Dopo il botto con Ghost in the shell (Lo spirito nel guscio) del 1995, ecco che finalmente vede la luce anche in Italia The sky crawlers, l’ultimo bellissimo film d’animazione dello specialista Mamoru Oshii. Per l’occasione la Dall’Angelo Pictures ha fatto le cose in grande, portando sul mercato una special edition doppio disco davvero da collezione.
Si chiamano kildren e sono ragazzi cloni destinati a un’eterna adolescenza, nella consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, perché il loro ruolo è di birilli in un mondo perennemente in guerra, soggiogato dalle grandi industrie belliche. Per farla breve, una visionaria parabola di quanto avviene in Medioriente. Ma il film di Oshii si incentra particolarmente sulla storia di un gruppo di questi kildren, piloti di aerei della Rostock, l’industria bellica che combatte sotto le insegne europee. Il tutto in attesa di un miracolo per la pace globale.
La trama per quanto “complessa” cela un obiettivo molto preciso. Oshii, infatti, prosegue la sua personale riflessione sui temi del corpo, dell’identità e dell’anima, denunciando un mondo, tanto vicino all’Asia, popolato ancora da realtà di infanzie rubate e impiego dei minori in contesti di guerra.
Tratto dalla graphic novel di Hiroshi Moro, il film è uscito in un dvd, tra eccellenti tracce audio e un video sempre nitido, corredato da ottimi extra. Oltre ai trailer, infatti, la Dall’Angelo propone anche speciali sulle origini del progetto e le fasi di lavorazione.
Yutaka Yamazaki debutta come regista di “finzione” a sessantanove anni, con alle spalle una carriera di documentarista, e soprattutto di direttore della fotografia (qualcuno lo ricorderà per Nessuno lo sa di Hirokazu Koreeda). I suoi trascorsi segnano la cifra stilistica di Torso, meditazione sulla vita delle donne giapponesi, declinata nelle sue diverse dimensioni, da quella quotidiana privata a quella delle relazioni pubbliche e familiari, alla loro sessualità. Fin dalle prime scene il regista costruisce la storia dal particolare al generale, sviluppando il discorso narrativo a partire da uno studio analitico dei dettagli e dei gesti, realizzato mediante inquadrature inattese, piani sequenza lunghi e un montaggio ridotto all’osso.
Hiroko, la protagonista, (interpretata dalla sorprendente Makiko Watanabe) è una donna di 35 anni, che conduce un’esistenza riservata tra casa e lavoro nella Tokyo contemporanea. Evita di frequentare luoghi di socializzazione, trascorre il suo tempo libero a casa, impiegandolo in attività che svolge in scrupolosa solitudine: cucinare, eseguire lavori domestici, confezionare indumenti e coperte colorate. La sua sfera privata ruota intorno a un oggetto: un torso maschile gonfiabile di gomma, privo di testa e arti, centro delle sue attenzioni emotive ed erotiche. Yamazaki mostra una sensibilità particolare nel trattare il segreto rapporto di Hiroko con il torso, conducendo lo spettatore anche nei momenti di maggiore intimità senza banalizzazioni: non necessariamente quelli di autoerotismo, ma anche quelli in cui la protagonista cura, lava e fa il bagno all’oggetto. L’esistenza solitaria della protagonista sarà interrotta dall’irruzione nella sua casa della sorella Mina, interpretata da Sakura Ando, istintiva ed estroversa, in fuga da un compagno violento. L’incontro con Mina distruggerà il fragile equilibrio di Hiroko, obbligandola ad affrontare le sue difficoltà personali, come i rapporti con gli uomini e con la madre, e ad abbandonare il mondo fittizio del torso. Percorso di “liberazione” che raggiunge il momento decisivo in un immaginario flash-forward di grande intensità, in linea con molta tradizione del cinema e del fumetto nipponico.
Il film di Yamazaki sorprende per la delicatezza nel trattare un tema difficile. Il torso è un pretesto non convenzionale per descrivere minuziosamente, quasi in un esercizio di calligrafia cinematografica, l’universo privato della protagonista, dai suoi momenti più semplici alla complessa rete delle sue relazioni sociali e sentimentali.
