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Saw VI

Posted on 05 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Sesto capitolo della saga dell’enigmista. Sesto capitolo di quella che ormai sembra candidarsi come una storia infinita, perché infiniti potrebbero essere gli omicidi ‘messi in scena’ da Jigsaw, e altrettanto senza fine le loro cause scatenanti, gli ‘errori’ commessi da infinite persone, meritevoli del giudizio dell’enigmista.

Così devono pensarla i detentori dei diritti della saga che, nonostante i risultati al botteghino in USA non abbiano raggiunto gli incassi dei precedenti capitoli, hanno già messo le mani avanti su un prossimo capitolo VII, ovviamente in 3D. Ma torniamo alla parte VI che, proprio in questi giorni, arriva nelle sale italiane, dopo essere stata presentata in anteprima al Fantafestival.

John Kramer (Tobin Bell), l’enigmista, deceduto nel capitolo III, non vuol saperne di abbandonare la scena e, anche se è stato fisicamente soppiantato nella sua missione dal detective Hoffman (Costas Mandylor), riesce ad essere presenza costante per tutto il film, grazie ad apparizioni video-registrate e copiosi flashback.

Saw VI porta la firma di Kevin Greutert (The strangers, 2008), new entry nelle fila del fenomeno seriale, che però riesce a mantenersi ben al di sopra della soglia di guardia, confermando stile, atmosfere e ritmi serrati che hanno fatto di Saw la saga più seguita degli ultimi anni, al punto da poter sfornare con sicurezza un capitolo all’anno dal 2004 ad oggi.

Due i punti chiave attorno a cui ruota questo sesto capitolo: una misteriosa scatola contente sei buste, che Kramer lascia in eredità alla moglie Jill (Betsy Russel); e la figura del direttore di un’agenzia medico-assicurativa, William Easton (Peter Outerbridge), uomo freddo e spietato che ha costruito un impero finanziario, negando assicurazioni sulla vita a gente malata e bisognosa.

Tempo prima, il nostro caro assicuratore, amico di Jill, arrivò a sfidare involontariamente l’enigmista, proprio negandogli la copertura assicurativa durante la sua lotta contro il cancro.

Si sa, Jigsaw non perdona; ma quella postuma del signor Kramer è molto più che una vendetta personale.

Siamo di fronte ad una pesantissima critica del sistema sanitario USA. Quella architettata nel più piccolo particolare da Kramer, e messa in atto dai suoi “discepoli”, è una violenta riscossa contro i soprusi perpetrati per anni da William Easton ai danni di povera gente senza difese.

Una rivolta: la vita stessa che rivendica il suo valore reale a chi l’ha centellinata, moneta per moneta, come fosse proprietà privata.

Non mancano scene di puro gore, che ormai sono il marchio di fabbrica della saga, e di altri film nati all’ombra del torture porn. Per i cultori del sottogenere si inizia bene già dalle prime sequenze: una donna afroamericana e un uomo in sovrappeso dovranno alleggerire di mezzo chilo il peso del proprio corpo in un solo minuto, per liberarsi dai trapani che gli perforeranno il cranio. L’uomo ha tanto strato adiposo da asportarsi dolorosamente, la donna dovrà decidere a cosa rinunciare. Ovviamente solo il più veloce resterà in vita.

Un capitolo VI meno stanco dei precedenti e con un finale aperto.

Accomodatevi, il pranzo è servito.

Luca Ruocco

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House of flesh mannequins (Fantafestival 2010)

Posted on 03 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Era ora che qualcuno, in Italia, si accorgesse di House of flesh mannequins (2008), opera prima del regista Domiziano Cristopharo, che nel resto del mondo si è già aggiudicato vari premi all’interno di importanti festival internazionali, ultimo l’Independent Spirit Award al A Night of Horror International Film Festival di Sydney.

Qui da noi, a dire il vero, il film ha fatto tanto discutere, è diventato un vero caso mediatico, nonostante la difficoltà di reperimento (sanata già da qualche mese con l’uscita in dvd per Terre Sommerse), sia per i temi trattati, che per il modo esplicito con cui Cristopharo ha deciso di affrontarli. Ma, nonostante tutto questo vociare, nessun festival, parliamo di quelli blasonati, l’aveva mai cercato. La risposta pertinente a tutto il passaparola mediatico di riviste e webzine era stato un silenzio irreale, come se niente fosse successo.

La novità è che il programma della XXX edizione del Fantafestival conteneva due aperture al panorama underground italiano: la prima, Come una crisalide (Luigi Pastore, 2009), l’altra per l’appunto House of flesh mannequins.

Noi di Taxidrivers abbiamo già trattato del film, intervistando Domiziano Cristopharo sulle pagine della nostra rivista cartacea (nel numero 17), quando il regista, incurante dei problemi distributivi del suo primo film, stava affrontando la sua seconda sfida filmica: The museum of wonders (2010).

A qualche mese di distanza, The museum of wonders è già un nuovo capitolo della carriera di Cristopharo, che è riuscito a coinvolgere un cast davvero degno di nota (che comprende Venantino Venantini, Maria Grazia Cucinotta, Maria Rosaria Omaggio e Francesco Venditti, oltre agli splendidi Nancy De Lucia e Fabiano Lioi), e a ricreare dei costumi e delle scenografie sorprendenti, con un budget davvero low.

