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Cosa voglio di più (Festival di Berlino 2010)

Posted on 01 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Cosa voglio di più? Il titolo del nuovo film di Silvio Soldini è la domanda senza risposta che si legge negli occhi insicuri dei protagonisti, mentre vengono travolti, senza poter offrire resistenza, da una passione extraconiugale che sconvolge la loro vita sentimentale perfetta.

Lei, Anna (Alba Rohrwacher), convive felicemente con Alessio (Giuseppe Battiston). Stanno arredando la loro casa e progettano di fare un bambino. Lui, Domenico (Pierfrancesco Favino), è sposato con Miriam (Teresa Saponangelo) e ha due figli. Le vite di Anna e Domenico procedono serene fino a quando si incontrano e tra loro scocca la scintilla. Si avvicinano per simpatia, curiosità ed attrazione fisica. Poi le cose si complicano perché si innamorano perdutamente e la scappatella diventa una vera e propria passione extraconiugale che corrode lentamente la loro sicurezza, la stima in loro stessi e le loro vite sentimentali.

Soldini analizza il tradimento, indaga l’istinto che induce a commetterlo ed il sentimento che spinge a protrarlo. Lo sfondo è quello di una Milano attraversata dalla crisi economica, dove qualsiasi segnale di precarietà e momento di difficoltà nella vita quotidiana diventano, per i protagonisti, una giustificazione per cercare una fuga, qualcosa di nuovo e di diverso che faccia dimenticare loro le preoccupazioni. Sanno di commettere un errore, ma sembrano non poterci fare nulla, mossi da un destino che li spinge l’uno incontro all’altra.

Il tema del tradimento non rappresenta niente di nuovo per il cinema, è già stato raccontato ed analizzato in tutte le sue sfaccettature. Soldini è comunque bravo nella prima parte a mettere in tavola le carte, e a porre l’accento sull’isitnto che genera il tradimento. Riesce inoltre a fare identificare lo spettatore con i personaggi, presentando i piccoli aspetti quotidiani che accomunano le vite di tutti: la spesa, la birra con gli amici, la cena a casa, la serata in piscina. Il disagio dei protagonisti, con impeto sempre più dirompente, investe e rovina questi semplici momenti fino al climax del pranzo domenicale con tutta la famiglia, che si conclude con una scenata per una parola innocua, avvertita da Anna come fuori posto. Efficaci anche alcune battute ed alcuni episodi che tengono sempre viva l’attenzione.

Quando però dall’analisi degli istinti si passa a quella dei sentimenti, il racconto perde di ritmo, diventa più retorico ed anche i dialoghi sono meno incisivi.

Il film nel complesso non lascia il segno. Seppure con qualche spunto interessante ed alcune situazioni divertenti, viene affrontata una tematica già abusata. Nella seconda parte viene aggiunto poco di nuovo rispetto alla prima, e la caratterizzazione psicologica dei personaggi non diventa più profonda, ma ripete se stessa con un linguaggio che perde di efficacia, quando dall’analisi dei loro istinti si passa a quella dei loro sentimenti.

Da sottolineare l’ottima prestazione degli attori che prestano volti e corpi ai propri personaggi, con credibilità e senza inibizioni.

Matteo Aniello

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San qiang pai han jing qi (A Gun and A Noodle Shop). Festival di Berlino 2010

Posted on 18 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Un mercante persiano volteggia con la spada e disegna nell’aria una coreografia perfetta: l’azione è filmata con eleganza e maestria tecnica, scherzando con la forza di gravità e giocando con il rallenty e i colori. É proprio l’inizio che ci si aspetta da un film di Zhang Yimou. La memoria va a ripescare subito le atmosfere dei suoi precedenti lungometraggi come Hero o La foresta dei pugnali volanti. Ma la sorpresa è dietro l’angolo. Il numero virtuoso del mercante (e del regista) non si conclude con l’atteso e meritato applauso, ma viene dissacrato da una sonora risata dei tre personaggi che vi assistono. Zhang Yimou ci introduce così nel suo nuovo film, e ci annuncia che questa volta si cimenterà in un genere per lui nuovo: la commedia, al limite della farsa per giunta.

