Tag Archive | "Recensione di Ilaria Mariotti"

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Bright Star

Posted on 10 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Le carte c’erano tutte perché l’ultimo film dell’australiana Jane Campion, Bright Star, si risolvesse in una melensa e interminabile narrazione di 120 minuti: invece no, nonostante il genere biopic (si parla della vita del poeta romantico John Keats), l’ambientazione ottocentesca e la poesia come leit motiv di tutta la pellicola, l’ultimo lavoro della regista premio Oscar per Lezioni di piano (1993) riesce a emozionare, restando credibile e non cedendo alla tentazione del romanticismo smielato.

Campion rispolvera la storia di uno dei poeti considerato, ad oggi, tra i maggiori esponenti della corrente romantica: l’inglese John Keats (interpretato dalla giovane promessa Ben Wishaw), morto nel 1821 a soli 26 anni, stroncato da una terribile tubercolosi. La malattia lo allontanerà per sempre dalla sua Fanny Brawne (la altrettanto brava Abbie Cornish), la vicina di casa, conosciuta tre anni prima, che diventerà l’amore della sua vita, e da cui si separerà alcuni mesi prima di morire in solitudine a Roma, dove era stato mandato nella speranza che il clima lo aiutasse a guarire. Il loro non è un amore facile, né tantomeno scoccato al primo incontro. I due appartengono, infatti, a mondi lontanissimi sul piano culturale: lui, una mente privilegiata, dotato di un incredibile talento per la composizione poetica (riconosciutogli troppo tardi, come spesso accade, quando lui si riteneva ormai un fallito); lei, una studentessa di moda di buona famiglia, tutta intenta a cucirsi abiti di stoffe pregiate, e a indossare cappelli all’ultimo grido. Una sciocca insomma, o una ‘civettuola’, come la considera Mr Brown (Paul Schneider), il rude ma simpatico amico di Keats, che ostacolerà fino alla fine l’amore tra i due, geloso di ogni gesto del poeta con cui condivide la casa e il lavoro, e scettico verso l’avvicinamento a una persona così apparentemente frivola. Ma anche la madre di Fanny (Kerry Fox) dovrà arrendersi al legame che, mese dopo mese, i due coltiveranno e solidificheranno fino a renderlo indissolubile, anche se impossibile per l’estrema povertà del poeta. Un matrimonio non era ipotizzabile in quelle condizioni, le convenzioni del tempo non lo permettevano.

Eppure Fanny se ne infischia: aggira tutti gli ostacoli, evita i controlli della piccola sorella e del fratello, cui la madre assegna il compito di seguirla, e vuole entrare nel mondo di Keats, prima sostenendolo nella sofferenza per la perdita del giovane fratello, poi chiedendogli di insegnarle la poesia. Da lì sarà un crescendo di passione e struggimento, tra sentimenti ossessivi e picchi di creatività per John, ispirato proprio da Fanny nella sua migliore produzione. L’arte (che sia poetica o sartoriale) esaltata dunque dall’amore, quasi un suo prolungamento.

Bright star è proprio il titolo di un’ode che Keats dedicò a Fanny, e solo uno dei tanti brani snocciolati nell’arco del film, ad accompagnare il racconto dell’innamoramento. Niente a che vedere però con il Romeo+Giulietta di Leonardo Di Caprio e Claire Danes (1996): qui non c’è niente di romanzato, ma solo le parole autentiche di un autore, mai rivalutato a sufficienza.

La regista Campion adotta il punto di vista di Fanny per dipanare gli snodi della storia, a tratti monca, fatta di piccoli e delicati momenti da condividere in coppia e di dolorosissime separazioni forzate, riempite però da un carteggio mozzafiato (di cui non restano che le lettere di Keats, che Fanny conservò per tutta la vita insieme all’anello di fidanzamento che non tolse mai). “Anche se me lo imponessi, non potrei” rispondeva lei a chi le consigliava di dimenticarlo e cercarsi un altro fidanzato. Difficile non condividere da spettatori le emozioni dei personaggi, tanto sono ben rappresentate sullo schermo, accompagnate da paesaggi di campagna bellissimi, che si aprono su distese fiorite e scorci luminosi o cupi, a seconda dell’evoluzione della trama. Perfino Quentin Tarantino – si mormora- pare abbia inviato un messaggio alla sua collega per complimentarsi del film. “Mai un innamoramento era stato così ben raccontato”, sembra le abbia scritto.