Oggi, mentre Cristopharo è già al lavoro sul suo terzo film (Bloody Sin), House of flesh mannequins arriva in sala anche in Italia. Ad avere l’onore di “riscoprirlo”, a distanza di quasi tre anni dalla produzione, è il pubblico del Fantafestival, accorso numeroso al Cinema Nuovo Aquila di Roma.

Una sola proiezione, in un’unica sala, e poi?

House of flesh mannequins è la storia di Sebastian (Domiziano Arcangeli, che insieme a Cristopharo e a Daniele Panizza, è anche coraggioso produttore del film), uomo introverso e complessato che, in tenera età, aveva subito numerosi soprusi psicologici inflittigli dal padre, e che ora vive una vita di angosciosa solitudine, puntellata da una morbosa ossessione per ‘il guardare’.

Guardare, attraverso gli occhi meccanici di videocamere e macchine fotografiche, le più oscene e aberranti deformazioni della coscienza umana: omicidi, torture, atti sessuali espliciti e altri insinuati, ma ancora più sconci.

Gli occhi ingordi di Sebastian lo spingono sino all’omicidio, al guardare qualcosa provocato proprio da lui che, finora, era sempre stato spettatore passivo di tutte le paure videoregistrate.

La sua labile coscienza vacilla, ma non basta. Sebastian subisce il colpo di grazia quando conosce Sarah (Irena A. Hoffman), sua nuova vicina di casa.

L’incontro non è casuale, e i due si fondono pericolosamente: lei rimarrà per sempre invischiata nel vortice perverso ingabbiato nella videocamera di Sebastian, mentre quest’ultimo finirà preda delle allucinazioni figliate dalle oscenità incamerate dai suoi occhi voraci.

Oscenità che lo avevano portato, nella parte centrale del film, a visitare la casa dei manichini di carne, un luogo da incubo, un po’ lunapark – freak show, un po’ bordello, dove le ossessioni del fotografo prendevano corpo in assurdi performer (interpretati da body artisti e attori hard), manichini di carne indaffarati ad affliggere i loro corpi nudi con pratiche sessuali e violenze. Manichini fattisi portavoce dei messaggi che il pubblico odierno vuole ascoltare, abituato dalla spietatezza dei media.

Nel film di Cristopharo c’è spazio per tutto: dalla critica sociale alla chiesa e ai mezzi di informazione, alla sapiente sceneggiatura, ben studiata  e senza cadute di tono. Dagli ottimi attori (oltre a quelli già citati, uno straordinario Giovanni Lombardo Radice, nei panni del padre malato di Sarah), ad una proposta molto personale di horror indipendente (e l’unicità è una delle carte più importanti per un film indie). Dall’elaborata fotografia di Mirco Sgarzi, alla lascivia del voyeur in cui il regista incatena il protagonista e lo spettatore.

Il consiglio è quello di continuare a tenere d’occhio il lavoro di Domiziano Cristopharo che, di certo potrà riservare altre belle sorprese, sperando che, nei tempi a venire, non sarà così difficile assistere, in patria, alla proiezione di uno dei nostri registi indipendenti più interessanti.

Luca Ruocco

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The hole in 3D (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Dopo l’ennesimo trasferimento, i giovani fratelli Dane (Chris Massoglia) e Lucas (Nathan Gamble), insieme alla madre Susan (Teri Polo), si stabiliscono in un piccolo centro lontano dalle grandi città, con l’intenzione di metter radici. Almeno sino a quando l’ex marito della donna, e padre dei due ragazzi, un uomo malvagio e violento, non riesce a trovarli.

Dal momento della difficile separazione, infatti, Susan ha cercato in tutti i modi di far perdere le proprie tracce, in modo da tenere lontano dai figli il violento ex.

Appena insediati nella nuova abitazione, Dane e Lucas, in compagnia di Julie (Hanley Bennet), la giovane ragazza della porta accanto, scovano in cantina una misteriosa botola ben serrata da numerosi lucchetti.

L’ingenua curiosità dei protagonisti, imprescindibile leitmotiv per un film horror, fa in modo che il trio non riesca a rinunciare al richiamo della scoperta.

In men che non si dica la botola è aperta e i tre giovani stanno sbirciando, a dire il vero un po’ delusi, nel vuoto oscuro che sembra estendersi, per indefinite centinaia di metri, al di sotto della casa.

Per dare degna ricompensa alla curiosità dei tre protagonisti, però, basterà scoprire che la botola è in realtà l’unico sigillo in grado di tener serrata nel buio eterno un’indefinibile forza maligna in grado di dar corpo alle paure di ogni singolo individuo che avesse avuto l’ardire di sporgersi sull’orlo di quel baratro.

Il 2010 segna il ritorno di Joe Dante (L’ululato, 1981; Gremlins, 1984) al cinema di genere.

The Hole è un thriller-horror che avrebbe potuto rappresentare un ritorno di fiamma del regista di Pirana (1978), dopo i due episodi firmati per la serie Masters of horror: Homecoming (2005) e The Screwfly Solution (2006). Un ritorno in grande stile, visto che Dante aveva anche progettato di cavalcare l’onda d’indiscussa moda del 3d.

