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The box

Posted on 24 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Radiazioni BX: Distruzione Uomo (1957), L’Ultimo Uomo sulla Terra (1963), L’Uomo dalle Due Ombre (1970), 1975 Occhi Bianchi sul Pianeta Terra (1971), Duel (1973), Echi Mortali (1999). Ce n’è per tutti i gusti: abbastanza storia della settima arte affinchè gli appassionati di fantascienza e dintorni non si lascino sfuggire l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Richard Kelly, tratta, come i film citati in apertura, dall’opera letteraria di Richard Matheson, indiscusso maestro della letteratura di genere americana e fonte d’ispirazione sempre verde per il cinema statunitense.

The Box rafforza la candidatura del regista di Donnie Darko (2001) ad aspirante ‘run for cover’ del maestro e modello David Lynch, mostrandocelo ancora una volta per quello che è: autore tutt’ora acerbo, comunque riconoscibile, e per questo non privo di fascino, nel suo impegnato affannarsi alla ricerca di un punto di equilibrio tra presuntuosa incomunicabilità e desiderio latente di entrare definitivamente nelle grazie del grande pubblico. Di buono c’è che il disastro di critica e botteghino di nome Southland Tales (2006) appaia, ormai, come un lontano ricordo. Al suo posto una prova registica quadrata e coesa, attraversata dalle consuete bizzarrie prossime all’involontaria autoironia, in questo caso sfacciatamente debitrici nei confronti di Terrore dallo Spazio Profondo.

Kelly lavora con personalità e cervello sull’asciutta sintesi della matrice novellistica, scava tra le righe e attraverso le pause della punteggiatura, al fine di appropriarsi del significato stesso dell’originale. Sua l’idea di aggiungere alla diade cartacea marito-moglie la figura chiave del figlio, di fatto assente nel racconto “Button, Button”. Altrettanto personale la scelta di abbandonare sceneggiatura e macchina da presa attraverso inesplorati territori narrativi, sospesi a metà tra presenze aliene e federali esperimenti socio comportamentali. Kelly non sa che farsene del ritmo e della geometria tipica del genere, tanto che alla classificazione cinematografica continua a preferire, qualche volta a torto, le improvvise inquietudini visive: siano esse un flash luminoso, uno sconosciuto alla finestra o la sala lettura di una biblioteca satura di menti lobotomizzate. Impossibile non riconoscergli una sapiente capacità di costruzione della suspense, così come un’innegabile maestria e gusto nel trattare l’obiettivo; è altrettanto giusto, però, sottolineare, ancora una volta, l’ingiustificabile desiderio di aggiungere e stupire comunque (vedi le citazioni di Sartre, quanto meno fuori luogo). Anche quando lo spettatore non ne sente assolutamente la necessità.

Luca Lombardini

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The hole in 3D (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Dopo l’ennesimo trasferimento, i giovani fratelli Dane (Chris Massoglia) e Lucas (Nathan Gamble), insieme alla madre Susan (Teri Polo), si stabiliscono in un piccolo centro lontano dalle grandi città, con l’intenzione di metter radici. Almeno sino a quando l’ex marito della donna, e padre dei due ragazzi, un uomo malvagio e violento, non riesce a trovarli.

Dal momento della difficile separazione, infatti, Susan ha cercato in tutti i modi di far perdere le proprie tracce, in modo da tenere lontano dai figli il violento ex.

Appena insediati nella nuova abitazione, Dane e Lucas, in compagnia di Julie (Hanley Bennet), la giovane ragazza della porta accanto, scovano in cantina una misteriosa botola ben serrata da numerosi lucchetti.

L’ingenua curiosità dei protagonisti, imprescindibile leitmotiv per un film horror, fa in modo che il trio non riesca a rinunciare al richiamo della scoperta.

In men che non si dica la botola è aperta e i tre giovani stanno sbirciando, a dire il vero un po’ delusi, nel vuoto oscuro che sembra estendersi, per indefinite centinaia di metri, al di sotto della casa.

Per dare degna ricompensa alla curiosità dei tre protagonisti, però, basterà scoprire che la botola è in realtà l’unico sigillo in grado di tener serrata nel buio eterno un’indefinibile forza maligna in grado di dar corpo alle paure di ogni singolo individuo che avesse avuto l’ardire di sporgersi sull’orlo di quel baratro.

