Aveva vinto meritatatamente il Torino Film Festival Pablo Larrain, con quel gioiellino di Tony Manero, che metaforizzava in maniera delirante sul periodo della dittatura cilena. Recupera il suo stile anche in questo secondo lungometraggio, Post mortem, insieme all’attore Alfredo Castro, pure qui impegnato nel vestire un personaggio ai limiti.
Mario è un funzionario statale dell’obitorio ospedaliero in un periodo in cui in Cile i morti arrivano a frotte. Infatti, siamo proprio nel 1973, nel periodo in cui Pinochet farà il colpo di stato, facendo fuori il presidente Allende, spacciandolo per suicidio. Mentre nella “morgue” la situazione si fa sconvolgente, con cadaveri ammassati ovunque e gli impiegati costretti sotto il braccio armato dell’esercito, Mario coltiva il suo amore per Nancy, spogliarellista obbligata a nascondersi per motivi politici.
Questa volta Larrain punta il dito contro l’indifferenza e l’egoismo che hanno permesso l’insorgenza una dittatura così feroce. La frase del film è: “Odio i gatti. Mangiano a occhi chiusi per non vedere chi li nutre”. Un plot geniale che potrebbe essere collegato a qualsiasi dittatura, realizzato con lo stile sporco, morboso e decadente divenuto un marchio per il regista cileno.
Sophia Coppola continua il suo percorso di umanizzazione del mondo delle celebrity. In qualche modo, tutti i suoi film parlano di personaggi che cercano di vivere nonostante la pressione continua provocata dalla celebrità (anche la Lux de Le Vergini Suicide a suo modo è una star). Stavolta abbiamo il film forse più intimo e personale, quasi un omaggio al padre Francis, che viene ricreato nel personaggio di Johnny Marco, in questo caso attore, ma comunque rappresentante di un certo tipo di mondo.
È evidente che ci siano moltissime storie di vita vissuta o raccontata nel film della Coppola, che gira con raffinatezza e mestiere, scegliendo la maniera di narrare più divertente e intima. Per l’audience italiana c’è l’ilarità aggiunta dalle beffe orchestrate ai danni dei personaggi televisivi nostrani (chissà che la Marini avrà capito che veniva presa per i fondelli).
La regista si sforza di mostrare la solitudine e la vacuità della vita di un personaggio come il suo protagonista. Purtroppo è veramente arduo provare compassione per una persona dalla vita così invidiabile, e il rischio forte è dare la sensazione che si tratti di gente che non sappia apprezzare le fortune e le sfortune. Forse poteva essere una buna mossa puntare su questa idea, ma improbabile poterlo fare se sei nata col cognome Coppola.
Dopo l’ennesimo trasferimento, i giovani fratelli Dane (Chris Massoglia) e Lucas (Nathan Gamble), insieme alla madre Susan (Teri Polo), si stabiliscono in un piccolo centro lontano dalle grandi città, con l’intenzione di metter radici. Almeno sino a quando l’ex marito della donna, e padre dei due ragazzi, un uomo malvagio e violento, non riesce a trovarli.
Dal momento della difficile separazione, infatti, Susan ha cercato in tutti i modi di far perdere le proprie tracce, in modo da tenere lontano dai figli il violento ex.
Appena insediati nella nuova abitazione, Dane e Lucas, in compagnia di Julie (Hanley Bennet), la giovane ragazza della porta accanto, scovano in cantina una misteriosa botola ben serrata da numerosi lucchetti.
L’ingenua curiosità dei protagonisti, imprescindibile leitmotiv per un film horror, fa in modo che il trio non riesca a rinunciare al richiamo della scoperta.
In men che non si dica la botola è aperta e i tre giovani stanno sbirciando, a dire il vero un po’ delusi, nel vuoto oscuro che sembra estendersi, per indefinite centinaia di metri, al di sotto della casa.
Per dare degna ricompensa alla curiosità dei tre protagonisti, però, basterà scoprire che la botola è in realtà l’unico sigillo in grado di tener serrata nel buio eterno un’indefinibile forza maligna in grado di dar corpo alle paure di ogni singolo individuo che avesse avuto l’ardire di sporgersi sull’orlo di quel baratro.
Il 2010 segna il ritorno di Joe Dante (L’ululato, 1981; Gremlins, 1984) al cinema di genere.
The Hole è un thriller-horror che avrebbe potuto rappresentare un ritorno di fiamma del regista di Pirana (1978), dopo i due episodi firmati per la serie Masters of horror: Homecoming (2005) e The Screwfly Solution (2006). Un ritorno in grande stile, visto che Dante aveva anche progettato di cavalcare l’onda d’indiscussa moda del 3d.
Ma a dire il vero, dopo la visione, di The Hole rimane molto poco,e il 3d si dimostra ancora una volta sterile tecnica per niente asservita ad una reale crescita della struttura narrativa-spettacolare del film, che avrebbe sortito il medesimo effetto anche senza.