“Perchè bevi? Cosa devi dimenticare, papà?” “Non lo so, cosa devo dimenticare, non lo so”. Il padre di Tadasuke è un alcolizzato, lo è diventato dopo essere stato aggredito e picchiato, dopo aver perso conoscenza per tre giorni e parzialmente la memoria. Ora vive con il figlio che lo filma nelle sue stralunate bevute in squallidi bar giapponesi, nell’ancor più squallida Taisho-ku, città nella prefettura di Osaka. Un luogo abitato prevalentemente da persone provenienti dalla vicina – e odiata dal protagonista – Okinawa. E’ il respiro affannato di un padre sconfitto a far da colonna sonora a “Line” (2008) di Tadasuke Kotani (1977), talentuoso filmaker indipendente.
Il protagonista è fidanzato con una ragazza-madre, e vive combattuto tra i problemi del padre e la crescita del bambino. Decide così di partire per Okinawa, l’odiata Okinawa, per trovare la radice della sua inquietudine: sarà un viaggio attraverso la carne delle prostitute che Tadasuke filmerà, prostitute piene di cicatrici, di difetti, di tatuaggi: dolci creature sconfitte. Come il protagonista, e come suo padre. Donne che Tadasuke filma come fossero creature mitologiche, o cartine geografiche dell’amore perduto. Nel frattempo il padre, rimasto solo a Taisho-ku, gioca a baseball con il piccolo, lo aiuta a fare i compiti, sostituisce all’alcool l’affetto per il bambino. Ma saranno le cicatrici a cambiare il destino della strana famiglia.
“Mentre guardavo le cicatrici sui corpi delle prostitute, stavo in realtà guardando la cicatrice nella mia anima, alla ricerca dei ricordi della mia infanzia perduta e sperando di trovare una strada verso il futuro. Sono così riuscito ad accettare me stesso e mio padre per quello che eravamo. Mi sono sentito come se avessi trovato un bambino perduto (me stesso), accettando nello stesso tempo il figlio della mia ragazza”.
Il disegno nasce dal disegno, diceva Saul Steinberg: una linea può essere oggetto, persona, paesaggio, discorso. Se poi la linea si dipana in una sequenza cinematografica, come avviene in Highway Jenny dell’autore di video musicali di Hokkaido Masaaki Fukushi, può diventare storia.
Una linea bianca su sfondo nero, per raccontare il mondo futuristico di Highway Jenny, un ragazzo di sedici anni, che dalla provincia si trasferisce in città, scoprendo una realtà di conflitti e terrorismo, di solitudine nella folla. Il tratto bianco dei disegni realizzati da Fukushi fluisce sotto gli occhi dello spettatore, diventando ferrovia, autostrada, paesaggio urbano, campo di battaglia, battito d’ali di farfalla. Assume le forme di una fuga in motocicletta, evocatrice di scenari “on the road” alla Robert Pirsig, dove la velocità garantisce l’intimità con la ragazza aggrappata alle spalle del protagonista. Il viaggio in moto, icona rock dell’aspirazione alla libertà, non aiuterà Jenny a scampare da una fine accidentale e insensata.
La narrazione visuale si intreccia a quella musicale, basata sui brani del cantante giapponese Kenichi Asai, eseguiti dalla rock band Blankey Jet city, che rende il mediometraggio di Masaaki Fukushi (durata circa 30’) fruibile come una sorta di lungo videoclip. L’opera fa parte della serie Ga-nime prodotta dalla giapponese Toei Animation per celebrare i 50 anni di attività. Un nuovo genere, quello promosso dalla Toei, basato sul concept dell’animazione mediante immagini fisse, svincolata dalla simulazione del movimento. Questa viene sostituita, nel video di Masaaki Fukushi, da un abile impiego del montaggio in sequenza fotogramma per fotogramma, e dalla sinergia, in un’originale prospettiva tutta giapponese, tra suggestioni visive e sonore tratte dalla cultura pop-rock. Unica pecca: la retorica pacifista un po’ scadente dei testi delle canzoni e dei pur piacevoli graffiti che ritmicamente scandiscono, in trasparenza, il racconto.