Ilaria Mariotti

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Il cacciatore di ex

Posted on 07 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Milo Boyd (Gerard Butler) è un cacciatore di taglie cui viene affidato un incarico speciale: catturare l’ex moglie Nicole Hurly (la Rachel di Friends, Jennifer Aniston), rea di aver saltato un’udienza in cui era stata convocata per aver accidentalmente investito un poliziotto. Nicole è, infatti, una caparbia giornalista, al momento sulle tracce di un omicidio, in cui – per alterne vicende da genere poliziesco – anche il detective Boyd si troverà coinvolto. Ma tra gli ex coniugi c’è ancora chimica, e un’attrazione rimasta intatta, nonostante il livore per una separazione che ha distrutto la vita di Milo. Il rocambolesco inseguimento di Nicole si trasformerà, quindi, in una fuga di entrambi per salvarsi da chi vorrebbe farli fuori a causa dell’inchiesta sull’omicidio. Inevitabile sarà il ritorno di fiamma tra i due che non hanno mai smesso di amarsi e, neanche a dirlo, arriverà immancabile l’happy end.

Opera del regista di “Hitch” e “Tutta colpa dell’amore” Andy Tennant, “Il cacciatore di ex” rientra a pieno titolo nel genere della commedia romantica hollywoodiana, a tratti però sapientemente condita con elementi di azione: non mancano gli inseguimenti tra macchine, la Aniston chiusa nel portabagagli, le manette ai polsi, le sparatorie, le torture in stile interrogatorio…E neppure i momenti comici, non solo tra i due protagonisti: uno su tutti quelli in cui appare la madre di Nicole interpretata da Christine Baranski, un’artista di burlesque che dispensa pillole di pseudo saggezza, vestita di piume di struzzo.

Jennifer Aniston è ormai l’icona di Hollywood per il ruolo della sfortunata in amore (che le calza a pennello) ed è irresistibile nel suo strizzatissimo tailleur da giornalista d’assalto mentre si aggira – senza un capello fuori posto – per le strade di New York e Atlantic City su vertiginosi tacchi dodici. Gerard Butler non è da meno: prestante e romantico al punto giusto, è l’uomo ideale da cui tutte vorremmo essere rapite. Insomma, anche l’attore scozzese è perfetto nella sua parte. Ma, a parte questo – e senza negare che le quasi due ore di pellicola scorrono senza noia – resta ben poco da ricordare del film.

Ilaria Mariotti

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Mine vaganti

Posted on 12 marzo 2010 by Luca Biscontini

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“Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre”: nell’ultimo film di Ferzan Ozpetek ,“Mine vaganti”, è il  monito della nonna al nipote Tommaso (rispettivamente Ilaria Occhini e Riccardo Scamarcio), prima di dare l’addio al mondo in una forma speciale, a concedere un ultimo atto di libertà. Non l’aveva mai fatto prima, lei che era vissuta nel ricordo di un amore impossibile, un sogno rimasto spezzato. E il rischio è che questa condanna si abbatta di nuovo sulla sua famiglia, un ricco e ultraborghese “clan” di un’assolata Puglia salentina, titolare di un pastificio che nessuno dei due figli maschi (oltre a Tommaso c’è Alessandro Preziosi nei panni di Antonio) vuole continuare a gestire, esclusa la femmina, destinata, come ovvio, a un futuro da casalinga.

E’ così che Ozpetek presenta al pubblico i suoi Cantone, co-sceneggiati insieme a Ivan Cotroneo: un’allegra famiglia del Sud graniticamente attaccata alle tradizioni, dove alle “mine vaganti”, Scamarcio, Preziosi e Occhini, si oppongono un padre ossessionato dalla buona reputazione (l’immenso Ennio Fantastichini), una madre amorevole, ma schiacciata dal peso del suo ambiente (Lunetta Savino) e una zia (Elena Sofia Ricci) bizzarra, anche lei finita, con mille rimpianti, nei cunicoli della vita borghese.