Ma a dire il vero, dopo la visione, di The Hole rimane molto poco,e il 3d si dimostra ancora una volta sterile tecnica per niente asservita ad una reale crescita della struttura narrativa-spettacolare del film, che avrebbe sortito il medesimo effetto anche senza.

The Hole è pensato come un ‘horror per famiglie’ e, anche se ripropone i cliché tipici della ghost story (bambine fantasma, pupazzi animati, presenza che si muovono nel buio della cantina), risulta più funzionale nelle parti marcatamente “comedy”, che non in quelle “thrilling”.

Dai toni molto fumettistici, il film è però dichiaratamente teen già dalla sceneggiatura, firmata da Mark L. Smith (Vacancy, 2007), che con The Hole desiderava lavorare ad un racconto sì spaventoso, ma fruibile senza problemi da un pubblico di giovanissima età.

Curato e inattaccabile dal punto di vista tecnico, il film non annoia ma lascia il tempo che trova, e da Joe Dante continuiamo ad aspettarci di più.

Luca Ruocco

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Giallo (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Il Dario Argento che tutti abbiamo amato, l’ingegnoso regista che ha portato il thriller italiano nelle sale di tutto il mondo, il meraviglioso autore di alcuni dei più bei titoli del nostro cinema di genere, non esiste più.

E’ inutile recriminare sulla cattiva riuscita di un film come Giallo, o di quelli che lo hanno preceduto (La terza madre, 2007; Il cartaio, 2003).

Inutile è, soprattutto, cercare un punto di contatto reale, carnale, fisico, tra l’ultima parte della filmografia argentiana con i film che lo hanno reso un maestro del cinema di paura a livello internazionale.

Tutto questo è inutile perché non possono esserci punti di contatto fra Suspiria (1977) e La terza madre, e non ci sono comuni denominatori fra L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e Giallo.

Non parliamo di piccoli fils rouges, come il fatto che l’omicida seriale fondi il suo squilibrio su gravi problemi di retaggio infantile, e che sfugga la macchina da presa (a dire il vero molto poco in Giallo) mentre massacra in maniera fredda e calcolata le sue vittime.

Questo è l’involucro, il primo livello di lettura. Solo il seme di uno dei tanti film di Dario Argento, e lo ritroviamo anche in Giallo. Quello che è davvero tristemente inutile è andare alla ricerca di quella cura del particolare, di quella ricerca dell’inquadratura, di quell’articolata scenografia e del sapiente lavoro sul colore che facevano sì che dei film di Argento rimanesse vivo nella memoria dello spettatore un senso estetico marcato e molto personale, magari solo un’immagine, che però avrebbe saputo rappresentare, meglio ancora di uno degli efferati omicidi, un nuovo modo di pensare al cinema di genere italiano.

Ebbene, Giallo non ha nulla del vecchio Argento.

A cominciare dal cast, composto dal premio oscar Adrien Brody e da Emmanuelle Seigner, forse il più importante mai diretto da Argento, impegnato, però, ad interpretare due tra i personaggi più inutili e meno credibili della sua filmografia. Il ‘lupo solitario’, per il premio Oscar: un ispettore di polizia freddo e razionale, senza il senso del pericolo e marcatamente asociale, segnato da un fatto di sangue, anche per lui radicato nel periodo dell’infanzia. La sorella di una delle possibili vittime, per la moglie di Roman Polanski.

Non si sa bene perché, e in realtà un vero motivo non c’è, il “lupo solitario” accetti la pedante compagnia della donna, fino a farla diventare la sua compagna di caccia.

Ma questa non è l’unica falla della sceneggiatura di Jim Agnew e Sean Keller: i due autori immaginano anche una sorta di parallelismo fra la vita del killer e dell’ispettore (entrambi con un passato difficile e, in qualche, modo esclusi dalla società). Idea di per sé vincente e fresca, se non fosse che le storie dei due personaggi sono solo dei frammentari accenni, senza spessore.

Anche l’idea di metter nelle mani di Brody sia il buono che il cattivo di Giallo, sarebbe potuto essere uno spunto interessante, soprattutto dal punto di vista attoriale. Ma il trucco pensato per il killer è davvero imbarazzante, e si rimpiangono i tempi in cui gli assassini di Argento erano delle mani guantate per quasi l’intero film. Conoscere l’assassino non è di per sé un male, ma trovarsi di fronte ogni volta un personaggio così grottesco toglie mordente alle poche scene forti del film, oscurando gli effetti di Sergio Stivaletti.

Giallo è un film senza sentimenti. Peccato, perché le prove argentiane di Jenifer (2005) e Pelts (2006), girate per la serie Masters of horror, avevano fatto sperare davvero bene.

Occluso per circa un anno e mezzo nelle spire di diabolici problemi distributivi, Giallo sta per arrivare anche in Italia, per mano della Dell’Angelo Pictures.

Luca Ruocco

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Come una crisalide (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Come una crisalide (2009), primo lungometraggio del regista Luigi Pastore, è uno dei due titoli indie, insieme a House of the flesh manniquines (Domiziano Cristopharo, 2008), presentati in anteprima all’interno della XXX edizione del Fantafestival.