The Hole è pensato come un ‘horror per famiglie’ e, anche se ripropone i cliché tipici della ghost story (bambine fantasma, pupazzi animati, presenza che si muovono nel buio della cantina), risulta più funzionale nelle parti marcatamente “comedy”, che non in quelle “thrilling”.
Dai toni molto fumettistici, il film è però dichiaratamente teen già dalla sceneggiatura, firmata da Mark L. Smith (Vacancy, 2007), che con The Hole desiderava lavorare ad un racconto sì spaventoso, ma fruibile senza problemi da un pubblico di giovanissima età.
Curato e inattaccabile dal punto di vista tecnico, il film non annoia ma lascia il tempo che trova, e da Joe Dante continuiamo ad aspettarci di più.
Statistiche dimostrano che tra le figure più rappresentate in oltre un secolo di vita della Settima Arte ci sia quella del vampiro. Si calcola, infatti, che siano stati fatti più di un migliaio di film sul succhia sangue per eccellenza, tra cui un’abbondante sessantina con Dracula protagonista. Si è venuto a creare così una sorta di filone cinematografico che ha dato origine a sua volta a sotto-generi, ognuno dei quali con caratteristiche ben precise. Da quello che è riconosciuto il capostipite, ossia Nosferatu di Fredrick W. Murnau del 1922, il personaggio del vampiro, che ha le sue radici letterarie a partire dall’Ottocento con autori come John Williams Polidori (The Vampyre) e Bram Stoker (Dracula), è stato portato sul grande schermo in tutte le salse possibili e immaginabili.
Dunque, trovare una chiave differente da proporre al pubblico e agli amanti del genere è compito arduo, ma i fratelli Peter e Michael Spierig, qui all’opera seconda dopo lo straordinario successo del fortunato zombie-movie Undead, pare ci siano riusciti, seppur con qualche scivolone narrativo di troppo, mescolando tutto quello che sceneggiatori e colleghi registi hanno “partorito” prima di loro. Il risultato è Daybreakers, ibridazione di generi che mutano a random in una successione spesso imprevedibile, mettendo lo spettatore davanti ad un continuo cambio di registro, dal più classico degli horror al fanta-thriller, passando per lo splatter e l’action. In questo gli Spierig si sono dimostrati molto più all’altezza di altri tentativi andati a vuoto come l’altalenate trilogia di Blade.
Adrenalina e sangue a volontà sono elementi imprescindibili del genere vampiresco ed elementi chiave della pellicola firmata dai due registi australiani, capaci di spingere il piede sull’acceleratore tutte le volte che dalle parole si passa ai fatti: pregevoli le coreografie dal punto di vista tecnico-stilistico e da quello più squisitamente ritmico, supportate da effetti visivi di ottima fattura (firmati neanche a dirlo dalla Weta). Peccato che, a fronte di un’indubbia riuscita sul versante della trasposizione in immagine (notevole la fotografia di Ben Nott), ci sia un’instabilità narrativa evidente, che trova il suo anello debole soprattutto nell’impianto dialogico. La storia, seppur retta da spunti e trovate originali, soffre di una cronica caduta di suspense e tensione, che determina una serie di passaggi a vuoto, tanto nello sviluppo della vicenda, quanto in quello dei singoli personaggi. Perfetto per una serata all’insegna di un frullato di paletti di frassino e frattaglie, il film resta comunque godibile, merito del cast e dello stile coinvolgente dei due registi.
Lo spazio bianco di Francesca Comencini è una zona sospesa, di attesa e di chiusura, dove una donna non più giovanissima e madre di una bambina nata prematura (Margherita Buy) indugia per un certo intervallo di tempo, nella speranza di cogliere il frutto delle proprie sensazioni e riflessioni.
Come poter essere oggi donna e madre, questa è la questione proposta dal film che cerca d’individuare un territorio nuovo all’interno del quale porre tracce che ridefiniscano la femminilità, partendo da ciò che ne costituisce il tratto specifico: la maternità, l’accoglienza. Senza però cadere nella rete delle conseguenze tipiche determinate da una natura siffatta. La protagonista è sola e, durante i mesi in cui Irene rimane nell’incubatrice, avrà non poche perplessità sulla solidità del proprio desiderio di maternità. Essere madre, senza un compagno e con un nascituro dalle incerte possibilità di sopravvivenza, è una condizione assai dura, in cui Maria è costretta a ripensarsi completamente come persona, lavoratrice, amante. Saper rimanere fedele alla propria femminilità, questo è il giusto atteggiamento che condurrà la protagonista al superamento della difficilissima prova, senza cedere alla trappola dello scimmiottamento del maschio.
La forza del femminile non ha nulla da invidiare a quella dell’altro sesso, e può contare su di una dinamica emotiva assai ricca che probabilmente potrebbe molto insegnare al maschio esanime e strascinato del nuovo millennio. Lo schermo diviene completamente bianco e allora, una volta sottrattisi dai rapporti di forza dominanti, non resta che solcare l’immacolata pagina bianca e tratteggiare i contorni dell’avvenire.