Siamo nella Cina imperiale e a ridere è soprattutto la tenutaria di un negozio di spaghetti cinesi che da quel mercante acquista una pistola. Le serve per difendersi dai continui abusi che da anni subisce dall’anziano marito, proprietario del locale in cui lavora. Quest’ultimo viene a sapere dell’acquisto e, avendo anche scoperto che la donna lo tradisce con un garzone, decide di corrompere un poliziotto per eliminarla assieme all’amante. L’avidità dell’omicida, la presenza della pistola all’interno del locale, e la goffaggine dei garzoni  danno vita ad una commedia degli equivoci, con molti risvolti drammatici, raccontati con humor nero.

Si tratta del ritorno al cinema di Zhang Yimou, dopo la pausa  presa per dedicarsi alla realizzazione delle coreografie per l’inaugurazione dei giochi olimpici di due anni fa. La scelta del soggetto, che ricalca quello del film d’esordio dei fratelli Coen,  Sangue facile (Blood simple ), è scottante. Mettere mano alla sceneggiatura di un film considerato di culto nel mondo occidentale, per trasportarlo in oriente, è un’operazione delicata. La cosa si complica ancora di più se, partendo dal genere noir dei Coen, si cerca di sviluppare una commedia dai toni farseschi.

Il susseguirsi di equivoci grotteschi, che nel film originale tenevano alta la tensione di una storia amara, fatta di avidità e violenza, servono qui a sostenere i ritmi della commedia, e dettare i tempi alle varie trovate comiche. L’operazione non riesce però al meglio perché la rete di equivoci, pur essendo funzionale allo sviluppo di una sceneggiatura ben adattata, talvolta stride. La violenza alla base del soggetto, incontrandosi con gli aspetti comici, non si amalgama al meglio e confonde lo spettatore. Le trovate divertenti non sono determinate  dalla costruzione delle situazioni, ma solo dai comportamenti arlecchineschi dei personaggi, e si esauriscono in gesti e reazioni buffe in frangenti di grande drammaticità. Sembra di assistere ad una messa in scena da Commedia dell’arte, però fuori contesto, non tanto a causa dell’ambientazione storica e geografica, ma piuttosto per l’eccessivo contrasto con gli aspetti drammatici, come gli omicidi o gli squallidi abusi del vecchio proprietario del locale sulla giovane moglie. Una tematica, quest’ultima, assai delicata e poco rielaborata per inserirla nell’ambito del gioco. Non si capiscono le intenzioni di Zhang Yimou nel generare questi contrasti, se non la ricerca di un humor nero che però non suscita né sottile divertimento , né amarezza. Da salvare c’è qualche trovata divertente, oltre che la fotografia, cromaticamente impeccabile, che valorizza al meglio i momenti coreografici, come quello dei garzoni al lavoro che impastano il preparato per gli spaghetti con acrobazie da giocolieri.

La sensazione è che i virtuosismi tecnici ed estetici siano gratuiti, ideati solo per ammiccare al pubblico. Siamo lontani dalla funzionalità che le immagini spettacolari di Hero avevano nell’esaltazione della bellezza e dei gesti della filosofia zen. Zhang Yimou si conferma un maestro dal punto di vista tecnico ed un grande coreografo, ma non sembra padroneggiare al meglio i toni della commedia.

Matteo Aniello

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Due vite per caso (Festival di Berlino 2010)

Posted on 18 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Come può cambiare la vita di un ragazzo di poco più di vent´anni per una questione di pochi centimetri? Se lo domanda il regista siciliano Alessandro Aronadio, classe 1975, che con il suo primo lungometraggio, “Due vite per caso”, ha subito l´onore di presentarsi alla Berlinale nella prestigiosa sezione Panorama.

Matteo sta accompagnando al pronto soccorso un amico che si è procurato una leggera ferita, aprendo una lattina, durante una serata come tante trascorsa nel suo locale preferito, l’”Aspettando Godard”.Un segnale di stop, la pioggia, l’asfalto viscido e una frenata per non urtare la macchina davanti, ferma con a bordo due poliziotti in borghese.

