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Fear X (Tekfestival 2010)

Posted on 08 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Per chi, come lo scrivente, non l’aveva mai frequentata, l’opera del regista danese Nicolas Winding Refn appare più che mai stimolante, e la retrospettiva dedicatagli all’interno del Tekfestival 2010 costituisce una gradita occasione per confrontarsi con il suo cinema, tutto da scoprire.

Dopo aver visionato Pusher (1996), interessante esordio dalle atmosfere crude, metropolitane, con tanto di antieroe alla maniera del Keitel de Il cattivo tenente (1992) di Abel Ferrara, Fear X (2003) risulta piacevolmente spiazzante, rivelando le capacità di un autore che mostra di saper comporre uno spazio cinematografico complesso, dove il corpo solitario di John Turturro disegna, attraverso i suoi spostamenti e le sue visioni, una geometria sconnessa, in una staffetta tra virtuale, onirico e attuale.

L’immagine che Refn ci consegna, con gli ossessivi avanti e indietro dei videotape visti e rivisti a gran velocità dal protagonista – irrimediabilmente traumatizzato dalla morte violenta patita dalla moglie, di cui cerca, senza sosta, l’assassino – è un’immagine consumata, fatalmente insufficiente a restituire l’eccesso di un evento doloroso, che sfugge al tentativo di cattura della rappresentazione. È un’immagine sfinita che si perde tra il grigio e lo scuro dei monitor della sorveglianza di un centro commerciale.

La virtualità del passato è convocata a colmare i vuoti dell’attualità del presente di Harry, attraverso le apparizioni spettrali della moglie, assenza che si fa corpo, allucinazione che predispone il gioco della dialettica onirica del protagonista con il suo doppio fantasmatico. E poi il rosso, il sangue. Le pareti purpuree dei corridoi dell’albergo in cui Harry si accinge a compiere ‘l’attraversamento del fantasma’ annunciano il pericolo mortale cui ci si rimette quando ‘l’azione’ (la ricerca del protagonista), costitutivamente parziale, si scontra con l’insuperabilità della pienezza ‘dell’atto’ (l’evento traumatico). I rimandi a Lynch e Kubrick appaiono più l’effetto collaterale di una ricerca, che un maldestro tentativo di emulazione.

Lo spazio aperto in cui si ritrova Harry-Turturro nell’ultima sequenza è il terreno dove costruire il nuovo ordine simbolico, una volta elaborato il trauma. È la didascalia che Refn inserisce per non mandare a casa lo spettatore troppo frastornato.

Per tutti gli amanti del regista danese, segnaliamo la proiezione di Bronson (2009), stasera alle 22.30, naturalmente al Tekfestival.

Luca Biscontini

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Sunshine cleaning

Posted on 04 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Ogni volta che ci torna in mente “Little Miss Sunshine”, inevitabilmente un sorriso ci illumina il volto. Nel 2008 (per noi in Italia dal 9 aprile 2010), gli stessi produttori ci propongono un’altra storia, ma che ha sempre a che fare con la parola ”sunshine”.

Sunshine cleaning” è il nome della ditta di pulizie nata dalle menti e dai bisogni delle sorelle Lorkowski per guadagnarsi da vivere e mantenere la famiglia. Rose ha un figlio di 8 anni, Oscar, intelligente, ma dalla personalità  bizzarra, mentre Norah, la più giovane e  ribelle delle due, intrattiene una convivenza alquanto insolita col padre (interpretato dall’attore premio Oscar Alan Arkin). Uno spiraglio di sole entra nei luoghi e nelle vite delle persone che, disgraziatamente, hanno assistito a episodi traumatizzanti, come un omicidio o un suicidio, e si ritrovano faccia a faccia con il lato meno “romantico” e spirituale della morte: dover ripulire l’ambiente circostante. Ed è proprio qui che intervengono le due sorelle, armate di detersivi e mascherine che si adoperano con pazienza e dedizione alla pulizia della scena del crimine.

Nonostante le molteplici situazioni comico/grottesche che si susseguono durante la visione del film, la storia non è raccontata attraverso uno stile surreale, anzi. La scelta di una fotografia volutamente non curata permette allo spettatore di poter osservare la realtà con la sua luce più vera, fino al più piccolo difetto sulla pelle dell’attore, rendendo tutto più umano, un’occasione per guardarsi allo specchio per mezzo dello schermo.

