”, laureato in lingue orientali (parla mandarino) e diplomato al Centro Sperimentale di Roma.

L’originale documentario prende “visivamente” spunto dai fatti di cronaca avvenuti in via Paolo Sarpi a Milano (aprile 2007), roccaforte della comunità cinese meneghina e tuttavia ironia e leggerezza non mancano. Basso sa di camminare su un terreno scosceso, ma trova le chiavi giuste per scardinare pregiudizi e ignoranze varie. Chi ha detto che i cinesi sono chiusi e non muoiono mai? Attraverso le regole narrative della struttura gialla (all’inizio c’è sempre un morto e alla fine una confessione), il regista dice la sua su temi caldi come immigrazione, integrazione, identità, senza mai sfiorare la pesantezza (e talvolta la noia) dei blasonati reportage, incorporando persino la tecnica dell’animazione e un certo piglio poliziottesco anni Settanta. Un documentario felicemente diverso.

Natasha Ceci

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Afterschool

Posted on 01 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Metti un doposcuola di quelli che piacciono a Gus Van Sant, rarefatti e invisibilmente inquietanti, aggiungi cortocircuiti tra realtà, adolescenza e video a bassa risoluzione. Mescola senza cura e ottieni Afterschool, presente nella selezione ufficiale di Cannes 2009 e diretto dal ventiquattrenne Antonio Campos.

Robert (Ezra Miller) è un giovane studente, disadattato a malincuore, di una prestigiosa high school della East Cost. Divide la stanza con Dave, principale fornitore di alcool e di droghe della scuola, e  il suo computer, di fronte al quale sta spesso incollato, cibandosi di video amatoriali tra il porno e il violento. Per sfiga o fortuna, tramite un corso di audiovisivi, Robert può dare sfogo alla sua passione e vagare per la scuola rubando immagini e, tra queste, anche la morte per overdose di due ragazze. Apparenze perbeniste e solitudine per scelta saranno da quel momento minate.

Antonio Campos già si era dedicato al tema portante di Afterschool con il corto Buy it now su un adolescente che vende la propria verginità su eBay. Con questo lungo, opera prima, facendo proprie inquadrature sobrie, lasciando spazio a semplici conversazioni tra personaggi e ad un ragazzo in una stanza, Campos ribadisce i suoi intenti. In una società igienicamente perfetta e apparentemente protetta, il contatto con la morte non filtrata da uno schermo ha potenziali conseguenze devastanti. Avvezzi a controllare la realtà a distanza e a percepire che questa con i suoi strumenti insegua noi, talvolta ci si ritrova, pur nella tragedia,  a vivere finalmente.

Natasha Ceci

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La bocca del lupo

Posted on 24 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Miglior film al festival di Torino 2009, nonché Premio Fipresci. “La bocca del lupo” conquista critica e spettatori per potenza di storia e d’immagini, qualità che il regista Pietro Marcello aveva già espresso con “Il passaggio della linea”(2007), documentario sui treni espressi che attraversano l’Italia. Con “La bocca del lupo” si entra nella feritoia della Grande Storia, toccando un’incredibile città, Genova, e nella vita di un uomo e di un amore che pare cantato da De Andrè. Un taglio deciso e affascinante da docu-fiction, per raccontare la storia di Enzo che torna a casa dopo anni passati fuori e dentro la galera, mentre nei vicoli marci ed eterni lo aspetta il suo grande amore speciale.

Il film nasce da un’idea della Fondazione San Marcellino (i gesuiti di Genova) che si occupa degli emarginati e indigenti della città, ma il regista non vuole trattare dell’attività umanitaria, bensì del mondo dei reietti e dei diseredati. Genova vive nell’immaginario di Marcello, come lui stesso dice, grazie ai racconti del padre, marittimo meridionale, che dal capoluogo ligure s’imbarcava, e incantava il figlio parlando della bellezza della città, delle sue tripperie e della sua gente.

Il regista segue Enzo e la sua storia e, con lui, anche l’intera memoria perduta di una fetta del Novecento. Assieme ad un’eccellente fotografia, tra la luce e le ombre per descrivere i vicoli, l’autore inserisce un ricchissimo repertorio d’archivio, con filmini amatoriali e non, di genovesi di lunga generazione. Un prestigioso e imperdibile connubio che fa di questo documentario un’opera completa da non sottovalutare.

Natasha Ceci

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Sherlock Holmes

Posted on 12 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Si respira una nuova aria in quel di Baker Street 221B. Sir Arthur Conan Doyle assiste curioso alle evoluzioni del personaggio che creò alla fine del XIX secolo. Tra la pipa calabash e l’immancabile berretto da cacciatore, che in realtà sono pure invenzioni teatrali e cinematografiche, Sherlock Holmes vive al passo con i tempi dedicandosi al gioco d’azzardo, alle donne, e a tutto ciò che stride con il buon vecchio detective caustico e dinoccolato.

