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L’apocalisse secondo Emil Cioran

Posted on 20 maggio 2010 by Salvatore Insana

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Figura eccedente quella dello scrittore quanto quella del filosofo, già a vent’anni autore di un Sur le cimes du désespoir (Al culmine della disperazione) che delineava con nettezza un punto di vista esistenziale in cui l’inutilità della vita emerge già palesemente tra le miserie del quotidiano e le macerie di glorie passate, Emil Cioran ha avuto (goduto?) una vita da esiliato, fuggendo in Francia nel 1936 e mai più ritornando in quella patria rumena nella cui “pochezza” per lungo tempo rifiutò di riconoscersi.

 Sottrattosi sempre al circo mediatico, con l’orgoglio e la fermezza di chi “non partecipa a niente”, di Cioran ci resta un’unica testimonianza filmica, un documentario-intervista girato pochi mesi prima della morte dello stesso, nel 1995, dai due giovani registi romeni (Gabriel Liiceanu e Sorin Iliesiu) investiti di tale unico compito, avvicinarsi e “ritrarre”colui che si era sempre negato, colui che aveva sempre scelto di rifiutare i premi che il mondo parigino delle lettere gli aveva conferito (mantenendo la coerenza di chi affermava: come può, chi ha scritto un testo intitolato L’inconveniente d’essere nato, ritirare un premio e dunque accettare lo stato di cose prima fermamente negato?!).

 Tra le meditate esitazioni di una lingua abbandonata cinquanta anni prima, inquadrato con rispetto, riverenza e una certa timidezza nella piccola abitazione del quartiere latino di Parigi – traboccante di libri e spoglia di tutto il resto – , Cioran ritorna a occuparsi del suo passato, raccontando della sua infanzia e di come, inconsciamente, fu proprio in quegli anni – di cui si rammaricherà l’esser stati “troppo normali” – che nacque la sua ossessione per la morte (abitando vicino ad un becchino, si faceva da questi regalare dei teschi con i quali giocare). Precocemente interessato alla filosofia, la sua formazione e de-formazione fu quella del divoratore di libri, presto trasformatasi in una terapeutica inclinazione alla scrittura, unica via possibile, a suo parere, per lottare contro l’ossessione della fine e contro quell’insonnia che prima dei diciott’anni era già arrivata a funestar le sue notti e qualsivoglia serenità.

Interpolando alle parole di Cioran (e alle sue marginali deambulazioni tra i viali parigini) una difficile ricostruzione biografica, fatta di ritagli di giornale, di foto d’epoca, di filmati di una Bucarest anteguerra (quel fertile ambiente intellettuale dal quale sono passati Ionesco, Eliade, il pittore Victor Brauner, etc.), coinvolgendo il fratello e gli amici superstiti e modellando con voce fuori campo questa figura unica di pensatore novecentesco, il lavoro dei due rumeni (programmato come parte iniziale di un progetto la cui seconda parte non ha mai visto la luce), ci restituisce frammenti di un pensiero angosciato e in rivolta, facendoci piombare nella terribile apocalittica lucidità di uno sguardo che, anche nei pressi della morte, era in grado di bruciare per intensità e accanimento chi guardava.

 Salvatore Insana

 

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Dalì e Duchamp: l’elogio della segretezza

Posted on 24 febbraio 2010 by Salvatore Insana

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Due vite parallele, tanto divergenti e opposte per atteggiamento quanto affini per campi d’indagine. Con l’elogio della segretezza a far da titolo ossimorico in un percorso documentario che lega due menti il cui più o meno intenzionale intento è stato a lungo – piuttosto che il negarsi alle attenzioni esterne – quello di crear scandalo e scompiglio nell’establishment artistico, mondano e globale del XX secolo.

 Indagando su una sfera privata che, mai quanto per le due celebri figure d’europei traslocatisi in America, va a coincidere in buona parte con il cammino creativo di due esistenze vissute nel tentativo di eccedere il mestiere e il ruolo d’artista per modellarsi come un’opera d’arte vivente, la serata del Detour ha presentato una coppia di lavori da definire “terminali” per come si avvicinino entrambi – a mo’ di ricapitolazione finale d’una carriera – alla morte terrena degli stessi protagonisti.

 Tra Marcel Duchamp – L’insostenibile leggerezza del XX secolo, intervista a largo raggio che Jean Antoine ha girato nel ‘66, due anni prima della morte dell’inventore dei ready-mades, e The Fame and Shame of Salvador Dalì (1997) di Mike Dibb e con Ian Gibson (il biografo dell’artista), nel quale si ricostruisce l’intera vita del pittore di Cadaques, dall’infanzia e fino all’ultima grottesca intervista in ospedale, lo scontro dialettico avviene su più punti: lo stile di regia, il rapporto tra pubblico e privato, e, inevitabilmente, il carattere del materiale umano a disposizione.

 Se Duchamp – metafora della serenità più carica di umorismo – è inquadrato con camera fissa, mentre, completamente a suo agio, conversa con pacatezza seduto in poltrona e con sigaro in bocca, in tutto il lavoro di Dibb Dalì è colto nell’angosciosa e fremente condizione di chi cerca continuamente il suo posto nel mondo, traballante nella sua solo superficiale sicurezza, e piuttosto sempre sull’orlo di una crisi di nervi (non a caso fu lui a coniare il metodo paranoico-critico).

 Due amoralità di diverso segno e diverso umore. Dal Duchamp che ironicamente confessa di soffrire il peso d’esser stato definito da Andrè Breton “l’uomo più intelligente del mondo”, al Dalì che, fanatico narcisista com’era, scrisse che, a furia di pensar d’esser un genio, tale diventò veramente.

 Due radicalità opposte, con il francese che ben presto decise di andare al di là del gusto, sbarazzandosi del giudizio estetico e negando alla retina ogni potere discriminante. E al versante opposto lo spagnolo, che continuò a dirsi e farsi surrealista, nella costante ricerca della meraviglia degli occhi, arrivando fino a rinnegare la spinta iconoclasta degli anni giovanili.

 Eppure entrambi lucidi manipolatori di codici, simboli e stereotipi, avvinti nella lotta con/contro il potere ingannevole e ambiguo del linguaggio parlato, capace di creare mondi, oltrepassando ogni presunzione di realtà e anzi facendo franare qualsivoglia presunta oggettività del saper nominare, del saper de-finire e, ovviamente, del saper vedere.

Un poter di cui servirsi (e qui ritroviamo il Dalì che dichiara: “io sono molto intelligente, non dico mai la verità”) o di cui diffidare con attenzione, soprattutto quando servono e non riescono, se non con vana approssimazione, a parlare di un altro linguaggio.

 Salvatore Insana 

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