Cosa c’è di tanto clamoroso in questa classica famiglia della buona borghesia? C’è che i due rampolli predestinati a un futuro da imprenditori nell’azienda di famiglia amano persone del loro stesso sesso, e proprio quando vorrebbero finalmente fare coming out davanti a tutto il parentado, e vivere felici la propria esistenza, uno dei due – il primogenito Antonio – anticipa l’altro, stanco di soffocare da sempre i sentimenti. Tommaso, rientrato a Lecce da Roma per iniziare un futuro da scrittore, e non da laureato in economia come aveva fatto credere, dovrà ancora una volta attendere il suo turno, aspettando che termini l’estate assieme all’amica Alba (Nicole Grimaudo), ragazza dal passato tormentato, e alla cricca di amici romani arrivati nel Salento per le vacanze: quattro spassosissimi gay che tentano di dissimulare la loro ridondante omosessualità  ai Cantone, una vera chicca nella nuova commedia di Ozpetek.

Adesso “c’è molta più sfiducia nel prossimo” ha dichiarato Ozpetek commentando una battuta del film in cui si contrappongono il 2000 e l’oggi, caratterizzato dall’effetto 11 settembre. E’ questo il tema di “Mine vaganti”, intrecciato a quello dell’amore nella sua manifestazione più complicata: la famiglia, con i suoi difetti e le sue virtù. Con il risultato di una pellicola riuscita, leggera e ariosa, ma per niente scontata.

Ilaria Mariotti

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Olga e il tempo

Posted on 06 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Olga e il tempo” offre 56 minuti di totale immersione nella natura, in un mondo pastorale inconcepibile per la frenesia della societa’ contemporanea. Olga, la contadina del biellese protagonista di questa pellicola in bianco e nero priva di dialoghi, si alza all’alba e comincia la sua giornata scandita dai ritmi della vita campestre: la mungitura delle mucche, la produzione dei formaggi, l’ irrigatura dei campi, il tutto come se si trattasse di un vero e proprio rito, sottolineato dai cori liturgici della colonna sonora e dalle immagini sbiadite della fotografia.

Nulla sfugge ai ritmi austeri della vita di Olga, nessun gesto fuoriesce dal suo schema quotidiano o dalle esigenze del lavoro. C’ e’ un cane a farle compagnia, l’ unico essere con cui comunica nel corso della giornata, con cui condivide il cibo e scambia momenti di tenerezza. La simbiosi con la natura e’ assoluta ma viene scelta dalla protagonista, lavoratrice impeccabile che ama la Terra al punto da esserne devota. E’ lo spettatore a stupirsi di questa semplicita’. Per lei, Olga, una vita cosi’ è quanto di piu’ naturale. Manuele Cecconello, del resto, non e’ nuovo al tema della ritualita’, ne’ e’ la prima volta che sceglie questa parte dell’ Italia come scenario per le sue opere. Gia’ nel 2006 realizza il primo lungometraggio a soggetto su un luogo sacro, il Santuario di Oropa, presso Biella: “Beato colui che sarà visto dai tuoi occhi”.

Ilaria Mariotti

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Stare fuori

Posted on 24 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Alla sua seconda prova di regia per lungometraggi, dopo “Altromondo”, Fabiomassimo Lozzi affronta con “Stare fuori” il tema dell’ amore assoluto, morboso, al confine con il patologico, quello dopo cui spesso non si riesce a sopravvivere.