È questa la versione del leggendario investigatore nel nuovo film di Guy Ritchie, ispirato molto liberamente alla creatura di Doyle e alla omonima graphic novel di Lionel Wigram, uno dei produttori del film. Nelle vesti di Holmes un carismatico Robert Downey Jr. e in quelle del dottor Watson (alter ego di Doyle, anch’egli laureato in medicina), un insospettabile Jude Law, scelto dopo l’abbandono di Colin Farrell e il rifiuto di Gerard Butler. Londra, Manchester e Liverpool sono le città inglesi che fanno da sfondo a una storia appassionata e appassionante, ricca di azione, avventura, crimine e in cui una terribile minaccia incombe sull’impero britannico. La vicenda è intrigante, anche al di là dei risvolti narrativi: Lionel Wigram per dieci anni rimugina su una versione moderna di Sherlock Holmes e, una volta lasciato il suo posto da dirigente alla Warner Bros, nel 2006 si dedica alla stesura della graphic novel.

Cambiano registi e sceneggiatori per approdare infine a Guy Ritchie, reduce dal bizzarro Rocknrolla (2008), e con una pesante tradizione letteraria alle spalle, nonché una vastissima filmografia su Holmes. Dalla fine degli anni Trenta, infatti, Holmes attraversa indomabile i generi, seduce il mezzo televisivo e ispira animazioni americane e giapponesi, creativi del videogame, e autori alle prese con personaggi che indagano su qualsiasi cosa alla maniera di Sherlock: estrema cura per i dettagli, metodo deduttivo e una prima conclusione del caso in pochi secondi. Fu il dottor Joseph Bell, insegnante di Conan Doyle ad istillare nel promettente giovane la validità di tale metodo scientifico. Nasce così la criminologia ‘popolare’ decenni prima di Gil Grissom e dei colleghi di CSI: scena del crimine.

Tradizione e innovazione sono dunque le parole chiave per Sherlock Holmes. Nel cast di Ritchie c’è anche Rachel McAdams, grazia canadese che fece perdere la testa al Gaetano protagonista del virziniano My name is Tanino (2002), qui nel ruolo di Irene Adler, forse l’unica donna verso cui l’Holmes letterario provava ammirazione. Ma guai a chiamarlo amore, perché per Sherlock tutto ciò che è emozione contrasta con la fredda logica. Sarà lo stesso destino dell’esuberante Downey Jr.? Eppure la materia prima per creare un Holmes ipermoderno forse è già tra le righe di Doyle. In qualche serie l’investigatore per combattere stati di inattività e depressione ricorre all’uso di cocaina e morfina, dipendenza in seguito annullata dallo stesso scrittore nelle pagine dei suoi racconti.

Tuttavia, Wigram va oltre e continua ad inventare: l’antagonista del suo Sherlock, Lord Blackwood, è stato creato ispirandosi all’occultista Aleister Crowley, anticipando la più concreta presenza del professor Moriarty, il vero nemico dell’investigatore nella serie di Doyle, nel probabile sequel del film. È davvero tutto di una semplicità elementare.

Natasha Ceci

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Brothers

Posted on 28 dicembre 2009 by Ireneo Alessi

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Cosa manca ad un film per far uscire dalla sala lo spettatore con un giudizio netto? Se il film in questione è “Brothers” di Jim Sheridan lo spettatore ha davanti a sé due quesiti: è un film sulla guerra come devastazione intima? Oppure un vortice di conflitti relazionali dove la Storia è un sottofondo rumoroso?

Sam Cahill (un convincente Tobey Maguire), un giovane capitano dei Marines, sorriso d’atleta e moglie (un’ottima Natalie Portman) e figlie negli spazi ameni del Minnesota, viene dato per disperso in Afghanistan, e sarà il fratello ex galeotto Tommy (un bravo Jake Gyllenhaall) a prendersi cura della vedova e prole, riscattandosi dal ruolo di pecora nera nella famiglia Cahill. Ma Sam torna e qualcosa è davvero cambiato. Il duplice quesito iniziale potrebbe risultare irrisolto ma Sheridan è tutto lì, come lo ricordiamo, fin dai tempi di “Nel nome del padre”, dove l’inferno non era solo tra le mura domestiche ma anche fuori, dove sinistre ombre belliche di guerre, più o meno dichiarate, ferivano chi sopravviveva alla trincea, anche metaforica. “Brothers” è un racconto intimo e semplice, sulle ferite della grande storia su una famiglia altrettanto semplice, american middle class, che rimette in gioco equilibri parentali e familiari, già confusi per definizione.