Pupazzi di cartapesta per raccontare l’orrore. E’ Lovecraft secondo Ryo Shinagawa (1970), direttore del mensile giapponese “Studio Voice” e presidente della Spleen Films. Due racconti dell’Omero di Providence, di quel Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) inventore di un’epica dell’orrore con i suoi miti e i suoi eroi. Solo che gli eroi dello scrittore statunitense sono in realtà gli antieroi, sono le mostruose creature non-umane partorite dal caos, dalle profondità del tempo. O dei “tempi”, ché con Lovecraft le dimensioni sono tante, troppe, e tra esse quella degli uomini. Continuamente spaventati, spesso crudeli, sono proprio gli uomini nei racconti dell’autore di Providence – e i pupazzi straordinari nella versione di Shinagawa – a farci vedere, come in uno specchio, gli orrori e le debolezze che continuamente ci tentano, implacabili. Due i racconti di Lovecraft che il regista giapponese ha portato sullo schermo, in puro stile Ga-nime (via di mezzo tra animazione e disegno): “L’orrore di Dunwich” e “La ricorrenza”. Due tra i più inquietanti racconti dello scrittore.
I pupazzi di Shinagawa, e le musiche di Jim O’Rourke (con cui il regista ha lavorato sui testi fondamentali di Lovecraft) sono straordinari. Non c’è mai un solo attimo nel quale lo spettatore si senta di fronte a un’immagine fissa: grazie a uno splendido dosaggio di suoni e animazioni (ma quanti pupazzi avrà usato il regista?) i pupazzi ridono, piangono, dormono, si spaventano, uccidono. “L’orrore di Dunwich” è la storia di Wilbur Whateley e della sua nascita anomale, senza padre, nella casa in collina dove abitano la madre, inquietante, e il nonno, considerato dagli altri abitanti del piccolo villaggio di Dunwich uno stregone. Dalla nascita di Wilbur alla sua violenta morte dentro una libreria, alla ricerca di un libro proibito, il passo è breve: in mezzo le strane sparizioni di mucche, i terribili rumori che sembrano provenire dalla soffitta di casa Whateley, gli spaventosi riti in collina, la morte del nonno esperto di magia nera, sono tutte situazioni che Shinagawa ci mostra limpidamente, come stessimo sfogliando l’autore, o come se ci fossero attori in carne e ossa. Dopo la morte violenta di Wilbur, “qualcosa” inizia a terrorizzare il villaggio: il dottor Armitage inizierà a occuparsi del caso.
Il secondo racconto interpretato dai pupazzi di Shinagawa, “La ricorrenza”, è più visionario, forse più inquietante. Un giovane, durante la notte di Natale, legge libri proibiti in attesa di qualcosa. Oggi sa che verrà iniziato: a cosa, non è dato saperlo. Pochi dialoghi, tanto colore, tanti rumori continui e angosciosi (come la cucitrice della madre del ragazzo, figura che non vediamo mai in faccia). Arriva il padre, il villaggio si muove, verso il cimitero: anche la famiglia del ragazzo si mette in moto, verso un ignoto rito che sconvolgerà il giovane. Qui Shinagawa dà il meglio, con colori splendidi e un uso sapiente del suono.
La vita di una normale famiglia di Tokyo viene sconvolta dall’assassinio del figlio Tom. Per tempo Yuriko era stata tormentata da brutti sogni che Anthony, tuttavia, sembrava non capire.
L’assassinio del bambino dà ragione al tremendo presagio di Yuriko e rappresenta l’inizio di un idillio musicale e visivo cyberpunk. L’esplosione incontrollata di una nemesi feroce in Anthony lo porta a liberare dalla sua profonda intimità un essere di metallo, macchina distruttrice e ingovernabile, diretta contro l’assassino del figlio.
