Oramai adottato dal nostro paese, Ferzan Ozpetek è diventato uno dei migliori rappresentanti del cinema italiano, e tra i pochi ad avere una poetica personale e limpida. Hamam può essere considerato il suo film manifesto per diversi motivi. Innanzi tutto Ozpetek si trova in un momento della sua carriera nel quale può sentirsi puro. In quanto esordiente, e quindi per nulla certo del proprio futuro, si lancia nel progetto con passione, desideroso di esprimere quanto più compiutamente la propria visione.
È inoltre ancora evidentemente legato al suo paese, la Turchia, che celebra in una maniera tutt’altro che ‘turistica’ e banale. Ozpetek entra all’interno della propria realtà come il protagonista, accompagnandosi in un viaggio verso la rivelazione di sé, dell’io nascosto di cui era stato sempre consapevole. Il regista scopre se stesso come autore desideroso di espressione nuda e senza limiti, centrando al proprio esordio la strada più favorevole da seguire. Doppia soddisfazione visti i Globi d’oro in Italia e il premio Mela d’Oro in Turchia.
20 gennaio 1976, Padova. Massimo Carlotto, diciotto anni, si trova per caso vicino un’abitazione dalla quale si sentono urla strazianti che chiedono aiuto, entra nella casa sconosciuta e trova una donna uccisa. Decide di andare dalla polizia per testimoniare ciò che ha visto ma, suo malgrado, è accusato lui stesso dell’omicidio. Sarà dichiarato colpevole e condannato nel 1982 ad una pena detentiva di diciotto anni di reclusione. Massimo fuggirà a Parigi. La sua latitanza sarà difficile. Un’esperienza che lo aiuterà a crescere. È una storia vera. Il film è tratto dal libro omonimo scritto da Massimo Carlotto. Non racconta la vicenda giudiziaria, s’incentra sui sentimenti del protagonista e i rapporti che s’intrecciano tra Massimo e un’umanità sconosciuta, fatta di esuli e rifugiati politici, che con la loro solidarietà e la loro amicizia lo aiutano a non arrendersi, a perseverare.
Per il regista romano Andrea Manni è il suo secondo lungometraggio. Il primo lo scrive e lo dirige nel 1996 dal titolo Da cosa nasce cosa. Manni dice d’aver avuto l’idea del film dopo aver letto il libro. È il 1995 quando si mette in contatto con Carlotto e gli propone di scrivere la sceneggiatura. Carlotto afferma di vivere, oggi, questa vicenda con distacco, vive una vita completamente diversa, il passato è lontano e dichiara che il film racconta di come gli esuli vivono la latitanza, all’insegna della solitudine, della paura, ma anche della fiducia nel prossimo, a volte si può incontrare qualcuno che pugnala alle spalle, è in ogni caso un’esperienza molto bella dal punto di vista umano. Daniele Liotti impersona il protagonista e ha dato una resa interpretativa di grande qualità. Quando ha letto la sceneggiatura Liotti ha capito che era una grande opportunità. La storia lo ha toccato molto e Massimo Carlotto lo ha aiutato a capire la profondità del personaggio. Il fuggiasco è intenso, parla d’amicizia e solidarietà, con un ritmo sempre acceso. Andate al cinema a vederlo, farete un viaggio nell’anima.
Il linguaggio cinematografico di Fernando Di Leo è saldamente ancorato a principi ben definiti. Violenza, politicizzazione e critica sociale fanno da eco alla produzione del regista pugliese che li ha da sempre utilizzati come imprescindibile mezzo di comunicazione.
La rappresentazione di un paese, quello italiano, in continuo mutamento ed in perpetua lotta tra spirito d’avanguardia e morale conservatrice, disegna un fedele ritratto dell’Italia degli anni Settanta che Di Leo arricchisce con la sua innata forza espressiva. Da questi preamboli stilistici si articola quello che può essere considerato il progetto più coraggioso ed ambizioso di uno dei registi più controversi del panorama italiano. Avere vent’anni, scritto e sceneggiato dallo stesso Di Leo, dipinge le gesta di due ragazze il cui unico interesse è vivere la vita ostentando (in modo sfacciato) la propria libertà e l’assoluta intolleranza per le regole.
La spensieratezza e la leggerezza con cui Gloria Guida e Lilli Carati riempiono lo schermo, sopperendo a volte gli oggettivi limiti interpretativi con le doti di cui madre nature le ha dotate, viene contrapposta dalla cruda visione che Fernando Di Leo ha del nostro Paese. La violenza, che come un mostro si annida tra le pieghe di una società confusa, viene lentamente stimolata, risvegliata per infine diventare protagonista di un ingordo banchetto durante il quale le due belle ragazze, nell’apocalittico finale, vengono punite e private dell’esistenza solo per aver osato essere libere. Avere vent’anni è senza dubbio un film interessante, che attraversa nel suo iter i più disparati generi cinematografici non lesinando audaci momenti di erotismo, nel tentativo di ergersi a manifesto di un movimento, di una società, di una rivoluzione, come lo era stato Easy rider a suo tempo. Intento che, però, sfuma causa la mancanza di un’identità ben definita e dell’acerba vena critica del pubblico italiano del periodo. Il film, infatti, ritirato dalle sale subito dopo l’uscita e passato nel tritacarne della censura, rivede la luce sotto una nuova veste fatta di tagli, rimontaggi e nuovi dialoghi che oltre a renderlo più rassicurante ne stravolgono totalmente lo spirito.
La ricca edizione in doppio Dvd della Raro Video contiene sia la versione originale voluta dal regista, che quella mutilata e ripensata per la distribuzione. Interessanti extra, tra cui il documentario Vent’anni per un massacro, completano un prodotto che rende il giusto omaggio al lavoro di uno dei più autorevoli rappresentanti del nostro cinema di genere.