Sheridan riflette sui ritorni dei reduci: dal Vietnam o dall’Afghanistan, poco cambia. La scelta “militare” (disciplina? disumanità? spirito corale?) è comunque totalizzante e ben lo hanno appreso gli attori principali visitando campi militari e studiandone le dinamiche. Tratto dal dramma del 2004 “Non desiderare la donna d’altri” di Susanne Bier, opera che pare abbia influenzato e ispirato il produttore Sighvatsson.

Natasha Ceci

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Videocracy. Basta apparire

Posted on 08 novembre 2009 by V

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Quando la Tv è un sogno allora la realtà diventa un incubo.

La rivoluzione culturale italiana inizia con la tv commerciale per radicare nelle teste di intere generazioni il potere dell’immagine (è un banale concetto semiotico: un’ immagine non la puoi contraddire, è quello che appare). Silvio Berlusconi ha dominato le immagini per trent’anni con il suo impero mediatico che oramai si è completamente saldato al potere di chi c’è l’ha già e di chi è logorato perché non ce l’ha e lo cerca affannosamente.

Ecco l’Italia che ne consegue, ossessionata dall’esibizionismo, assuefatta da seni, glutei, da grandi fratelli, da Leli Mora, da Corone, veline, tronisti, e altri zombie ambulanti in Costa Smeralda. E’ il documentario di Erik Gandini, scappato in Svezia a 18 anni, che mira a raccontare senza pigli seriosi di reportage davvero“pericolosi”, la mutazione antropologica degli italiani, non facendo quindi un film contro Berlusconi in senso stretto, ma mostrando la fusione tra politica e intrattenimento televisivo, un mondo a immagine e somiglianza del suo Imperatore. Il documentario ha già preoccupato molti animi (eppure rispetto ad altri è così innocuo!), tanto che Rai e Mediaset si sono rifiutate di trasmettere il trailer, e suscitato polemiche veneziane, visto che Videocracy è presente alla mostra di Venezia 2009.

Prodotto dalla svedese Atmo e dalla danese Zentropa, sarà proiettato anche al prossimo festival di Toronto, confermando i consensi al regista, già autore di un documentario su Guantanamo. Videocracy non è una puntata di Report, ma utilizza la seduzione dell’immagine, del grande blob in cui siamo immersi (montaggio magistrale), lo stesso linguaggio comunicativo di ciò che in modo freddo e diretto vuole denunciare.

Natasha Ceci

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Gli abbracci spezzati

Posted on 08 novembre 2009 by Natasha Ceci

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Ancora una volta il maestro Almodòvar riprende le corde a lui tanto care del melò avvolgente, mai stucchevole e inverosimile quanto basta. Gli abbracci spezzati sono quelli dolorosamente rimossi dal regista Mateo Blanco (Lluìs Homar) che in un incidente perde la vista e la sua amata.

Cancellato il passato, Mateo si costruisce una nuova identità: Harry Caine, pseudonimo con il quale firma sceneggiature, racconti ed altri lavori letterari. Accanto a lui la fidata direttrice di produzione e il figlio di lei, al quale Mateo racconta il suo passato “epico”: dall’incontro con Lena (una sublime Penélope Cruz), umile segretaria e poi donna del broker Ernesto Martel, alle riprese del suo film “Chicas y Maletas”. Il passato si incastra al presente (“ci sono cosa da cui non si può fuggire” ribadisce un personaggio di Kar Wai) e le passioni almodovariane sono sempre intense e violente e, nel loro essere preda del destino, giustificano tutto, anche un omicidio. Su tutto giganteggia un atto d’amore profondissimo: quello per il cinema. Il cinema dello stesso regista spagnolo, con i suoi riferimenti a Donne sull’orlo di una crisi di nervi e alle sue attrici feticcio come Rossy De Palma.

Il cinema che lo ha formato: Fellini, Lang, il noir e l’ironia sagace di Wilder, le letture di Tonino Guerra e Rossellini. Gli abbracci spezzati sono anche quelli dei due corpi mummificati che turbano la Bergman in Viaggio in Italia, mentre si aggira assieme al marito per le rovine di Pompei. Almodòvar cita non per autocompiacimento ma per amore e per esprimere il cinema come rappresentazione e duplicazione della realtà. Una realtà che è carne tremula mai doma.

Natasha Ceci

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Lebanon

Posted on 05 novembre 2009 by V

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Fresco di palma d’oro veneziana, Lebanon è lo sguardo claustrofobico sull’uomo braccato dalla guerra, carnefice e vittima allo stesso tempo. Girato da chi l’inferno della guerra l’ha visto realmente, Samuel Maoz, è un’opera visivamente potente nel suo minimalismo tragico.