Il 2010 segna il ritorno di Joe Dante (L’ululato, 1981; Gremlins, 1984) al cinema di genere.

The Hole è un thriller-horror che avrebbe potuto rappresentare un ritorno di fiamma del regista di Pirana (1978), dopo i due episodi firmati per la serie Masters of horror: Homecoming (2005) e The Screwfly Solution (2006). Un ritorno in grande stile, visto che Dante aveva anche progettato di cavalcare l’onda d’indiscussa moda del 3d.

Ma a dire il vero, dopo la visione, di The Hole rimane molto poco,e il 3d si dimostra ancora una volta sterile tecnica per niente asservita ad una reale crescita della struttura narrativa-spettacolare del film, che avrebbe sortito il medesimo effetto anche senza.

The Hole è pensato come un ‘horror per famiglie’ e, anche se ripropone i cliché tipici della ghost story (bambine fantasma, pupazzi animati, presenza che si muovono nel buio della cantina), risulta più funzionale nelle parti marcatamente “comedy”, che non in quelle “thrilling”.

Dai toni molto fumettistici, il film è però dichiaratamente teen già dalla sceneggiatura, firmata da Mark L. Smith (Vacancy, 2007), che con The Hole desiderava lavorare ad un racconto sì spaventoso, ma fruibile senza problemi da un pubblico di giovanissima età.

Curato e inattaccabile dal punto di vista tecnico, il film non annoia ma lascia il tempo che trova, e da Joe Dante continuiamo ad aspettarci di più.

Luca Ruocco

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Giallo (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Il Dario Argento che tutti abbiamo amato, l’ingegnoso regista che ha portato il thriller italiano nelle sale di tutto il mondo, il meraviglioso autore di alcuni dei più bei titoli del nostro cinema di genere, non esiste più.

E’ inutile recriminare sulla cattiva riuscita di un film come Giallo, o di quelli che lo hanno preceduto (La terza madre, 2007; Il cartaio, 2003).

Inutile è, soprattutto, cercare un punto di contatto reale, carnale, fisico, tra l’ultima parte della filmografia argentiana con i film che lo hanno reso un maestro del cinema di paura a livello internazionale.

Tutto questo è inutile perché non possono esserci punti di contatto fra Suspiria (1977) e La terza madre, e non ci sono comuni denominatori fra L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e Giallo.

Non parliamo di piccoli fils rouges, come il fatto che l’omicida seriale fondi il suo squilibrio su gravi problemi di retaggio infantile, e che sfugga la macchina da presa (a dire il vero molto poco in Giallo) mentre massacra in maniera fredda e calcolata le sue vittime.

Questo è l’involucro, il primo livello di lettura. Solo il seme di uno dei tanti film di Dario Argento, e lo ritroviamo anche in Giallo. Quello che è davvero tristemente inutile è andare alla ricerca di quella cura del particolare, di quella ricerca dell’inquadratura, di quell’articolata scenografia e del sapiente lavoro sul colore che facevano sì che dei film di Argento rimanesse vivo nella memoria dello spettatore un senso estetico marcato e molto personale, magari solo un’immagine, che però avrebbe saputo rappresentare, meglio ancora di uno degli efferati omicidi, un nuovo modo di pensare al cinema di genere italiano.

Ebbene, Giallo non ha nulla del vecchio Argento.

A cominciare dal cast, composto dal premio oscar Adrien Brody e da Emmanuelle Seigner, forse il più importante mai diretto da Argento, impegnato, però, ad interpretare due tra i personaggi più inutili e meno credibili della sua filmografia. Il ‘lupo solitario’, per il premio Oscar: un ispettore di polizia freddo e razionale, senza il senso del pericolo e marcatamente asociale, segnato da un fatto di sangue, anche per lui radicato nel periodo dell’infanzia. La sorella di una delle possibili vittime, per la moglie di Roman Polanski.

Non si sa bene perché, e in realtà un vero motivo non c’è, il “lupo solitario” accetti la pedante compagnia della donna, fino a farla diventare la sua compagna di caccia.

Ma questa non è l’unica falla della sceneggiatura di Jim Agnew e Sean Keller: i due autori immaginano anche una sorta di parallelismo fra la vita del killer e dell’ispettore (entrambi con un passato difficile e, in qualche, modo esclusi dalla società). Idea di per sé vincente e fresca, se non fosse che le storie dei due personaggi sono solo dei frammentari accenni, senza spessore.