Il film racconta l’ intreccio di due storie di amori profondamente diversi, quello materno e quello passionale, entrambi però portati all’ estremo. Giulio (Ivo Micioni) non si rassegna alla fine della sua storia con Aurora, siciliana bella e indipendente, partita per Roma alla ricerca di un lavoro. Nel tentativo di ritrovarla, il protagonista viene accolto nella capitale da una coppia dilaniata dal dolore per la perdita di un figlio della sua età. L’ entrata in scena del ragazzo porterà una ventata di gioia soprattutto in Rosalia (la moglie), che vede in Giulio la possibilità di essere di nuovo madre e di riuscire a salvare almeno lui dal dolore che prova. Ma Giulio – nella disperata ricerca dell’amore della sua vita- sarà trascinato in un vortice di droghe e alcool, che farà precipitare la situazione, causando ancora più sofferenza.

Inevitabili, nella conclusione del film, saranno un evento drammatico e un colpo di scena. Incentrato sul binomio amore e morte, come da cliché melodrammatico, e accompagnato da una cornice onirica, il film è senz’ altro coinvolgente e a tratti anche molto credibile. Spicca su tutto la bella interpretazione di Guia Jelo nel ruolo di Rosalia, ma la sensazione che lascia è di aver assistito ad un racconto fatto di forzature, troppo rallentato e alla ricerca dello struggimento a tutti i costi.

Ilaria Mariotti

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Baciami ancora

Posted on 01 febbraio 2010 by Giorgiana Sabatini

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A quasi dieci anni dall’irruzione sul grande schermo dell’Ultimo bacio, film generazionale che allora fece epoca, arriva l’attesissimo sequel Baciami ancora, scritto e diretto da un Gabriele Muccino più affermato che mai dopo la fase statunitense. Forse proprio questa esperienza lo ha reso più maturo, tanto che durante l’affollatissima conferenza stampa uno dei suoi attori – Giorgio Pasotti – lo descrive come un regista “più a servizio della storia e dei personaggi” e “meno preoccupato di dimostrare il suo talento”.

Per Baciami ancora, già commentato da fiumi di inchiostro, il cast è più o meno lo stesso, eccetto per Giovanna Mezzogiorno (restia ai sequel), sostituita da una Vittoria Puccini che non fa rimpiangere l’attrice romana, e alcune new entry tra cui il fascinoso Adriano Giannini. Ritroviamo quindi la coppia Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Puccini), in perenne conflitto per una serie di tradimenti che li ha allontanati ma mai del tutto divisi. Marco (Pierfrancesco Favino) e Veronica (Daniela Piazza), che avevamo lasciato felici, li ritroviamo in piena crisi di coppia dopo anni di inutili tentativi di concepire un figlio. Adriano (Giorgio Pasotti), che ritorna dopo dieci anni di cui due in galera, e Livia (Sabrina Impacciatore) saranno invece alle prese con un figlio in comune che lui vorrebbe riconquistare. E ci sono ancora Paolo (Claudio Santamaria), più depresso e fragile di prima e imbottito di psicofarmaci, e Alberto (Marco Cocci), che ha ancora in mente di partire per ricominciare da capo.

Qualcuno ha detto che per questi personaggi non era necessaria una nuova sceneggiatura, perché sono sempre al punto di prima, infantili e incapaci di crescere: eppure il nuovo film di Muccino – girato al solito in modo concitato, senza mollare un attimo la presa per le due ore e mezzo di pellicola – ti inchioda davanti allo schermo proprio perché racconta uno spaccato di realtà, forse banale e prevedibile, ma sincero. Indugiare sui sentimenti non è un male di per sé, quando questi hanno ancora qualcosa da dire come per i quarantenni dell’ultimo Muccino: inquieti e passionali ma non più in fuga dalle cose vere della vita.

Ilaria Mariotti

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Io, loro e Lara

Posted on 12 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Io, loro e Lara, film corale firmato da uno dei comici italiani feticcio – Carlo Verdone – , segna un passo definitivo verso la consacrazione di commediografo nella carriera trentennale del regista e attore romano. Nata con l’intenzione di raccontare la storia di “un uomo perbene” – commenta il cineasta – la pellicola ha come snodo principale la crisi spirituale di un prete missionario in Africa: Don Carlo Mascolo, interpretato da un Verdone che questa volta, a differenza che in passato, va a esplorare nel personaggio le corde di una religiosità vera, sentita, e non caricaturale e grottesca come in Un sacco bello. I dubbi sulla fede e le difficoltà di una missione piena di ostacoli da superare spingono Don Carlo a consultare i suoi superiori, che gli consiglieranno una pausa laica per ritrovare se stesso.

