
FESTIVAL DI CANNES 2011: “This must be the place” è il traguardo da cui parte la nuova era del regista partenopeo che ha creduto in se stesso e ha voluto fare della sagacia e della libertà artistica le proprie bandiere. Una produzione tutta italiana (insieme al supporto europeo di Francia e Irlanda) che però sfida il mercato americano più ostico, ovvero quello indipendente d’autore. Recensione di Gianluigi Perrone

FESTIVAL DI CANNES 2011: nella storia produttiva del regista danese Nicolas Winding Refn c’è evidentemente un’impronta personale. Egli, pur professatosi sostenitore entusiasta di mondo movies, poliziotteschi, softcore e spaghetti western, ha rielaborato la propria anima cinefila in una commistione alta tra immagini e fortissima espressione del proprio ego. La recensione di Gianluigi Perrone

FESTIVAL DI CANNES 2011:se “Antichrist” era un grido di rabbia e odio, “Melancholia”, film gemello e, allo stesso tempo, evoluzione del precedente, è un lamento rassegnato verso l’inarrestabile fine. Quella apocalisse che sin dall’inizio del film è disvelata in una maniera sublime e visivamente estetizzata, che rievoca il surreale stridore di denti delle opere di Euronymous Bosch, reinterpretate da Dave Patchett. Recensione di Gianluigi Perrone

La premiata ditta John Snellinberg, Patrizio Gioffredi e tutto il gruppo che ci ha regalato La Banda del Brasiliano, si fa risentire per le feste natalizie con una “zingarata” (tanto per citare un caro estinto d’eccezione) delle loro, un cortometraggio, Snellinberg’s Christmas Carol

“Hellman mette a nudo se stesso, raccontando la storia di un film, dell’ossessione di un regista per la sua realizzazione, della passione della troupe, degli attori, degli autori, e ci cuce intorno una storia noir alla quale non dedica troppo spazio narrativo, visto che il fine ultimo è esplicitare l’amore verso il proprio mestiere e delineare i tratti della propria visione”.

“L’idea di partenza poteva portare a un film pressoché perfetto, se non fosse per la macchina Hollywoodiana che spinge verso territori più addomesticati. Affleck si cala nuovamente nella violenza dei sobborghi e tutto il cerchio quadra…tranne lui. Infatti, è il personaggio di Doug a far ritornare la situazione realistica nei territori del cinema, quello di Hollywood, quello in cui il buono è buono e il cattivo è cattivo”.

«Non si può definire esattamente un documentario “El Sicario Room 164″ di Gianfranco Rosi, o quantomeno non nel senso classico del termine. Trattasi, infatti, di una lunga intervista a un killer dei narcotrafficanti sudamericani, che racconta la propria storia con dovizia di particolari».

«Il cinema di Alex De La Iglesia è in continua evoluzione. Se le ultime pellicole (“Oxford Murders”, “Crimen Ferpecto”) facevano presagire la ricerca di una dimensione più commerciale, senza comunque rinunciare all’aria di cinismo dissacrante, oramai suo marchio di fabbrica, il regista spagnolo stupisce con l’opera più estrema della sua filmografia dai tempi di “Perdita Durango”».

«Scritto malissimo, montato peggio, il film di Michele Placido dimostra quanto in Italia sia un’utopia fare cinema di genere senza fare la figura dei deficienti. Fanno finta di omaggiare il cinema poliziesco nostrano che fu ma, in realtà, è una presa per il culo, un insulto al modo stesso di fare il cinema. Guardiamo il francese “Nemico Pubblico N.1″, facciamo i dovuti confronti, e rendiamoci conto di quanto siamo piccoli».

“Stupisce in positivo il film di Skolimowski presentato alla Mostra. Sorprendente vedere un regista classe 1938 che dirige di polso un’opera così al passo coi tempi, sia tecnicamente che contenutisticamente. Vincent Gallo, che non proferisce parola per l’intera durata del film, interpreta un talebano catturato dagli americani e mandato in una “Guantanamo-like prison”. Per un caso fortuito riesce a fuggire….”.