Anche l’idea di metter nelle mani di Brody sia il buono che il cattivo di Giallo, sarebbe potuto essere uno spunto interessante, soprattutto dal punto di vista attoriale. Ma il trucco pensato per il killer è davvero imbarazzante, e si rimpiangono i tempi in cui gli assassini di Argento erano delle mani guantate per quasi l’intero film. Conoscere l’assassino non è di per sé un male, ma trovarsi di fronte ogni volta un personaggio così grottesco toglie mordente alle poche scene forti del film, oscurando gli effetti di Sergio Stivaletti.

Giallo è un film senza sentimenti. Peccato, perché le prove argentiane di Jenifer (2005) e Pelts (2006), girate per la serie Masters of horror, avevano fatto sperare davvero bene.

Occluso per circa un anno e mezzo nelle spire di diabolici problemi distributivi, Giallo sta per arrivare anche in Italia, per mano della Dell’Angelo Pictures.

Luca Ruocco

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Come una crisalide (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Come una crisalide (2009), primo lungometraggio del regista Luigi Pastore, è uno dei due titoli indie, insieme a House of the flesh manniquines (Domiziano Cristopharo, 2008), presentati in anteprima all’interno della XXX edizione del Fantafestival.

Come una crisalide di Pastore è un lungo bodycount d’ispirazione marcatamente anni settanta, che prima ancora di voler rappresentare una personale rivisitazione dell’horror made in italy dell’autore, pare voler avvinghiarsi proprio a questa profonda, viscerale discendenza, e trarre forza e motivo d’essere proprio dalla sua fonte ispirativa: il thriller italiano, in primis quello firmato Argento.

Il fatto che il Fantafestival dia voce alla produzione indie di qualità è di certo molto importante. Se la polvere alzata dal fenomeno Shadow (Federico Zampaglione, 2010) sarà servita a riportare a galla realtà interessanti e importanti della nostra cultura underground è ancora presto per dirlo. Fatto sta che il cinema di genere nostrano, che da anni sta battendo colpi sui tavolini da medium delle distribuzioni cinematografiche, per dimostrare la propria esistenza, sta iniziando ad esser preso in considerazione. Fosse anche su riviste come la nostra, o all’interno di un festival, come in questo caso… da qualche parte bisognerà pure cominciare.

Quello che salta subito all’occhio, però, è che Come una crisalide devia dalla semplice (e sana) ricerca di una fonte d’ispirazione. Ciò che a prima vista sembra succedere è l’annullamento di ogni identità autoriale, in funzione di un’immolazione volontaria, un sacrificio ricompensato con il tentativo di clonazione di situazioni, atmosfere, personaggi e musiche troppo ‘argentiani’.

Pastore arriva a confezionare un film-omaggio al regista romano e alla sua cinematografia thrilling, senza voler osare di più. Come una crisalide potrebbe star in piedi senza sostenersi al bastone su cui s’appiglia?

Quella di film-omaggio sembra essere l’identità che lo stesso regista ha pensato per il suo primo lungometraggio. Non solo per i temi narrati (un misterioso killer mai inquadrato in viso, che compie un cammino di sangue e violenza per vendicarsi di una vita infausta, che sin dalla nascita non gli ha riservato un attimo di serenità), ma anche e soprattutto perché Pastore riesce a circondarsi di nomi autorevoli, che del suo cinema di riferimento rappresentano solidi pilastri: Simonetti e i Daemonia, che concedono un cammeo e il supporto musicale, effetti speciali “old style” di Stivaletti, epigrafe iniziale concessa da Dario Argento e, per finire, madrina della serata di presentazione al Fantafestival, Daria Nicolodi.

Altra cosa da non trascurare è che Luigi Pastore sceneggia il film con Antonio Tentori, autore di film come Un gatto nel cervello (Lucio Fulci, 1990) e L’isola dei morti viventi (Bruno Mattei, 2006), nonché di numerosi testi critici sul cinema di genere italiano. Un’altra importante personalità, insomma, che decide di mettersi totalmente in gioco, interpretando anche l’enigmatico omicida, armato di coltello e videocamera, utile a catalogare le oscene morti delle sue vittime, per costruire un personalissimo diario terapeutico che sfocerà nell’incontro con l’unica ragazza che saprà far conoscere al killer l’innocente sentimento dell’innamoramento.