Se volessimo confrontare ”Little Miss Sunshine” e “Sunshine cleaning” noteremmo che quest’ultimo potrebbe essere un film meno riuscito e con più imperfezioni e prevedibilità, ma che conserva comunque quello stesso spirito sincero e pulito che c’invita a riflettere su come i momenti più amari della vita possano essere risolti o, per lo meno, affrontati con più leggerezza e fiducia in se stessi. Attraverso i rapporti umani (in questo caso il rapporto tra sorelle, molto ben delineato), l’amore, la riscoperta di una famiglia, ma anche grazie alle proprie frustrazioni, i ricordi, le sconfitte: è la vita… Cerchiamo di prendere tutto quello che ci offre, che ci piaccia o no.

Giovanna Ferrigno

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Stare fuori

Posted on 24 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Alla sua seconda prova di regia per lungometraggi, dopo “Altromondo”, Fabiomassimo Lozzi affronta con “Stare fuori” il tema dell’ amore assoluto, morboso, al confine con il patologico, quello dopo cui spesso non si riesce a sopravvivere.

Il film racconta l’ intreccio di due storie di amori profondamente diversi, quello materno e quello passionale, entrambi però portati all’ estremo. Giulio (Ivo Micioni) non si rassegna alla fine della sua storia con Aurora, siciliana bella e indipendente, partita per Roma alla ricerca di un lavoro. Nel tentativo di ritrovarla, il protagonista viene accolto nella capitale da una coppia dilaniata dal dolore per la perdita di un figlio della sua età. L’ entrata in scena del ragazzo porterà una ventata di gioia soprattutto in Rosalia (la moglie), che vede in Giulio la possibilità di essere di nuovo madre e di riuscire a salvare almeno lui dal dolore che prova. Ma Giulio – nella disperata ricerca dell’amore della sua vita- sarà trascinato in un vortice di droghe e alcool, che farà precipitare la situazione, causando ancora più sofferenza.

Inevitabili, nella conclusione del film, saranno un evento drammatico e un colpo di scena. Incentrato sul binomio amore e morte, come da cliché melodrammatico, e accompagnato da una cornice onirica, il film è senz’ altro coinvolgente e a tratti anche molto credibile. Spicca su tutto la bella interpretazione di Guia Jelo nel ruolo di Rosalia, ma la sensazione che lascia è di aver assistito ad un racconto fatto di forzature, troppo rallentato e alla ricerca dello struggimento a tutti i costi.

Ilaria Mariotti

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I ragazzi del massacro

Posted on 08 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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La camera a mano gira – brevi riprese confuse – mani che cercano, un volto terrorizzato dagli occhi che pian piano si spengono. Un fazzoletto in bocca, una bottiglia di anice che continua a essere passata di mano in mano tra ragazzi dalle facce sporche di vita. Questa è la scena di apertura de I ragazzi del massacro, film noir del 1969, oggi considerato un cult del regista pugliese Fernando di Leo, poco conosciuto ai molti e dalla carriera altalenante, che narra le indagini del commissario Duca Lamberti dopo l’omicidio di una maestra avvenuto in un’anonima scuola serale della periferia milanese. Un film artigianale, fatto con quei pochi mezzi di cui si servivano le produzioni degli anni Sessanta e Settanta, cinematografia non sempre eccellente, spesso mediocre, che cercava con originalità e inventiva di emulare i b-movies di genere, di quella Hollywood che di lì a poco sarebbe tornata nuovamente in auge grazie ai blockbuster.

I ragazzi del massacro inaugura il filone del giallo-poliziesco di Fernando di Leo, regista non dalle eccelse potenzialità, ma con buone idee e ottime intuizioni. La tipicità e il valore della pellicola non possono essere appieno apprezzate se non si cerca di contestualizzarli nel momento della produzione. Ispirato all’omonimo romanzo di grande successo dello scrittore italo-russo Giorgio Scerbanenco, il film non rispetta quelle che sono le peculiarità della narrazione cartacea che tendeva a concentrarsi eccessivamente sull’intreccio, puntando ad attirare più superficialmente l’attenzione del lettore, avendo pietà dei ragazzi e concentrandosi sulla sgradevole figura del travestito, mandante dell’omicidio, che invece il regista tende invece a relegare in secondo piano. Di Leo, nelle sue intenzioni, cerca di costruire un’indagine sociologica sulla gioventù di strada milanese di fine anni Sessanta. La sua narrazione è il più possibile cruda ed essenziale, scarna di artifici ma con tagli espressionistici tali che sembrano infondere all’atmosfera del film i tratti tipici del fumetto. Un autore, quindi, dalla forte personalità e dalle idee molto chiare.