Con la terza tappa della trilogia, Tsukamoto affronta la sinergia cyberpunk artificiale dell’umano con la macchina/proiettile, dove amore e vendetta si alternano a governare le pulsioni metalliche di Tetsuo. Ma Tetsuo è anche un androide imperfetto: supera i limiti fisici dell’umano, ma si scontra con la difficoltà di controllare gli eccessi della mente e del cuore, sublimando la vendetta per ribellione e amore.
La pellicola, tratta dal racconto di Nakagawa Rieko, narra la ‘tenera amicizia’ tra l’affabile pesciolina rossa di nome ‘Ponyo’ ed un bimbo di cinque anni che vive in cima ad una scogliera in compagnia della tenace quanto irreprensibile madre Risa. A metà tra un pesce ed una bambina, la piccola protagonista, indiscutibilmente “fuori dal coro”, fugge dalle profondità del mare e, a bordo di una medusa, giunge a riva dove verrà salvata da Sosuke. Ricondotta invano a casa dal padre-padrone Fujimoto, personaggio dotato di una spiccata teatralità nonché di straordinari poteri, si accorge di non essere più la stessa e di voler diventare del tutto umana.
Approfittando, dunque, dell’assenza del padre, Ponyo finisce per mutare il proprio aspetto ed acquisire così nuovi poteri attraverso i quali ritrovare l’adorato Sosuke. La loro è un’avventura che sfida le leggi del sovrannaturale e che, tra sgargianti fondali e prati naïf, li/ci stringerà sempre più in una sognante atmosfera fatta di magia e divertimento, il cui criptico e tanto tenue equilibrio non mancherà di coinvolgere e ‘sconvolgere’ il resto degli abitanti. Sarà solo in seguito all’intervento di ‘Granmammare’ e della prova di Sosuke che si ristabilirà il normale ordine delle cose.
Il regista nipponico, da sempre poco avvezzo alla computer graphic, racconta, con un tratto vibrante e insieme discontinuo, un’incantevole favola a misura di bambino mantenendo una narrazione efficace in grado di estasiare anche il pubblico adulto. Lasciatevi cullare, allora, dai sui flutti che vi condurranno laddove il mare tocca il cielo e ben oltre, dove si può sfiorare persino la luna con la punta della fantasia!
Piccola antologia di cinema potenziale, tragicomica ricerca d’una ispirazione perduta, “Kantoku – Banzai! – Glory to the filmaker”, presentato da Takeshi Kitano a Venezia nel 2007, fa a pezzi l’idea stessa di film, corrode dall’interno il cinema dell’istrionico regista giapponese e destabilizza le consolidate convenzioni di fruizione di un’opera.
In un’operazione di esasperato metalinguismo, Beat Takeshi fa a pezzi il ruolo dell’autore, con l’autocritica di chi s’accusa di diventar un ridicolo ed inespressivo pupazzo quando la situazione si fa complicata, con l’ingiuria di chi si dice incapace di scelta e dunque muto ed immobile una volta davanti alle ostilità.
Sull’orlo d’un annegamento, alle corde, appeso ad un filo, malato terminale in attesa di decisiva diagnosi, vilipeso e martirizzato, il creatore sopravvive per insormontabile spirito di sopportazione e per ribaltamento in chiave ironico-demenziale di interrogativi a metà tra ricerca del significato d’una esistenza e meditata strategia di marketing su quel che il pubblico chiede di vedere e di avere.
Il suo cervello, che pensa per immagini catturare dalla macchina da presa, è, a suo stesso confessare, devastato, sopraffatto dal moltiplicarsi schizofrenico dei soggetti che gli passano in testa.
Kitano sfugge alle definizioni, scavalcando i generi attraverso la loro derisione, la parodia, la farsa, la divertita riscrittura comica; si prende gioco dello spettatore, deludendone le attese ed irridendone gli usuali meccanismi di ricezione, interrompendo la storia e l’illusione della stessa, mettendosi in mezzo in prima persona e lasciando al contempo spazio ad un proliferare di storie che dichiarano guerra gioiosa al cinema narrativo che si è soliti incontrare in sala.