Le atmosfere thrilling argentiane, ricreate a basso budget da Pastore (con tutti i ridimensionamenti del caso), sono condite da torbide scene d’un erotismo macabro, fulciano, che amplificano la perversa visuale dell’assassino, oltre a rimarcare ancor più un’atmosfera di provenienza assolutamente ‘made in italy’.

Se Come una crisalide non riesce a brillare di luce propria, però, va detto che Luigi Pastore, sicuro dell’aver portato a termine un’opera prima e, soprattutto, di esser riuscito ad aggregare tanti professionisti di nome attorno ad un progetto indie, potrebbe aver raggiunto l’obiettivo di caricarsi della luce riflessa del cinema che ha corteggiato, per arrivare pronto al prossimo film da mettere in cantiere. Un film, speriamo, molto più personale e onirico, magari amplificando le atmosfere grottesche e sognanti già presenti in questo primo esperimento (come quelle in cui il regista concretizza l’inconscio dell’omicida in un teatro di burattini).

Visto Come una crisalide, rimaniamo in guardia, curiosi di poter vedere qualcosa che sia totalmente farina del sacco di Pastore. Staremo a vedere.

Luca Ruocco

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L’uomo nell’ombra

Posted on 05 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Un giovane scrittore inglese (Ewan McGregor) viene incaricato di portare a compimento, come ghostwriter, la stesura dell’”autobiografia” dell’ex primo ministro inglese Adam Lang (Pierce Brosnan), dopo la prematura e accidentale scomparsa dello scrittore che da anni collaborava col politico. Nonostante lo scarso interesse creativo, la proposta è difficile da rifiutare, soprattutto per l’offerta economica davvero succulenta. Il ghostwriter dovrà partire la sera stessa per un’isola sperduta della costa orientale degli Stati Uniti e passare un mese accanto a mr. Lang, per riuscire a scavare nel suo cuore, oltre che nella sua vita politica.

Fin da subito, però, lo scrittore si troverà invischiato in qualcosa di torbido. Qualcosa che sino alla fine non riuscirà a mettere a fuoco, ma che, ugualmente, lo imprigionerà sin dal momento in cui, ancora prima di incontrarlo, verrà a conoscenza delle accuse di terribili crimini di guerra mosse verso l’ex primo ministro.

Roman Polanski, in sala dopo cinque anni dal suo Oliver Twist (2005), torna a calcare le assi del thriller, stavolta condito in salsa politica.

L’uomo nell’ombra, tratto dal romanzo The Ghostwriter di Robert Harris (con cui il regista ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura del film), specula in maniera elegante, e mai sopra le righe, sul tema del “non fidarti di nessuno”.

Il ghostwriter si troverà ad indagare sui possibili trascorsi dell’ex premier britannico come agente segreto della CIA, e sulla possibilità che l’incidente in cui lo scrittore che l’aveva preceduto aveva perso la vita sia in realtà doloso; come se non bastasse si troverà a fare da spartiacque nella non più felice vita matrimoniale dei coniugi Lang.

A dividere le scene con l’anonimo ma acuto protagonista è il manoscritto redatto dal suo predecessore che, quasi pronto per la stampa, oltre a contenere, ben criptata, la soluzione del mistero che aleggia attorno alla famiglia Lang, ruberà definitivamente la scena al suo comprimario in un eccezionale finale che, purtroppo, rappresenta l’unica vetta raggiunta da L’uomo nell’ombra.

Polanski firma un’opera insapore, istruita ma troppo impersonale, quasi a voler dimostrare una supremazia data al romanzo di Harris, cui si deve la trovata davvero originale di trasformare il navigatore satellitare di una delle auto di servizio della magione Lang nel più fedele informatore dello scrittore.

Ma se Harris si mostra attento e presente, attraverso il lavoro di adattamento del romanzo, e il giovane protagonista non vuol proprio saperne di vivere nell’ombra del suo assistito, chi sembra scomparire è proprio Polanski (ghostdirector più che ghostwriter), di cui si riconoscono sicuramente le forti dosi di humour nero. Viene da chiedersi dove sia finito l’autore di film “fuori dall’ordinario”, come Rosemary’s Baby (1968) e L’inquilino del terzo piano (1975).