Tornato a Roma, il missionario si rincontra con una famiglia allo sbando che non riconosce più, presa dai problemi quotidiani e del tutto sorda al bisogno di ascolto di Don Carlo, che anzi – di fronte a un panorama deprimente – comincerà a sentire la mancanza della sua Africa: il padre vedovo (Sergio Fiorentini), che non vede da dieci anni, ha sposato la badante moldava invisa alla famiglia e con lei sta vivendo una nuova vita, la sorella Beatrice (Anna Bonaiuto), psicanalista, alle prese con una figlia “emo” di cui sospetta la possibile omosessualità, e il fratello Luigi (uno strepitoso Marco Giallini), consulente finanziario inaffidabile e cocainomane. Ma il vero occhio del ciclone nel vortice di una famiglia nel caos è la figlia della nuova moglie del padre, Lara (la bella Laura Chiatti), ragazza enigmatica dalle mille sfaccettature che Carlo e i suoi fratelli stentano a capire e che temono voglia accaparrarsi l’appartamento di famiglia. Spinto dal suo slancio verso il prossimo, Don Carlo ignorerà la richiesta di Luigi e Beatrice di spiare la ragazza per incastrarla in tribunale, ma – senza volerlo – colpito e turbato dal fascino di Lara, sarà trascinato nella sua vita sfrenata e scoprirà il segreto che la costringe a una doppia vita.

In “Io, loro e Lara”, la superproduzione da 650 copie della Warner Bros dedicata al padre Mario, Verdone garantisce al suo pubblico picchi di risate a crepapelle, creando però uno spartiacque rispetto al passato: qui è presente il messaggio non falsamente morale e sincero di un religioso rappresentato come persona ‘normale’, lontano dalla logiche di potere della Chiesa, vicino alla gente e ai suoi problemi, disposto al sacrificio per aiutare gli altri. Piace vedere questo Carlo Verdone che non cessa di analizzare i tipi sociali sempre restando al passo con i tempi, ma con maturità e comicità rinnovate e mai banali.

Ilaria Mariotti

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Il mio amico Eric

Posted on 10 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Stupisce questo insolito Ken Loach, in sala con il nuovo film Il mio amico Eric, lontano dai toni cupi a cui il maestro ci ha abituato e più virante verso la leggerezza della commedia. Looking for Eric – questo il titolo originale e che meglio aderisce al senso dell’opera – parla della storia di un postino: Eric per l’appunto (e qui si riaffaccia il tema della working class tanto caro a Loach) interpretato dall’attore di teatro (quasi l’intero cast lo è) Steve Evets, tutto meno che una star dal fascino glamour. Da tempo in depressione per una vita che non riesce più a controllare, ma dalla quale anzi si sente sopraffatto, Eric soffre di crisi di panico da quando trenta anni prima aveva lasciato la donna che amava (e tuttora desidera) dopo la nascita di una figlia. E ora, in età matura e ormai diventato nonno, si trova a fare da padre a due adolescenti sbandati, da tipica baby gang inglese, che la seconda moglie gli ha lasciato in casa dopo la separazione.

Fortuna che ci sono i suoi amici di una vita, la combriccola di colleghi patita del Manchester United, che si accorge della sofferenza che sta passando Eric e fa di tutto per stargli accanto, dalle riunioni di auto-aiuto alle birre al pub davanti alla partita. Ed è qui che si apre un’altra parentesi del film, quella del calcio: come annunciato nella locandina, coprotagonista delle vicende melodrammatiche del postino è Eric Cantona, “genio imperfetto” del calcio britannico, apparso nel cast di Ken Loach come una visione non solo per gli spettatori ma anche per gli attori, la maggior parte dei quali suoi accaniti tifosi e volutamente tenuti all’oscuro sulla sua partecipazione fino allo scoccare del ciak. “Senza di lui non ci sarebbe stato nessun film”, fa sapere Ken Loach: l’idea da cui è partita la sceneggiatura è nata infatti da una proposta dell’ex calciatore scaturita a sua volta dalla storia reale di un tifoso…