Come una crisalide di Pastore è un lungo bodycount d’ispirazione marcatamente anni settanta, che prima ancora di voler rappresentare una personale rivisitazione dell’horror made in italy dell’autore, pare voler avvinghiarsi proprio a questa profonda, viscerale discendenza, e trarre forza e motivo d’essere proprio dalla sua fonte ispirativa: il thriller italiano, in primis quello firmato Argento.

Il fatto che il Fantafestival dia voce alla produzione indie di qualità è di certo molto importante. Se la polvere alzata dal fenomeno Shadow (Federico Zampaglione, 2010) sarà servita a riportare a galla realtà interessanti e importanti della nostra cultura underground è ancora presto per dirlo. Fatto sta che il cinema di genere nostrano, che da anni sta battendo colpi sui tavolini da medium delle distribuzioni cinematografiche, per dimostrare la propria esistenza, sta iniziando ad esser preso in considerazione. Fosse anche su riviste come la nostra, o all’interno di un festival, come in questo caso… da qualche parte bisognerà pure cominciare.

Quello che salta subito all’occhio, però, è che Come una crisalide devia dalla semplice (e sana) ricerca di una fonte d’ispirazione. Ciò che a prima vista sembra succedere è l’annullamento di ogni identità autoriale, in funzione di un’immolazione volontaria, un sacrificio ricompensato con il tentativo di clonazione di situazioni, atmosfere, personaggi e musiche troppo ‘argentiani’.

Pastore arriva a confezionare un film-omaggio al regista romano e alla sua cinematografia thrilling, senza voler osare di più. Come una crisalide potrebbe star in piedi senza sostenersi al bastone su cui s’appiglia?

Quella di film-omaggio sembra essere l’identità che lo stesso regista ha pensato per il suo primo lungometraggio. Non solo per i temi narrati (un misterioso killer mai inquadrato in viso, che compie un cammino di sangue e violenza per vendicarsi di una vita infausta, che sin dalla nascita non gli ha riservato un attimo di serenità), ma anche e soprattutto perché Pastore riesce a circondarsi di nomi autorevoli, che del suo cinema di riferimento rappresentano solidi pilastri: Simonetti e i Daemonia, che concedono un cammeo e il supporto musicale, effetti speciali “old style” di Stivaletti, epigrafe iniziale concessa da Dario Argento e, per finire, madrina della serata di presentazione al Fantafestival, Daria Nicolodi.

Altra cosa da non trascurare è che Luigi Pastore sceneggia il film con Antonio Tentori, autore di film come Un gatto nel cervello (Lucio Fulci, 1990) e L’isola dei morti viventi (Bruno Mattei, 2006), nonché di numerosi testi critici sul cinema di genere italiano. Un’altra importante personalità, insomma, che decide di mettersi totalmente in gioco, interpretando anche l’enigmatico omicida, armato di coltello e videocamera, utile a catalogare le oscene morti delle sue vittime, per costruire un personalissimo diario terapeutico che sfocerà nell’incontro con l’unica ragazza che saprà far conoscere al killer l’innocente sentimento dell’innamoramento.

Le atmosfere thrilling argentiane, ricreate a basso budget da Pastore (con tutti i ridimensionamenti del caso), sono condite da torbide scene d’un erotismo macabro, fulciano, che amplificano la perversa visuale dell’assassino, oltre a rimarcare ancor più un’atmosfera di provenienza assolutamente ‘made in italy’.

Se Come una crisalide non riesce a brillare di luce propria, però, va detto che Luigi Pastore, sicuro dell’aver portato a termine un’opera prima e, soprattutto, di esser riuscito ad aggregare tanti professionisti di nome attorno ad un progetto indie, potrebbe aver raggiunto l’obiettivo di caricarsi della luce riflessa del cinema che ha corteggiato, per arrivare pronto al prossimo film da mettere in cantiere. Un film, speriamo, molto più personale e onirico, magari amplificando le atmosfere grottesche e sognanti già presenti in questo primo esperimento (come quelle in cui il regista concretizza l’inconscio dell’omicida in un teatro di burattini).

Visto Come una crisalide, rimaniamo in guardia, curiosi di poter vedere qualcosa che sia totalmente farina del sacco di Pastore. Staremo a vedere.

Luca Ruocco

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Shadow

Posted on 15 maggio 2010 by Luca Biscontini

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David (Jake Muxworthy) e Angelina (Karina Testa) guardano impotenti la loro avventurosa vacanza in mountain bike trasformarsi in una caccia all’uomo, in cui ricopriranno il difficile ruolo della preda. Nel tentativo di sfuggire a due pericolosi cacciatori (Ottaviano Blitch e Chris Coppola), i due giovani si spingono inconsapevolmente in un territorio liminale, ovattato dalla nebbia e dominato dall’Ombra. Cacciatori e prede non saranno più così diversi, una volta messo piede in quel luogo.

Shadow, secondo film di Federico Zampaglione, dopo Nero Bifamiliare (2006), arriva nelle sale italiane il 14 maggio, come un blasonato eroe di guerra. Sulle sue spalle il peso delle numerose parole spese sul suo conto da riviste e magazine di cinema, e ben esposte sull’uniforme le medaglie di battaglie già vinte.

Oltre ad aver conquistato il premio Nocturno Nuove Visioni 2009, assegnato dalla rivista omonima, e le statuette come Best Screenplay e Best Horror Director al Fantasy Horror Awards 2010, è riuscito a sedurre le platee di importanti festival internazionali.