Di Leo era convinto che “il bubbone”, che la società italiana del post-boom economico portava dentro di sé, non doveva essere lasciato ad ingrandirsi, ma andava spremuto. E con la sua interessante pellicola tenta proprio questa operazione: prova a dar voce a tutte quelle emergenze sociali che dalla cronaca dell’epoca venivano circostanziate e pressoché ignorate. I ragazzi del titolo non sono attori professionisti, ma giovani scelti per le loro eloquenti facce (memorabili i controlli che la polizia esegue durante le riprese del film), minorenni costretti a prostituirsi per vivere, abbandonati ancora adolescenti alle durezze della vita da genitori consumati dai loro problemi e incapaci di dare loro abbastanza attenzioni. Purtroppo la pellicola perde di tanto in tanto le sue ambizioni sociologiche, indugiando troppo su particolari dell’intreccio e lasciandosi trascinare da colpi di scena poco convincenti. Memorabile, però, l’interpretazione del protagonista, il commissario Duca Lamberti (Pier Paolo Capponi), attore che con la sua carica belmondiana dà il volto ad un personaggio stretto tra l’indignazione per l’omicidio su cui indaga e la voglia di aiutare i ragazzi coinvolti. Insomma, un personaggio forte e debole allo stesso tempo, che alla fine risulterà né vincitore né vinto. Fatto nuovo nel cinema di genere, oltre all’interpretazione pionieristica del commissario di Capponi, è anche il ruolo dell’assistente sociale interpretato da Susan Scott, che proprio pochi anni prima aveva iniziato la sua carriera in Italia. È un personaggio col quale di Leo cerca di controbilanciare la figura del commissario, troppo chiuso nelle sue devianze professionali, facendogli comprendere le difficoltà dei giovani disadattati.

Alessandro Zagarella

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Planet 51

Posted on 20 novembre 2009 by Ireneo Alessi

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Cosa accadrebbe se un essere umano finisse accidentalmente in un pianeta abitato da extraterrestri? Come verrebbe accolto? E chi sarebbe il vero alieno? La storia simile al caro e vecchio ET, anche se alla rovescia, è raccontata da Joe Stillman, uno degli autori posti dietro il successo del noto “orco” di casa DreamWorks.

Quando l’astronauta Chuck atterra su Planet 51, fiducioso di trovarsi in un lontano pianeta disabitato, è completamente all’oscuro della presenza dei piccoli esseri verdi che vivono pacificamente in una società dal nostalgico volto dell’America anni ‘50. Da un’ilare sequenza d’apertura si scorge, però, quanto abbiano in comune le due specie, dalla primitiva paura del diverso alla psicosi di un attacco alieno. Con l’aiuto del fidato compagno robotico “Rover”, di disneyana memoria, e del suo nuovo amico Lem, un quattordicenne alieno che non “fa mai la cosa sbagliata”, dovrà sottrarsi all’esercito che gli dà la caccia e riappropriarsi della navetta spaziale per fare finalmente ritorno a casa.

Ma l’impresa non sarà facile poiché la procedura di rientro già in atto non si farà attendere e gli ostacoli saranno dietro l’angolo, proprio come le tante gag che costellano l’intera pellicola. Sebbene l’architettura di Planet 51 sia mirabilmente curata e non manchino i rimandi alla cultura Sci-Fi, recente e lontana, tra cui anche Alien (inequivocabile la somiglianza del cane-alieno), il prodotto non convince, precludendosi la strada verso un pubblico maturo a vantaggio dei giovanissimi.