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Ma per tornare al film, Cantona, nel ruolo di se stesso, oltre a campeggiare nella stanza solitaria di Eric da un poster a grandezza d’uomo, appare al protagonista – forse come effetto dell’erba che fuma, ma lo stratagemma cinematografico funziona alla grande – nei momenti più bui delle sue giornate, per consigliarlo su come affrontare i problemi e dispensare perle di saggezza alla maniera del personaggio reale (famose le sue interviste rilanciate sullo schermo insieme a spezzoni di acrobazie sul campo). Per Eric, Cantona si rivelerà un appiglio fondamentale. Grazie a lui riuscirà a riemergere e poco a poco riprendere le redini della sua vita, anche di quella sentimentale. Gli amici faranno il resto: con il loro aiuto Eric riuscirà a liberarsi dal ricatto e dalle minacce di un malvivente locale che tiene sotto scacco il figliastro e con lui tutta la famiglia. Insieme metteranno in atto l’«operazione Cantona», garantendo l’happy end finale.

Sorrisi e colpi di scena, amarezza e momenti di gioia: Il mio amico Eric contiene tutto questo, oltre a una sapiente regia che appassionerà il seguito di fedeli del regista, e a un’ironia intelligente sempre a un passo dai toni drammatici in cui però non si sconfina quasi mai. Il film è un inno all’amicizia autentica, quella per cui il problema di uno è il problema di tutti, all’amore, quello vero e che dura tutta una vita, e alla passione calcistica, una fede – per chi ce l’ha – che aiuta a vivere meglio. Un film da non perdere.

Ilaria Mariotti

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Ce n’è per tutti

Posted on 27 novembre 2009 by Ireneo Alessi

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Ce n’è per tutti, scritto e diretto da Luciano Melchionna (esordiente al cinema quattro anni fa con Gas), è un film sul dolore interiore e sul disadattamento. Gianluca (Lorenzo Balducci) è un ragazzo con una sensibilità fuori dalla norma, una condizione privilegiata rispetto al resto della gente, ma che lo confina in una sorta di isolamento ed estraniazione dalla realtà e lo fa soffrire in modo costante.

Quando decide di dare un colpo definitivo al suo senso di disagio, sale su fino alla cima del Colosseo, monumento che ricorda a tutti i suoi visitatori la storia millenaria della capitale: da qui osserva una Roma caotica, che si arrabatta tra suoni, voci e rumori confusi, senza una direzione precisa. Forse Gianluca si vuole buttare giù, vuole farla finita, e i suoi amici accorrono per salvarlo (ma non sembrerebbe), o solo per avere qualcosa di cui poi parlare la sera quando tornano a casa (da una citazione della pellicola).

Questo gruppo di strampalati e bislacchi rappresentanti della società attuale è composto da: una coppia di infermiere, Eva e Isa (Ambra Angiolini e Micaela Ramazzotti), un binomio di personalità più contrastanti impossibile, l’una svampita, appariscente e caricaturale, l’altra arrabbiata, cupa, pessimista e “repressa” come la definisce l’amica. Poi ci sono Daniele (Jordi Mollà) e  Claudia (Alessandra Muccioli), un operaio e un’attrice precaria, cinica e ninfomane, di cui il primo è innamorato da sempre. Ancora,  Mauro e Bruno (Francesco De Vito e Marco Aceti), due venditori di aspirapolveri, che girano per la città tutto il giorno concludendo poco e niente.