Ma la medaglia più scintillante è quella che battezza Shadow come augusto segnale della rinascita del cinema di genere (horror) italiano. La dichiarazione sarebbe, di per sé, futile, se non fosse che per Zampaglione, grande appassionato di cinema horror e fine conoscitore dei capisaldi della nostra industria di genere, quello di far rifiorire in patria una prolifica produzione thriller-horror è un impegno più che sentito.

Se con Nero Bifamiliare, il regista si trovò a dover attutire i toni cupi pensati per il suo esordio filmico, per la sua seconda esperienza dietro la macchina da presa Zampaglione non accetta compromessi.

Scritto a sei mani con il padre Domenico, e con Giacomo Censini, Shadow è un horror complesso: non un semplice slasher, non uno di quei torture porn tanto alla moda, e nemmeno un horror-politico o sociale alla Romero.

Il film riesce a mantenersi costantemente in bilico fra le tre cose: fermenta in atmosfere chiaramente ispirate a cult come Non aprite quella porta (Tob Hooper, 1974) e Un tranquillo weekend di paura (John Boorman, 1972), non a caso Zampaglione ha più volte dichiarato la sua profonda stima verso i lavori filmici di Rob Zombie…

Allo stesso tempo, però, Shadow riesce a cavalcare l’onda di attualissima tendenza del torture porn, nel cui sottofilone il film dovrebbe rientrare, se non intervenisse il lavoro di decostruzione che il regista compie all’interno del genere. Zampaglione architetta efferate torture, messe in atto dal più convincente dei villain degli ultimi anni, l’androgino Mortis, impersonato magistralmente da Nuot Arquint: l’Ombra.

Ma oltre ai poveri malcapitati, sono le stesse scene di tortura ad essere sezionate dal regista e a rimanere monche. A scomparire è l’atto mostrato con crudezza e per intero. Quello che rimane è pura suspense, paura più che ribrezzo: il sapere cosciente che stia succedendo qualcosa di terribile e violento, che ci viene appositamente nascosto (messo in Ombra), per poi metterci di fronte al fatto compiuto.

I riferimenti politico-sociali non vanno cercati in seconda lettura, ma ci vengono sbattuti contro, violentemente, come scene gore. L’ombra della guerra in Iraq si fonde con l’Ombra aliena chiamata Mortis, che abita la nebbia notturna dei paesaggi meravigliosamente fotografati.

Unico neo resta il finale, che se per certi versi affascina, ingannandoci in un macabro gioco da matrioska, arriva però troppo velocemente, e con una troppo riconoscibile citazione.

Anche se risulta puerile parlare di rinascita del genere horror italiano, intorno a cui le nostre case di produzione sembra abbiano eretto un muro di silenzio, si può realisticamente pensare che Shadow possegga tutte le carte in regola (ottima fotografia, attori tutti convincenti, buon ritmo e scelte registiche azzeccate) per essere la scintilla scatenante dell’incendio che potrebbe riportare in auge un vivissimo, ma invisibile, mondo di produzioni horror made in Italy, finora obbligate a rimanere underground.

Luca Ruocco

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Cella 211

Posted on 20 aprile 2010 by Luca Biscontini

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«Loro usciranno, mentre tu finirai per trascorrere qui dentro la maggior parte della tua vita». Juan Olivier, uomo qualunque preso di peso dall’immaginario hitchcockiano, viene introdotto alla sua drammatica parabola di vita da questa profetica battuta.

Il terzo lungometraggio firmato Daniel Monzon è un onesto prison movie che strizza l’occhio ad alcuni classici del sottogenere in questione (vedi Rivolta al Blocco 11 di Don Siegel); sostenuto da un corretto uso della suspense e da qualche timida ma efficace virata metacinematografica (l’utilizzo reiterato di riprese provenienti dalle telecamere a circuito chiuso, dai telefonini o dai servizi televisivi), esalta l’improvvisa educazione “bunkeriana” di un infiltrato per necessità di sopravvivenza, attraverso uno stile di regia capace di rasentare il tocco documentaristico. Accompagnato in Spagna da otto premi Goya (tra i quali Miglior Regia, Attore, Attrice non Protagonista e Attore Esordiente, Montaggio, Sceneggiatura non originale e Suono), si palesa ben presto per quello che è: il classico compitino ben svolto con all’attivo una serie di “figure retoriche” proprie del filone di appartenenza (una su tutte la guardia carogna alla quale piace menar le mani), e il contributo di un’originale inventiva ridotto al minimo indispensabile.

Monzon rivede e corregge l’ispirazione letteraria proveniente dal romanzo di Francisco Pèrez Gandul da qualsiasi elemento che abbia a che vedere con il sottotesto politico dell’opera d’origine, gettandosi d’istinto nelle dinamiche d’amicizia tra il novellino Mutande e il capopopolo Malamadre. Ne vien fuori una calibrata vertigine di morte, all’interno della quale l’approccio cronistico snocciolato su diversi piani temporali nell’incipit, cede progressivamente il passo a un tono da fiction strappalacrime. Tanti, latenti difetti, ma anche un innegabile pregio: quello di lasciarsi piacevolmente guardare.