Maoz trattiene lo spettatore tutto il tempo dentro un carro armato, in quel del Libano nel 1982, assieme a quattro ragazzi soldati quasi per caso. Quello che vedono loro vediamo noi e quella che doveva essere una semplice missione di perlustrazione diventa una trappola mortale, un incubo ad occhi aperti. In un rincorrersi di soggettive e fumo, sangue, olio in pozze d’acqua, gli unici esterni sono un campo di girasoli e uno di banane, il resto delle riprese è avvenuto in un teatro di posa e in qualche set periferico.

Lebanon è il film di una generazione, quella che ha vissuto una guerra caotica, di tutti contro tutti, un conflitto molto più impreciso di quello del Kippur e di altre. Maoz è tornato dall’inferno e lo ha raccontato con tocco personale, senza paura di ammettere i tratti quasi “psicoanalitici” della gestazione del film. Non è l’unico: già il regista di Valzer con Bashir, Ari Folman, affrontava la questione dei soldati israeliani reduci dal Libano, tra rimozioni e memorie furiose. La politica è sullo sfondo. Quello che davvero importa a Maoz è trasmettere un animo massacrato, una ferita emotiva senza troppi filtri intellettuali e logicamente esatti. Crediamo che ci sia riuscito in pieno, lo smarrimento dei quattro soldati è il nostro e l’iscrizione sulla parete interna del carro ci trafigge con stridente suono metallico: Il carro è ferraglia ma l’uomo è d’acciaio.

Natasha Ceci

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Alicia en el país

Posted on 03 novembre 2009 by admin

Alicia vaga muta e silenziosa tra il Cile e la Bolivia, la natura è ora matrigna ora stupefacente. Nel viaggio nel paese delle (non) meraviglie il rumore dei suoi passi e del suo respiro affannoso si alterna ai ricordi dell’infanzia; alle manifestazioni tradizionali del suo villaggio. Ma che fa Alicia? No, non ha tempo per guardare i gatti. Ha tredici anni ed appartiene alla tribù Quechua (il principale gruppo etnico della tribù inca) e dal sud della Bolivia percorre, a piedi, 180 km, per arrivare a San Pedro de Atacama, nel nord del Cile, per trovare lavoro. Un film davvero ridotto all’osso, dove le vere protagoniste sono le stagioni che si alternano: il gelo della neve, l’arsura, e di nuovo l’inverno.

Lo sguardo del regista cileno è posato sugli sguardi spaesati e determinati di Alicia, e fino alla didascalia esplicativa finale, in realta’, non comprendiamo le ragioni di questo lungo viaggio. il percorso di Alicia e’ lo stesso di tanti altri migranti che dal sud attraversano un intero paese per giungere nel “ricco” e turistico nord. Un viaggio di iniziazione moderno, dove la meta, forse, non coincide con l’evoluzione della specie. Lorrain ha gia’ avuto modo di mostrarsi particolarmente attento alle problematiche della sua terra: nel 1998 gira il documentario “Patio 29″ sui diritti umani in Cile;nel 2000 con “Ralco” mostra la resistenza di una comunita’ indiana alle pressioni di una compagnia elettrica. “Alicia en el pais” e’ il suo primo lungo di “finzione”.

La lotta stavolta si svolge tra immagini cartolinesche, e questo, certamente, non e’ detto che sia un demerito.

Natasha Ceci

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Cosmonauta

Posted on 08 ottobre 2009 by admin

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Un piccolo racconto di formazione, una Caterina va in città in salsa indie e sognante. Storia di Luciana, bimba del Trullo che nel 1957 scappa dalla prima comunione perché “comunista”. Attorno a lei una mamma dai matrimoni sfortunati e confusi (una brava Claudia Pandolfi), un fratello strambo e stordito dai farmaci per epilessia e la sezione della FGC locale dove Luciana si alfabetizza alla vita nel suo circolo vizioso di sconfitte e passioni.

Il sottofondo storico, la corsa allo spazio di americani e sovietici, appare come nulla di didascalico, scandisce semplicemente l’atto della meraviglia e illusione dell’adolescenza, anche giocando con immagini vere di repertorio. Davvero un tempo con definiti schieramenti ideologici gli animi erano meno ingarbugliati? Susanna Nicchiarelli, regista e attrice, pare proprio chiederselo. Dopo vari cortometraggi e documentari, approda al racconto di un pezzo di storia così lontano, così vicino, con dei toni da commedia dolce e surreale e con una colonna sonora davvero interessante e non casuale. Vecchi pezzi degli anni sessanta vengono rielaborati dai torinesi Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo con la sensuale voce di Robertina, o dai sardi Sikitikis (ascoltate la loro versione di cuore matto), per poi aggiungere anche il nuovo rock indie italiano dei Virginiana Miller, direttamente da Viareggio. Anche grazie alla musica, e ad una sapiente fusione con immagini di repertorio, si può andare oltre i confini della Storia e parlare di oggi. Proiettato a Venezia 2009 nella sezione Controcampo.

Natasha Ceci

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