Quella di quest’anno a Venezia è stata una Mostra del Cinema a tutto splatter, con ben sei film horror in cartellone e tre grandi maestri in passerella: George A. Romero, Joe Dante e Shinya Tsukamoto, registi che il cinema di genere l’hanno sempre masticato, mescolato, masturbato, metabolizzato e poi (re)inventato. E in occasione di tanta carne messa a fuoco dalla macchina da presa, per il primo Taxi Drivers mensile abbiamo scelto di allegare in dvd un titolo del regista giapponese, (forse) il meno conosciuto della triade veneziana nel nostro Paese. Al Lido Tsukamoto ha presentato il suo ultimo film, terzo tassello della trilogia cult cyberpunk cominciata esattamente vent’anni fa: Tetsuo the bullet man. Quindi, in attesa di vederlo anche da noi, proviamo a gustarcelo attraverso uno dei titoli più seminali della sua carriera, Nightmare detective (2006), impreziosito da un’edizione Raro Video come al solito eccezionale, in doppio audio e con ricchi contenuti extra
Partiamo dal principio. Senza regole. Nightmare detective non ha niente a che vedere con Tetsuo (1989), eppure sembra esserne quasi una sorta di remake. Assurdo, certo. Ma nel cinema di Tsukamoto è tutto molto complicato, labirintico. Remake di Tetsuo nel senso di opera prima, non nella storia, perché al suo interno ha tutte le caratteristiche del primo film, un autentico concentrato di visioni che non lasciano un attimo di tregua allo spettatore. Un film fatto di pancia prima ancora che con il cuore, realizzato mettendoci dentro le paure e le angosce di sempre. A cercarlo non c’è autore al mondo come Tsukamoto capace di mescolare il pallore delle luci notturne che colorano le metropoli con il metallo, l’acciaio che di quelle metropoli sono la base portante. E sempre più anche dell’uomo. Per non parlare quindi dei suoi personaggi: uomini-bidimensionali, uomini-macchine, uomini–metropoli. Il resto è privo di senso, un mondo che assomiglia ad un grande buco nero. Sempre. Per cercare di comprendere il cinema di Shinya Tsukamoto lo spettatore deve essere ben predisposto a ‘calarsi’, come un palombaro nelle gelide e profonde acque degli oceani, nella follia della mente dei personaggi in carne pronti a cominciare la mutazione in acciaio.
Tra Lynch e Cronenberg. Ma c’è qualcosa di più in questa ‘calata’. Non si tratta della discesa agli inferi. Sono già in superficie. È invece un precipitare nell’animo umano, privo di tutte le sue difese, pieno di ferite. A differenza di Lynch, in cui le non-trame sembrano essere dei caotici incubi assemblati da un demiurgo della notte, nei film di Tsukamoto, in particolare in Nightmare detective, le storie dei personaggi non sono pensabili nemmeno nei nostri incubi, risultato invece del pensiero di un demiurgo del cinema per il quale gli incubi sono le vite umane. Ecco quindi spiegato il ruolo del detective nottambulo, un giovane solitario che non desidera altro che morire, stufo di vivere nelle menti altrui e in un mondo che disprezza. Nel frattempo c’è un’altra storia, quella di un’abile e silenziosa investigatrice, Keiko Kirishima (Hitomi), che s’imbatte in due misteriosi casi di suicidio. All’apparenza. Entrambi gli incidenti hanno un comune denominatore: il numero ‘0’ (Shinya Tsukamoto) che compare sul loro cellulare come ultima chiamata poco prima di morire.
Tuttavia, la moglie di una delle vittime riesce a testimoniare, raccontando che mentre dormiva il marito, all’improvviso, ha cominciato a pugnalarsi come se venisse chiamato o condizionato da qualcuno o qualcosa nel sogno. L’unica soluzione per la giovane investigatrice è di verificare di persona di cosa si tratta, ma per poter affrontare quel numero maledetto avrà bisogno di un collega molto speciale, un autentico investigatore dell’inconscio… sogni d’oro a tutti.