Luca Ruocco

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L’uomo nell’ombra

Posted on 05 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Un giovane scrittore inglese (Ewan McGregor) viene incaricato di portare a compimento, come ghostwriter, la stesura dell’”autobiografia” dell’ex primo ministro inglese Adam Lang (Pierce Brosnan), dopo la prematura e accidentale scomparsa dello scrittore che da anni collaborava col politico. Nonostante lo scarso interesse creativo, la proposta è difficile da rifiutare, soprattutto per l’offerta economica davvero succulenta. Il ghostwriter dovrà partire la sera stessa per un’isola sperduta della costa orientale degli Stati Uniti e passare un mese accanto a mr. Lang, per riuscire a scavare nel suo cuore, oltre che nella sua vita politica.

Fin da subito, però, lo scrittore si troverà invischiato in qualcosa di torbido. Qualcosa che sino alla fine non riuscirà a mettere a fuoco, ma che, ugualmente, lo imprigionerà sin dal momento in cui, ancora prima di incontrarlo, verrà a conoscenza delle accuse di terribili crimini di guerra mosse verso l’ex primo ministro.

Roman Polanski, in sala dopo cinque anni dal suo Oliver Twist (2005), torna a calcare le assi del thriller, stavolta condito in salsa politica.

L’uomo nell’ombra, tratto dal romanzo The Ghostwriter di Robert Harris (con cui il regista ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura del film), specula in maniera elegante, e mai sopra le righe, sul tema del “non fidarti di nessuno”.

Il ghostwriter si troverà ad indagare sui possibili trascorsi dell’ex premier britannico come agente segreto della CIA, e sulla possibilità che l’incidente in cui lo scrittore che l’aveva preceduto aveva perso la vita sia in realtà doloso; come se non bastasse si troverà a fare da spartiacque nella non più felice vita matrimoniale dei coniugi Lang.

A dividere le scene con l’anonimo ma acuto protagonista è il manoscritto redatto dal suo predecessore che, quasi pronto per la stampa, oltre a contenere, ben criptata, la soluzione del mistero che aleggia attorno alla famiglia Lang, ruberà definitivamente la scena al suo comprimario in un eccezionale finale che, purtroppo, rappresenta l’unica vetta raggiunta da L’uomo nell’ombra.

Polanski firma un’opera insapore, istruita ma troppo impersonale, quasi a voler dimostrare una supremazia data al romanzo di Harris, cui si deve la trovata davvero originale di trasformare il navigatore satellitare di una delle auto di servizio della magione Lang nel più fedele informatore dello scrittore.

Ma se Harris si mostra attento e presente, attraverso il lavoro di adattamento del romanzo, e il giovane protagonista non vuol proprio saperne di vivere nell’ombra del suo assistito, chi sembra scomparire è proprio Polanski (ghostdirector più che ghostwriter), di cui si riconoscono sicuramente le forti dosi di humour nero. Viene da chiedersi dove sia finito l’autore di film “fuori dall’ordinario”, come Rosemary’s Baby (1968) e L’inquilino del terzo piano (1975).

Al Festival di Berlino L’uomo nell’ombra è riuscito, comunque, a regalare a Roman Polanski l’Orso d’Argento come Miglior Regia.

Luca Ruocco

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Morte a domicilio

Posted on 01 aprile 2010 by Luca Ruocco

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Una ragazza distesa nella vasca da bagno, decide di farla finita. Con una lametta fra le dita, cerca il coraggio per recidere le vene del polso. Qualcuno bussa alla porta… Cosa succede quando scendi a patti con la morte? Andrea Navicella e Max Viola realizzano un corto molto d’atmosfera, grazie anche ai colori cupi e caldi, che riescono ad avvolgere lo spettatore e a trascinarlo nell’intimità della storia. La giovane suicida cade nel tranello di una Morte burocrate, che manda in giro i suoi impiegati per procacciare clienti; e va da sé che l’unico modo per scindere il contratto sia quello di scambiare la propria morte, con quella di un altro. Ancora una volta Amore fa ruotare Vita e Morte ma, anche se l’argomento sembrerà abusato, Navicella e Viola non saranno certo gli ultimi dei romantici.

Luca Ruocco

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Massacro sulla collina

Posted on 30 marzo 2010 by Luca Ruocco

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Un gruppo emergente di rockers sta viaggiando, assieme al manager, verso la prossima tappa del tour. Sulla strada incontrano una giovane autostoppista, e decidono di caricarla. Il viaggio non sarà dei più facili, soprattutto perché il destino inizierà a ricamare sulle vite dei giovani protagonisti, costringendoli ad una lunga sosta in collina. Alberto Donati ci mostra quanto labile sia l’equilibrio dell’animo umano, così avvezzo a perdersi nei fumi di una malvagità inspiegabile e fine a sé stessa. Massacro sulla collina è un body count di 26 minuti che assembla organicamente atmosfere 70’s a tematiche più platealmente attuali, e riconferma l’abilità autoriale e tecnica di Donati, cantore di un’umanità sempre bieca e famelica. Se non avete mai ascoltato i Greesers, vi consigliamo di correre ai ripari…

www.albertodonati.com

Luca Ruocco

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Wolfman

Posted on 01 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Lo si aspettava da tempo e, in un momento cinematografico denso di remake, soprattutto in campo horror, in qualche modo si era più portati ad essere prevenuti. Niente di più sbagliato, perché il Wolfman di Joe Johnston (Jurassic park III), interpretato e co-prodotto da Benicio Del Toro, non solo è un ottimo b-movie travestito da blockbuster, ma è di certo una delle più riuscite operazioni di restyling di un’icona filmica degli ultimi anni: un omaggio ancor più che un remake, un film ragionato ed elegante, che riesce ad arricchire rispettosamente l’originale di George Waggner del 1941, senza risultare eccessivo o posticcio.