«Nuovo (estenuante) film di Kelly Richardt (quella di “Old Joy” presentato alla Festa di Roma) con un cast di tutto rispetto tra cui Michelle Williams, Paul Dano e Bruce Greenwood. Una carovana si ritrova nel deserto senza acqua. Poi cattura un indiano che chiaramente sa dove trovarla. Alcuni sono diffidenti nei suoi confronti, altri più disponibili. Si cercherà una convivenza».

«Aveva vinto meritatatamente il Torino Film Festival Pablo Larrain, con quel gioiellino di “Tony Manero”, che metaforizzava in maniera delirante sul periodo della dittatura cilena. Recupera il suo stile anche in questo secondo lungometraggio, “Post mortem”, insieme all’attore Alfredo Castro, pure qui impegnato nel vestire un personaggio ai limiti».

“Partendo dal romanzo/biografia di Rula Jebreal, “La strada dei fiori di Miral”, Schnabel realizza una pellicola fondamentale dal punto di vista politico, pur mantenendo come primo obiettivo quello di raccontare delle storie umane. Il viaggio di Miral è profondamente radicato nei Territori Palestinesi e nell’umanità che la circonda”.

“L’ultimo film di Antonio Capuano parte con un’ottima premessa: fare qualcosa di diverso e più incisivo nel panorama italiano. Il tema scelto è quello dello stupro, e il registra decide di addentrarsi in questo spinoso argomento in punta di piedi. Sulla carta il film di Capuano è estremo, soprattutto per l’ipotesi incredibile di un possibile legame tra vittima e carnefice. Il gioco non riesce perfettamente, per qualche sbavatura di script, ma va benissimo seguire questa direzione”.

“Sophia Coppola continua il suo percorso di umanizzazione del mondo delle celebrity. In qualche modo, tutti i suoi film parlano di personaggi che cercano di vivere nonostante la pressione continua provocata dalla celebrità. Stavolta abbiamo il film forse più intimo e personale, quasi un omaggio al padre Francis, che viene ricreato nel personaggio di Johnny Marco, in questo caso attore, ma comunque rappresentante di un certo tipo di mondo”.

“Machete” sarà ricordato per sempre come l’occasione per celebrare l’attore Danny Trejo, ex galeotto a San Quintino diventato uno dei caratteristi più gettonati di Hollywood. Era prevedibile che fosse Robert Rodriguez, suo padrino che lo porta avanti in tutti i suoi film come attore feticcio, a dargli la grande occasione. L’opportunità nasce dal fake trailer di Grindhouse, dal quale Rodriguez tira fuori una storia che vuole avere il sapore di un certo cinema exploitation in salsa messicana. Machete è un ex federale trucidissimo che viene ingaggiato per uccidere un senatore repubblicano (Robert De Niro!), per scoprire poi di essere stato incastrato”.

Era stato pubblicizzato come un sequel di “Dalla Cina con Furore”, il nuovo film di Andrew Lau, creando un evidente tumulto tra i fan del Piccolo Drago, che sentivano puzza di sacrilegio nei confronti del proprio beniamino. In realtà il film è un omaggio a Bruce Lee che, proposto in occasione del 70esimo anniversario della nascita, rivela l’evidente mossa commerciale orchestrata per sfruttare il suo nome attraverso una sceneggiatura altrimenti non riconducibile alla suddetta pellicola.

E’ stato presentato alla sede milanese principale della Banca Intesa San Paolo il nuovo film di Paolo Sorrentino, “This Must Be The Place”, le cui riprese inizieranno tra un mese negli Stati Uniti. Si tratta del primo film di Sorrentino girato in lingua inglese. Si avvale di un cast internazionale che va oltre le più rosee aspettative: protagonista della pellicola sarà Sean Penn, al quale si affiancheranno Frances McDormand e Harry Dean Stanton
lug 8 2010 | Incluso in
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Il collettivo John Snellinberg si era già fatto notare con il lungometraggio “A bonatti Story”, storia agrodolce di calcetto e redenzione. Il nuovo lavoro, “La Banda del Brasiliano”, affonda le radici nella tradizione dell’action italiano anni ‘70, quel genere denominato dai critici dell’epoca in maniera dispregiativa ‘poliziottesco’, poi diventato oggetto di culto in tutto il mondo.
giu 24 2010 | Incluso in
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«Arriva sul grande schermo anche la trasposizione di “A-Team”, una delle serie tv cult degli anni 80, nostalgico ricordo per più di una generazione».