La straordinaria attenzione riposta nella grafica non risulta, dunque, controbilanciata dalla sceneggiatura che sfianca lo spettatore smaliziato, abituato agli standard e alle delizie della Pixar. Il laborioso progetto europeo avrebbe meritato, senz’altro, uno sforzo in più. Bicchiere mezzo vuoto.

G. M. Ireneo Alessi

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L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri

Posted on 10 novembre 2009 by Ireneo Alessi

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È tempo di cambiamenti per gli “eroi sotto zero”, giunti, stavolta, al terzo capitolo nel segno del 3-D. Il disgelo ormai è alle spalle mentre l’inesorabile scorrere delle stagioni ha ripristinato il grande gelo.

Tornano, così, le dis-avventure di Sid e gli altri, alle prese con l’imminente nascita del cucciolo di Manny ed Ellie, ma anche la personale odissea di Scrat, sempre alla ricerca dell’inafferrabile ghianda, con l’introduzione di un nuovo ed esplosivo personaggio: Buck, la donnola. A metà tra il colonnello Kurtz di Apocalypse Now ed il capitano Achab di Moby Dick, il bizzarro animale rivestirà un ruolo determinante nella salvezza dell’incauto Sid, caduto vittima di una “tirannosaura” alla quale aveva sottratto le uova, in preda ad un raptus, tutto suo, di gelosia ‘materna’.

Immersi in questo insidioso mondo sotterraneo si aprono, dunque, nuovi scenari e nel “viaggio” al centro della terra le citazioni si sprecano. Ma proprio in preda ai pericoli maggiori, fra piante carnivore e creature gigantesche, i protagonisti sapranno riscoprire se stessi e il valore del branco, regalandoci dei momenti davvero esilaranti. Imperdibili, poi, gli intermezzi dell’amato scoiattolo, arricchiti dalla presenza di una dolce compagnia femminile, Scrattina.

Di certo, un prodotto d’animazione dal taglio equilibrato che saprà accontentare anche il pubblico più adulto cui non dispiacerà l’interessante parentesi sul tema della maternità e tutto ciò che ne consegue. Limitato e poco incisivo, per la resa finale, l’uso della terza dimensione.

G. M. Ireneo Alessi

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Diary of the dead – Le cronache dei morti viventi

Posted on 03 novembre 2009 by V

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Impegnati nelle riprese di un film horror, alcuni studenti di cinema, affiancati dal loro professore, si trovano a dover fare i conti con il misterioso flagello che ha trasformato i comuni mortali in famelici zombi.

Tra inquadrature provenienti da camere a circuito chiuso e altre eseguite per mezzo dei cellulari, è infatti attraverso l’assemblaggio delle loro false documentazioni filmate che il re del cinema dei morti viventi George A. Romero costruisce il suo quinto zombie-movie, girato in soli 23 giorni a Toronto con un cast di giovani attori, in realtà estraneo alla tetralogia costituita da La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi e La terra dei morti viventi, realizzata tra il 1968 e il 2005.

Un nuovo inizio, quindi, per l’autore di Creepshow e La metà oscura, il quale, riallacciandosi alla corrente lanciata da The Blair witch project-Il mistero della strega di Blair, sostituisce la spettacolarità mainstream che aveva caratterizzato i suoi precedenti zombie-movie con assalti più piccoli e separati, tra contaminati divisi a metà da spade, teste sciolte dall’acido e perfino una piscina trasformata in acquario per morti viventi. Del resto, a mancare non sono certo riusciti effetti splatter (anche se quelli digitali lasciano in parte a desiderare), mentre un’inconsueta dose d’ironia va ad infarcire l’immancabile critica politico-sociale, la quale, tra regole sociali in via di sgretolamento, tecnologia che fallisce e governo che promette di risolvere la crisi senza averne la possibilità, sembra questa volta prendere di mira più del solito i media.

In fin dei conti, sono le riprese eseguite dai protagonisti – tra cui il Joshua Close di The exorcism of Emily Rose e la Michelle Morgan della serie tv The L world – a rappresentare la verità in un mondo tempestato di notizie spesso manipolate dai notiziari televisivi, raccontato attraverso un tutt’altro che noioso esperimento di film nel film in geniale salsa zombesca. Anche se curiosamente analogo, nell’idea di partenza, al contemporaneo The zombie diaries di Michael Bartlett e Kevin Gates.

Francesco Lomuscio

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