Il lavoro di ricostruzione parte per mano degli sceneggiatori Andrew Kevin Walker e David Self che rielaborano la sceneggiatura di Curt Siodmak. Nel nuovo script acquista maggior rilievo la figura di sir John Talbot, padre del protagonista Lawrence, un personaggio di secondo piano nella versione originale, che qui assume un’importanza decisiva, oltre che un marcato carattere, grazie all’interpretazione di Anthony Hopkins (il Van Helsing del Dracula di Bram Stoker di Coppola).

Del Toro ci regala un Lawrence Talbot meno arrendevole di quello di Lon Chaney jr., anche se segnato da eventi più tragici, come l’aver assistito da piccolo alla terribile morte della madre, e ad aver passato anni in un manicomio, dove suo padre l’aveva rinchiuso. Da qui prende corpo un difficile rapporto padre-figlio, che farà da tappeto emozionale a tutto il film. Ritroviamo Lawrence adulto e attore teatrale affermato, che dall’America viene richiamato in Inghilterra da un’allarmate lettera in cui si annuncia la misteriosa scomparsa del fratello. Come nel film di Waggner, il ritorno a casa non porterà troppa fortuna al figliol prodigo, che sarà macchiato per sempre dalla maledizione della licantropia.

Wolfman propone un rispettoso rinnovo dal punto di vista visivo, attraverso le scenografie di Rick Heinrichs (già scenografo di Batman returns e Planet of the apes di Tim Burton), che riesce a ricostruire una Londra vittoriana e oscura senza cadere nell’eccessivamente gotico, e grazie anche alla creazione dell’Uomo Lupo, ad opera del mostro sacro Rick Baker, già premio Oscar per il miglior trucco con Un lupo mannaro americano a Londra (1981) di John Landis.

Il nuovo uomo lupo è un riuscito mix di trucco ed effetti digitali, che ricorda molto quello interpretato da Chaney, ma che allo stesso tempo riesce ad apparire più moderno e terrificante. Come già in Un lupo mannaro americano, Baker si impegna in una straordinaria sequenza di trasformazione, segnando un altro punto fermo nell’immaginario horror. Il film non si esenta neanche da gradevoli citazioni, come la perfetta ricostruzione del bastone col manico a testa di lupo di sir Talbot, già visto nel ’41, o le scene dove il licantropo semina il panico per le strade della Londra vittoriana, rievocando non poco le sequenze del film di Landis.

Luca Ruocco

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Paranormal activity

Posted on 10 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Nelle sale italiane dal 5 febbraio, il film indipendente dell’esordiente Oren Peli, che è già riuscito nella doppia impresa di “terrorizzare l’America” (nella persona di Steven Spielberg), e di incassare 19 milioni di dollari in patria, a fronte dei soli 15 mila spesi per auto-produrlo.

La storia è semplice: Katie e Micah si sono da poco trasferiti nella loro nuova casa, alla periferia di San Diego, quando l’entità spiritica che perseguita la giovane fin dall’infanzia torna a farsi viva, e mostra intenzioni davvero belligeranti.

Paranormal Activity s’inserisce nel munifico filone del reality movie, cercando di mostrarsi il più connesso possibile al capostipite The Blair Witch Project di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez (1999).

A dieci anni di distanza, e con pellicole come Diary of the dead (George A. Romero), [Rec] (Paco Plaza – Jaume Balagueró, 2008) e Cloverfield (Matt Reeves, 2008) che hanno lavorato sulla scia tracciata dalla strega di Blair, Oren Peli decide di rigiocarne le stesse identiche carte, sia dal punto di vista della tecnica, con telecamere tremolanti “usate” dai protagonisti che coincidono col punto di vista dello spettatore e agguerriti zoom, che da quello delle trovate pubblicitarie. Anche per Paranormal activity si sprecano, infatti, titoli di testa e di coda che invocano una veridicità assoluta dei fatti narrati, anche se poi pare che in realtà il film sia nato da alcuni eventi vissuti dal regista e dalla sua compagna, Toni Taylor (che assieme all’amico Amir Tbeda, completa la troupe una e trina che ha curato tutto l’aspetto tecnico del film).

Quello che è facile apprezzare di Paranormal Activity è il fatto di aver riportato la paura in una dimensione domestica: è la stessa casa a diventare fisicità del demone che perseguita la coppia di protagonisti, attraverso luci che si accendono e si spengono, rumori provenienti dalle pareti, cigolii delle porte e lenzuola svolazzanti. La paura dell’ignoto è ancora più accentuata, se l’ignoto vive nella nostra camera da letto.

Il problema, però, è che il film, della dura di circa novanta minuti, sarebbe potuto durare anche solo mezz’ora, riuscendo ad incutere agli spettatori le stesse ansie notturne.