Al Festival di Berlino L’uomo nell’ombra è riuscito, comunque, a regalare a Roman Polanski l’Orso d’Argento come Miglior Regia.

Luca Ruocco

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Amabili resti

Posted on 05 marzo 2010 by Luca Biscontini

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1973. Brutalmente assassinata dal vicino di casa George Harvey (Stanley Tucci), la quattordicenne  Susie Salmon (Saoirse Ronan) continua a vegliare sulla sua famiglia, intrappolata in una dimensione onirica tra cielo e terra.

Tratto dal best seller Amabili resti, scritto da Alice Sebold, parte da questa esile idea l’undicesimo lungometraggio diretto dal neozelandese Peter Jackson, capace di cominciare dalle esagerazioni splatter di cult come Bad taste-Fuori di testa (1987) e Splatters-Gli schizzacervelli (1992) per arrivare alla vittoria del premio Oscar con Il Signore degli anelli-Il ritorno del re (2003), passando attraverso raffinate opere d’impronta decisamente autoriale come Forgotten silver (1995) e Creature del cielo (1994).

Ed è soprattutto quest’ultimo a tornare in mente dal momento in cui, grazie agli ottimi effetti speciali visivi, viene tirato in ballo quello che possiamo definire un magico limbo caratterizzato da paesaggi e situazioni fantastiche.

Magico limbo che, complice l’eccellente fotografia di Andrew Lesnie (Il Signore degli anelli), finisce per fare quasi da scenografia principale ad una vicenda sceneggiata dallo stesso regista insieme a Philippa Boyens (King Kong) e Fran Walsh (Sospesi nel tempo), e capace di coinvolgere efficacemente attraverso un teso ma lento ritmo narrativo.

Con momenti che possono far tornare alla memoria titoli del calibro di Ghost-Fantasma (1990) e The sixth sense-Il sesto senso (1999), Stanley Tucci (Tu chiamami Peter) in una delle migliori prove della sua carriera, e la famiglia Salmon rappresentata da Mark Wahlberg (Max Payne), Rachel Weisz (La mummia), Susan Sarandon (Thelma & Louise) e Rose McIven (Donne in topless che parlano della loro vita)..

Tra suspense e speranza e la consueta, maniacale attenzione per i dettagli, mentre l’insieme oscilla continuamente tra la sete di vendetta della protagonista e il desiderio di vedere guarire i suoi cari, ormai sull’orlo del disfacimento psicologico.

Il Re Mida di Hollywood Steven Spielberg ne è il produttore esecutivo.

Francesco Lomuscio

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Taxi lovers

Posted on 22 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Figlia del boss criminale Anghelos (Alberto Di Stasio) e sentimentalmente legata a Marco (Paolo Gasparini), piccolo malavitoso che sta tentando il grande salto di qualità attraverso una segreta operazione riguardante un micro-chip di immenso valore, Giovanna (Elisabetta Cavallotti) fa conoscenza con Massimo (Edoardo Leo), tassista di trent’anni molto provato dalla sua situazione familiare, con il quale instaura immediatamente un rapporto conflittuale destinato, però, ad approfondirsi.

Da qui, immerso in una atipica Roma, prevalentemente notturna, illuminata dalla bella fotografia di Duccio Cimatti (premiata insieme a produzione e montaggio presso il B.A. Film Festival di Bursto Arstizio), prende il via una sorta di romantico noir metropolitano in salsa pulp che l’attore Luigi Stefano Maria Di Fiore, esordiente dietro la macchina da presa, confeziona dosando sapientemente sesso e violenza, nel probabile tentativo di resuscitare il cinema di genere tricolore che fu.

E, con un buon cast comprendente anche Ettore Bassi e Sergio Fiorentini, lo fa disponendo di un ristrettissimo budget (circa 486000 euro), tanto da spingerci una volta tanto a chiudere un occhio su una sceneggiatura – scritta dai Dino e Filippo Gentili de “I giorni dell’abbandono” – che avrebbe sicuramente necessitato di maggiore attenzione, soprattutto nei dialoghi, per lasciarci invece apprezzare il coraggio dell’operazione. Operazione che Cine Storm entertainment ci propone attraverso un interessante doppio dvd da collezione, il quale include nel primo disco il film, quattro trailer e le filmografie del regista e dei protagonisti, mentre nel secondo 13 minuti di clip, 38 minuti d’interviste e un lunghissimo backstage di circa due ore e dieci.