I genitori di Gianluca (Giorgio Colangeli e Giselda Volodi), una coppia arida che vive in una totale incomunicabilità insieme a un graziosissimo nonno un po’ rimbambito (Arnoldo Foà), vengono invece catapultati loro malgrado nel circo mediatico che strumentalizza le sofferenze umane sottomettendole alla volontà dell’audience – un mito dei nostri tempi – spinti dalla conduttrice televisiva interpretata da Anna Falchi: uno schermo gigante li metterà in collegamento con Gianluca sul cornicione del Colosseo, e gli lanceranno un appello poco convinto. L’unica persona che riesce a parlare davvero con questo ragazzo è la nonna, una straordinaria Stefania Sandrelli, che fino alla fine non svela la sua verità (rivelata solo in chiusura del film). Con lei Gianluca, che le dedica poesie e mangia la parmigiana che gli prepara, può esprimere il suo disagio ed essere finalmente capito. La nonna, una donna di altri tempi, resa concreta da una vita difficile, che non ha avuto tempo per deprimersi – dice lei – perché ha dovuto crescere tanti figli, dà una lezione di vita a tutti, nipote e amici – o presunti tali – che vagano persi nel quotidiano senza una meta.

Ce n’è per tutti è un film sul male di vivere, pieno di spunti interessanti, dall’incomunicabilità moderna allo strapotere dei mass media che invadono le nostre vite senza chiederci permesso. In una Roma all’apice del caos, intossicata da un traffico infernale, dipinta con una fotografia spettrale, Melchionna, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Luca De Bei, ci ricorda che è necessario fermarsi e ascoltarsi, senza perderci in una corsa inutile. L’operazione riesce in parte: non tanto per il messaggio (che è chiaro e condivisibile), quanto per il modo in cui viene trasmesso, troppo teatrale e grottesco, con non pochi intoppi nel ritmo. Forse ha una struttura più adatta al teatro che non al grande schermo.

Ilaria Mariotti

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Clacson

Posted on 15 novembre 2009 by V

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Una giovane donna (interpretata da Francesca Faiella) cammina in strada, va verso la sua macchina e trova una sorpresa terribile per qualsiasi automobilista: un’auto le ha bloccato l’uscita. E’ così che si fa prendere da un raptus di nervi, comincia a dare calci e a inveire contro lo sconosciuto proprietario dell’auto, il tutto condito da un terribile suono di clacson che lei non smette di suonare e che, al contrario, la aiuta a sfogare la rabbia del momento. Dall’altra parte della strada, un uomo (Cristiano Di Vita), chiuso nella sua stanza tetra, è torturato da quel suono che non riesce a sopportare. E’ intento a sbrigare i suoi compiti quotidiani, ma quel clacson assillante non lo lascia in pace. C’è solo un modo per far smettere quella donna di dare in escandescenze, ma non per stroncare quel rumore assordante… In cinque minuti di riprese che sfociano in un finale shock, si concentrano scene (è proprio il caso di dire) da “ordinaria follia”. I due mondi della vita frenetica di città e l’isolamento individuale vengono raccontati in questo corto dal titolo “Clacson”, dell’italo-giapponese Tak Karuba. Con 1436 voti è il cortometraggio classificatosi secondo nel concorso on line del Festival Internazionale Arcipelago di cortometraggi e nuove immagini, ospitato dal portale Fastweb.it dal 13 maggio al 19 ottobre scorsi, contro i 1926 punti del vincitore “Il malato”, diretto dall’italiano Antonello Schioppa.

Ilaria Mariotti

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The bubble

Posted on 08 novembre 2009 by Ilaria Mariotti

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The Bubble è il film che non ti aspetti su temi difficili: amore omosessuale, conflitto israelo-palestinese e lotta pacifista. Eytan Fox ne dà conto in un lavoro forse imperfetto, ma di impatto. Il regista israeliano offre in The Bubble una panoramica inusuale sulla vita giovanile di Tel Aviv, una città “normale” attorno a cui si scatena l’inferno quotidiano. Qui Noam, che convive con Lulu e Yali -due giovani pieni di vita e contro l’occupazione israeliana- si innamora del palestinese Ashraf. Ma il loro amore è tanto travolgente quanto impossibile. Se per un periodo l’ incontro tra le due culture sembra funzionare in una Tel Aviv spensierata e mondana, arriverà presto il momento della separazione. Dopo l’attentato in cui Yuli perde l’ uso delle gambe, nella controffensiva israeliana viene uccisa per errore la sorella di Ashraf, sposa di un leader di Hamas. Qui a Nablus, dove la sua omosessualità è vista come un affronto, Ashraf assiste impotente all’assassinio e decide di vendicarlo facendosi kamikaze. Ma Noam lo vede l’ attimo prima di farsi esplodere, lo raggiunge e decide di andarsene insieme a lui.Romanticismo e riflessione socio-politica lasciano spazio ad un finale drammatico e sbalorditivo. Se gli inizi del film mimano un cult giovanile in una Tel Aviv che funge da “bolla” ad una guerra che fa da sfondo, la seconda parte ne fa un commovente inno all’amore.