La struttura dell’opera prima di Oren Peli, infatti, risente di una pedante ripetitività che ci presenta in maniera stantia venti identiche giornate vissute dalla nostra coppia: le mattine passate tra il bagno e il computer a lavarsi i denti e a parlare del fastidioso demone, e le notti sdraiati a letto a subire le angherie del maligno invisibile, che fino a buona metà del film non sono molto più che piccoli dispetti.

Resistere non è semplice, e forse neanche utile, poiché il regista decide di premiare la perseveranza dei suoi spettatori con un finale davvero deludente, che riesce a fare perdere in pochi secondi l’aura di veridicità creata, tramortendola con una trovata davvero puerile.

D’accordo, si tratta di un’opera prima, e di una produzione indie che è riuscita a scalare vette incredibili grazie al passaparola e all’interessamento di alcuni nomi noti, ma rimane da chiedersi se negli anni a venire ricorderemo Paranormal Activity come un bel film horror o come una riuscita trovata commerciale.

Luca Ruocco

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Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

Posted on 16 novembre 2009 by Ireneo Alessi

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Un gruppo di artisti girovaghi, a bordo di un enorme e fatiscente teatro ambulante trainato da cavalli, porta in scena, per le strade di Londra, uno spettacolo straordinario: l’Imaginarium.  Il dottor Parnassus, il vecchio che guida il gruppo di scarrozzanti, ha  il potere di concretizzare i desideri e le ambizioni della gente. La grandiosità dell’Imaginarium consiste nel riuscire a far viaggiare la gente all’interno delle proprie fantasie, con l’aiuto di uno specchio magico che serve da portale, per poi farle tornare alla realtà rinate e coscienti di quali siano le cose veramente importanti della vita.  Ma questo non è l’unico potere di Parnassus; il vecchio, infatti, centinaia di anni prima aveva dato inizio ad una lunga serie di scommesse con Mr. Nick, il diavolo, grazie alle quali era riuscito ad ottenere l’immortalità, e il cuore della donna amata. Ora, in un mondo dove nessuno è più pronto a dar retta ai sogni, tantomeno ad uno squinternato gruppo di artisti di strada, Mr. Nick torna a trovare il suo eterno rivale, per riscuotere il pegno di una promessa fattagli anni prima.

Parnassus (Lily Cole)

Per  riuscire a conquistare la donna amata, infatti, Parnassus aveva offerto al diavolo l’anima di un futuro figlio, proprio allo scoccare del suo sedicesimo anno d’età. Entro tre giorni, Mr. Nick porterà via per sempre Valentina, la figlia di Parnassus, e niente potrà fermarlo. Da grande scommettitore, però, quando Mr. Nick si troverà davanti al rivale di sempre, non riuscirà a rinunciare al piacere di rilanciare un’ultima scommessa: chi dei due riuscirà per primo a sedurre cinque anime e ad avvicinarle al bene o al male, avrà in premio l’anima di Valentina. Tutto sembra ruotare in favore del diavolo Nick, fino a quando Parnassus e i suoi si imbattono nell’immemore Tony, un misterioso giovane che giocherà un ruolo davvero importante nel susseguirsi degli eventi. Terry Gilliam ci racconta una favola dal vago sapore burtoniano; costruisce una storia che non si ha la forza definire “brutta”, ma che allo stesso modo sa troppo di già sentito, e non solo per i palesi rimandi al Faust. Parnassus non è, dal punto di vista narrativo, un film particolarmente ispirato, sa avvilupparti, ma non riesce a sorprenderti, con un’ingenuità che non profuma di genuinità.  Ma se il lavoro drammaturgico va avanti senza infamie né lodi, il film può riuscire comunque a far invaghire lo spettatore ma, in maniera sbalorditiva, risultano più affascinanti le scene ambientate nel mondo reale di quelle realizzate “oltre lo specchio”. Colpiscono, ad esempio, i momenti di vita quotidiana dei componenti della compagnia itinerante, come è perfettamente riuscito l’effetto di straniamento creato dal contrasto “temporale” fra il teatro-carro di Parnassus e la Londra dei nostri giorni.

Ma la magia va scemando, e sembra un controsenso, proprio quando qualcuno oltrepassa lo specchio e i sogni materializzati si rivelano solo come un enorme abuso di computer grafica. Panorami e creature surreali circondano gli attori in carne ed ossa, ma non riescono a fondersi con essi. Animazioni che sembrano fuggire dalle opere di Magritte [e di Dalì], ma che non riescono ad emularne la concretezza e l’organicità. Chi aveva lasciato Gilliam nel pachidermico Tideland, tediosa e inamovibile favola sul caso umano, lo ritroverà in Parnassus sicuramente rinato e molto più agile nel gestire le due ore di film, che si lascia guardare, comunque, con piacere e rilassatezza. Straordinario il cast artistico, che vedeva inizialmente affiancati Christopher Plummer, Andrew Garfield, Lily Cole, Verne Troyer ed Heath Ledger, che regala al suo pubblico un’indimenticabile ultima interpretazione. In seguito all’accidentale scomparsa di Ledger [a cui il film è dedicato], Gilliam riesce a ultimare Parnassus, modificando in maniera più che dignitosa la trama, e frammentando il personaggio di Tony nei corpi attoriali di Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. Straordinariamente signorile il diavolo di Tom Waits.

Luca Ruocco

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