Francesco Lomuscio

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Uno specchio per Alice

Posted on 20 febbraio 2010 by Luca Biscontini

Alice è una ragazza normale, che vive in una famiglia che le vuole bene. L’unico problema è il nonno, reduce traumatizzato dalla guerra e totalmente disancorato dalla realtà. Un giorno la famiglia parte dall’Abruzzo per una gita in Puglia e lascia Alice da sola con l’anziano. Durante la giornata la ragazza incontra una sua amica di nome Gloria; andando in giro per il centro, s’imbattono in uno scontro tra poliziotti e malviventi. Dopo l’accaduto, svoltosi a pochi metri da loro, ritrovano un orecchino a forma di serpente. Decidono di indossarlo per un po’ e, da quel momento, si ritrovano attratte involontariamente dal male. Comincia per loro un viaggio in un mondo popolato da fantasmi e da visioni. Qual è la vera realtà?

L’ambientazione è un’Alberobello calda e desolata, capace di rendere il film apprezzabile dal punto di vista visivo e, in qualche modo, credibile. I luoghi fondamentali sono i trulli. Il soggetto s’impernia attorno ad una setta di origine fascista con alcuni simboli inconfondibili, come il colore nero dei vestiti. La regia è un po’ lenta, così come il montaggio, senza quegli sbalzi di velocità che l’avrebbero reso più godibile. Apprezzabile, comunque, il fatto che il regista Gianni Di Claudio, da anni uno dei punti di riferimento dell’indie abruzzese, abbia realizzato, questa volta, un’incursione nel genere fantasy, nonostante la sua innata predisposizione per il western (un esempio sono i suoi libri) e il cinema classico (come nei lavori precedenti). Attendiamo nuovi segnali di vita.

Michele Traversa

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Il quarto tipo

Posted on 07 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Si avverte una frattura tra due anime nel lavoro di Olatunde Osunsanmi, giovane regista statunitense al suo secondo lungometraggio dopo Whitin. Da una parte, il film afferma senza possibilità di equivoco quelle che dovrebbero essere le sue vere intenzioni: Il quarto tipo si apre su Milla Jovovich che dichiara, sguardo in macchina, di rappresentare la dottoressa Abbey Tyler, una psicologa alle prese con una serie di elementi che accomunano in maniera inquietante le esperienze dei suoi pazienti, nonché la città di Nome, dove dagli anni Sessanta si verificano con regolarità suicidi, omicidi e sparizioni.

Questa volontà dichiarata è sottolineata da uno split screen oscillante, che affianca i documenti reali (le riprese delle sedute di ipnosi realizzate dalla Tyler in cui i pazienti rivivono le esperienze di rapimento da parte di alieni, ma anche “filmati della polizia”) alle stesse scene girate dagli attori del film. Non si tratta, dunque, che di una riproduzione, realizzata con l’intento di far sapere al mondo? Il dubbio viene da altre scelte, sia narrative sia stilistiche, stavolta sotterranee, operate dal regista: come l’inserimento, in punti strategici della sceneggiatura, di fatti relativi alla vita privata di Abbey Tyler. Come l’azione che permea alcune scene, quasi stridendo con la patina scientifica del film.

Scelte che allontanano dal problema e dalla formazione di un giudizio che il film vorrebbe, di nuovo dichiaratamente, libero. Inserti che fanno funzionare il film come il più classico dei thriller. Il quarto tipo riguarda più il potere della mente che il problema delle abduzioni. Quando il centro della pellicola si rivela essere la questione del “cosa si vede” (la realtà o una nostra proiezione?) e della natura dell’immagine, difficilmente può essere mantenuta una direzione di linearità intellettuale.

Annarita Guidi

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Hollow

Posted on 15 novembre 2009 by Francesco Lomuscio

Con soli cinque giorni di riprese e dieci per il montaggio, “Hollow”, vincitore del Premio Steel al Tuscia Film Fest 2008, vede Edoardo Costa adeguatamente calato nei panni del criminologo dell’FBI Santini, il quale, sulle tracce di un pericoloso serial killer, finisce per essere lo spettatore diretto del suo ultimo massacro.