Ilaria Mariotti

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L’uomo che fissa le capre

Posted on 07 novembre 2009 by admin

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Lo schema del solito film di guerra in salsa americana è assente in L’uomo che fissa le capre, esilarante commedia sull’incredibile – ma pare realmente accaduta– storia di un corpo speciale dell’esercito americano: il “New Earth Army”, una legione di “monaci guerrieri” che sperimentò tecniche alternative di combattimento basate su poteri psichici (e qualche dose di Lsd).

Un capitolo sconosciuto della storia militare americana che si aprì dopo la guerra in Vietnam, e la cui testimonianze furono raccolte da Jon Ronson nel libro che ha ispirato la pellicola.  Addestrato con l’idea di sconfiggere il nemico con il flower power, Lyn Cassady (George Clooney), ex militare dei Reparti Speciali incaricato di una nuova missione, incontra il pavido giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor), che sta cercando di sfondare con uno scoop. I due partono per l’Iraq alla ricerca di Bill Django (Jeff Bridges), fondatore del programma New Age dei “guerrieri Jedi”, finito nel campo militare clandestino che ora gestisce Larry Hooper (Kevin Spacey), suo ex allievo caduto in una deriva psicotica. Iniziano così una serie di disavventure al confine tra la realtà e la fantasia, piene di ironia, in cui Lyn sciorina uno dopo l’altro pseudo poteri che consistono nel leggere il pensiero, sciogliere le nuvole e uccidere capre fissandole negli occhi.

Con un cast irresistibile e dialoghi demenziali ma davvero divertenti, questa dissacrante commedia sull’intelligence americana non può che soddisfare la platea.

Ilaria Mariotti

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Ricky

Posted on 18 ottobre 2009 by V

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Con una storia che ha del surreale e del fantastico, uno dei cineasti francesi di maggiore talento, Francois Ozon, ci trascina nella sua ultima pellicola Ricky, dagli stessi produttori de Il favoloso mondo di Amelie.

Il racconto –in flashback – esordisce con un dramma sociale alla Ken Loach: Katie (un’intensa Alexandra Lamy) è un’operaia che si divide tra il lavoro in fabbrica e una figlia piccola segnata da una vita difficile, Lisa (Melusine Mayance). La svolta arriva con l’incontro di Paco (Sergi Lopez), da cui nasce un amore che culmina con la nascita di Ricky. A questo punto si apre la seconda parte del film, quella favolosa e metaforica: sulle spalle del bambino spunta un livido inquietante, che la madre interpreta erroneamente come frutto dei maltrattamenti di Paco, con cui la relazione attraversa un momento di crisi. Di lì alla seprazione il passo è breve, ma a Katie e Lisa la vita riserva un’incredibile sopresa: da quei lividi si sviluppanno due ali sempre piu’ simili a quelle di un volatile, che consentono a Ricky di volare. Katie è decisa a tenere la vicenda nascosta ai media, ma il segreto sarà presto svelato.

Se indiscutibili sono sia la qualità del film che il talento dell’autore, quello che lascia perplessi è il significato della metafora delle ali, che Ozon non riesce a trasmettere del tutto: ali simbolo di quale libertà? Dalla vita familiare, o forse dall’amore materno? Difficile coglierlo da quello che, in definitiva, sembra più che altro uno sterile esercizio di stile.

Ilaria Mariotti


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