Al termine della frenata la narrazione si sdoppia e comincia il racconto in parallelo delle due differenti direzioni che la vita del ragazzo prende in conseguenza dell’esito della frenata.

Matteo non riesce ad arrestare in tempo l’auto, e va a scontrarsi contro l’altra vettura. I due poliziotti, già noti per la loro condotta discutibile, aggrediscono i due ragazzi e picchiano a sangue Matteo, abusando delle garanzie offerte dalla loro posizione. L’episodio casuale scuote l’esistenza del ragazzo, pone fine alla sua adolescenza, e gli svela improvvisamente il mondo di violenza e di ingiustizia che lo accompagnerà nell´età adulta. Matteo precipita in uno stato di totale insicurezza e smarrimento da cui cerca di uscire voltando pagina, e rifiutando le certezze apparenti che avevano segnato la sua gioventù. Si isola dalla famiglia e si lancia a viso aperto in rapporti di amicizia e sentimentali burrascosi e precari, in cerca di qualcosa cui aggrapparsi. Il risultato però è solo quello di ingannare l´attesa di una risposta alla sua inquietudine, che non arriva mai.

Matteo riesce a fermare l’auto in tempo, ed evita l’impatto per pochi centimetri. La sua vita procede senza traumi, ma muovendo i primi passi nel mondo del lavoro e nell´età adulta, cresce in lui un senso di smarrimento angosciante. Nemmeno la famiglia e l´ingresso nell´Arma dei Carabinieri gli danno quell´equilibrio e quelle certezze che cercava e le sue giornate si consumano nella frustrazione e, anche in questo caso, nell´attesa di una risposta che non arriva.

Alessandro Aronadio ci presenta così due facce di una stessa medaglia e, attraverso le figure di Matteo, tratteggia il ritratto della sua generazione: giovani che entrano nell’età adulta in una condizione di totale smarrimento e che, come i personaggi dell´opera di Samuel Beckett (che non a caso è richiamata dal nome del locale dove Matteo è solito trascorrere le serate), aspettano Godot, un qualcosa di ignoto che dia un senso alle loro azioni ed alle loro prospettive. La società li lascia in uno stato di precarietà e non offre alcun punto di riferimento. La vita si riduce ad un susseguirsi di eventi casuali che servono solo a muovere le carte in tavola, ed alla fine portano semplicemente alla luce facce differenti dello stesso smarrimento senza soluzione, destinato a trasformarsi in frustrazione repressa con esplosioni di violenza.

Il meccanismo narrativo utilizzato da Aronadio è il medesimo del film Sliding Doors di Peter Howitt, in cui però lo sdoppiamento della vita della protagonista dava solo un tocco di fatalismo a una storia d’amore. In “Due vite per caso” non c’è alcuna traccia di fatalismo, non c’è un disegno sovraumano che giunge sempre e comunque a compimento. Qui basta una sciocchezza perché le due vite del protagonista si sviluppino irrimediabilmente su binari completamente differenti. La costante che le lega è anzi opera puramente umana, è lo sfondo culturale e sociale in cui Matteo e la sua generazione stanno crescendo abbandonati, confusi e smarriti.

Sicuramente un esordio promettente quello di Aronadio, che si distingue soprattutto per la capacità di indagare la psicologia del personaggio in modo esauriente, senza paura di fare riferimento all’attualità italiana, dai fatti del G8 ai più recenti episodi di razzismo. La sua abilità consiste nel non esprimere l´ennesimo giudizio su questi temi, ma di sfiorarli appena per ricercare piuttosto delle chiavi di lettura capaci di interpretare la realtà che i giovani stanno vivendo. La sua attenzione si concentra sull’analisi del disagio generazionale e ne coglie gli aspetti più universali e psicologici, che possono rappresentare il vero punto di partenza per reagire alla situazione di stallo che viene descritta. Anche dal punto di vista della struttura narrativa, Aronadio fornisce una buona prova di padronanza dell´intreccio, riuscendo a tenerlo in pugno, nonostante le insidie rappresentate dai continui salti temporali e dall´alternarsi dei due racconti, con le relative similitudini e contrapposizioni.

Matteo Aniello

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