Appare evidente, nel corso dei circa diciotto minuti di visione girati in digitale, l’influenza da parte della tipologia di film derivata dall’ormai classico “Seven”, tanto più che, proprio come nel lungometraggio diretto da David Fincher nel 1995, i crudi omicidi vengono inscenati senza mostrare mai troppo.

Ma a sorprendere è soprattutto il modo in cui Luigi Cecinelli, attivo sia in televisione che nel teatro, riesca nell’impresa di conferire un taglio decisamente internazionale all’insieme, tanto da non lasciare minimamente intuire che la tetra Los Angeles rappresentata non sia altro che la nostra Latina.

E i meriti vanno sicuramente riconosciuti anche all’operato di un valido cast tecnico, nella speranza che prodotti del genere finiscano prima o poi anche per tornare a invadere le sale cinematografiche tricolori nelle vesti di lungometraggi.

Del resto, a produrre è la Digital desk di Pier Giorgio Bellocchio, quindi siamo tutt’altro che dalle parti di una “povera” operina amatoriale.

Francesco Lomuscio

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Intrigo a Berlino

Posted on 05 novembre 2009 by admin

Luglio 1945: alla vigilia del vertice di Potsdam fra Churchill, Truman e Stalin che deciderà le sorti della Germania uscita sconfitta dalla guerra, un giornalista americano (George Clooney) viene inviato per seguirne gli sviluppi e, durante il suo soggiorno in terra tedesca, ritroverà la splendida Lena (Cate Blanchett), di cui è stato innamorato. L’inaspettato incontro lo farà precipitare in un claustrofobico dedalo di intrighi, menzogne e verità che è meglio tenere nascoste.

Ritorno di Soderbergh al bianco&nero dopo il fallimento di “Kafka”, “Intrigo a Berlino” è una matematica rilettura dei fasti del cinema classico. Il duplice binario su cui il film poggia (la spy story di stampo tradizionale affiancata alle tormentate vicende personali dei protagonisti) sembra non discostarlo troppo da un generico omaggio al cinema noir del passato, peraltro molto in voga in questo periodo. Ma dove altri tentativi si sono fermati, pensando che la strutturazione di un intreccio tipico bastasse per evocare il modus operandi dello studio system, Soderbergh fa partire il suo tentativo. Dando infatti per assodata la tipicità di certe situazioni (il malessere post-bellico, l’amoralità del potere) e di certi personaggi (la dark lady, il tough boy che non riesce ad esorcizzare le lacerazioni dell’amore), il regista americano compie un passo ulteriore: utilizzando tecniche di realizzazione (audio in presa diretta, vecchi obiettivi Panavision) e filmati degli anni 40, inscrive “Intrigo a Berlino”, più che nella dimensione dell’omaggio, in quella, filologicamente più autoriale, della citazione. Con i rischi di algido manierismo che ne conseguono.

Luca Ippoliti

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Red line

Posted on 05 novembre 2009 by V

Il cortometraggio del talentuoso Francesco Cannavà, con protagonisti Corrado Fortuna (“My name is Tanino”) e la bellissima Maura Leone, racconta una storia senza utilizzare neanche una parola. Le uniche parole che servono all’autore sono quelle di una citazione da uno dei più interessanti autori contemporanei: Michel Houellebecq. Cannavà cita un passaggio del maestro francese che parla degli spazi che gli esseri umani creano tra di loro e dei quali hanno al contempo paura. La storia inizia in un vagone della metropolitana completamente vuoto.

Un ragazzo ed una ragazza si fissano reciprocamente. Poi lei scende alla sua fermata. Lui è insicuro, ma alla fine decide di seguirla. La ragazza entra in un locale. Si tratta di un locale di lap-dance. Il ragazzo entra e chiede di lei. La ragazza gli effettua il servizio previsto nella zona privata. Alla fine della nottata, la ragazza esce dal locale. Lei entra in casa e, piangendo, sfoglia una serie di foto. Poi la sorpresa per lo spettatore, di quelle che rimangono impresse per tutta una vita. Possiamo parlare di un piccolo capolavoro di narrazione, coadiuvato da un’ottima fotografia, montaggio e interpretazione, senza dimenticare il lavoro organizzativo del produttore esecutivo Giovanni Maria Scotti. “Red line” ha vinto il primo premio del Taormina Film Festival 2007, è stato finalista nella competizione per i Nastri d’Argento ed è stato selezionato al Tribeca di New York.

Fabio Sajeva

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Nightmare detective

Posted on 19 ottobre 2009 by Ireneo Alessi

Nightmare detective

Quella di quest’anno a Venezia è stata una Mostra del Cinema a tutto splatter, con ben sei film horror in cartellone e tre grandi maestri in passerella: George A. Romero, Joe Dante e Shinya Tsukamoto, registi che il cinema di genere l’hanno sempre masticato, mescolato, masturbato, metabolizzato e poi (re)inventato. E in occasione di tanta carne messa a fuoco dalla macchina da presa, per il primo Taxi Drivers mensile abbiamo scelto di allegare in dvd un titolo del regista giapponese, (forse) il meno conosciuto della triade veneziana nel nostro Paese. Al Lido Tsukamoto ha presentato il suo ultimo film, terzo tassello della trilogia cult cyberpunk cominciata esattamente vent’anni fa: Tetsuo the bullet man. Quindi, in attesa di vederlo anche da noi, proviamo a gustarcelo attraverso uno dei titoli più seminali della sua carriera, Nightmare detective (2006), impreziosito da un’edizione Raro Video come al solito eccezionale, in doppio audio e con ricchi contenuti extra

Partiamo dal principio. Senza regole. Nightmare detective non ha niente a che vedere con Tetsuo (1989), eppure sembra esserne quasi una sorta di remake. Assurdo, certo. Ma nel cinema di Tsukamoto è tutto molto complicato, labirintico. Remake di Tetsuo nel senso di opera prima, non nella storia, perché al suo interno ha tutte le caratteristiche del primo film, un autentico concentrato di visioni che non lasciano un attimo di tregua allo spettatore. Un film fatto di pancia prima ancora che con il cuore, realizzato mettendoci dentro le paure e le angosce di sempre. A cercarlo non c’è autore al mondo come Tsukamoto capace di mescolare il pallore delle luci notturne che colorano le metropoli con il metallo, l’acciaio che di quelle metropoli sono la base portante. E sempre più anche dell’uomo. Per non parlare quindi dei suoi personaggi: uomini-bidimensionali, uomini-macchine, uomini–metropoli. Il resto è privo di senso, un mondo che assomiglia ad un grande buco nero. Sempre. Per cercare di comprendere il cinema di Shinya Tsukamoto lo spettatore deve essere ben predisposto a ‘calarsi’, come un palombaro nelle gelide e profonde acque degli oceani, nella follia della mente dei personaggi in carne pronti a cominciare la mutazione in acciaio.

Tra Lynch e Cronenberg. Ma c’è qualcosa di più in questa ‘calata’. Non si tratta della discesa agli inferi. Sono già in superficie. È invece un precipitare nell’animo umano, privo di tutte le sue difese, pieno di ferite. A differenza di Lynch, in cui le non-trame sembrano essere dei caotici incubi assemblati da un demiurgo della notte, nei film di Tsukamoto, in particolare in Nightmare detective, le storie dei personaggi non sono pensabili nemmeno nei nostri incubi, risultato invece del pensiero di un demiurgo del cinema per il quale gli incubi sono le vite umane. Ecco quindi spiegato il ruolo del detective nottambulo, un giovane solitario che non desidera altro che morire, stufo di vivere nelle menti altrui e in un mondo che disprezza. Nel frattempo c’è un’altra storia, quella di un’abile e silenziosa investigatrice, Keiko Kirishima (Hitomi), che s’imbatte in due misteriosi casi di suicidio. All’apparenza. Entrambi gli incidenti hanno un comune denominatore: il numero ‘0’ (Shinya Tsukamoto) che compare sul loro cellulare come ultima chiamata poco prima di morire.

Tuttavia, la moglie di una delle vittime riesce a testimoniare, raccontando che mentre dormiva il marito, all’improvviso, ha cominciato a pugnalarsi come se venisse chiamato o condizionato da qualcuno o qualcosa nel sogno. L’unica soluzione per la giovane investigatrice è di verificare di persona di cosa si tratta, ma per poter affrontare quel numero maledetto avrà bisogno di un collega molto speciale, un autentico investigatore dell’inconscio… sogni d’oro a tutti.

Giacomo Ioannisci

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