Tag Archive | "Durata: 90′"

Tags: , , , , , , ,

La Banda del Brasiliano (DVD)

Posted on 24 giugno 2010 by Luca Biscontini

G_gal-4

Il collettivo John Snellinberg si era già fatto notare con il lungometraggio A bonatti Story, storia agrodolce di calcetto e redenzione. Il nuovo lavoro, La Banda del Brasiliano, affonda le radici nella tradizione dell’action italiano anni ‘70, quel genere denominato dai critici dell’epoca in maniera dispregiativa ‘poliziottesco’, poi diventato oggetto di culto in tutto il mondo.

Nel dna del film si possono vividamente riconoscere i geni di Umberto Lenzi, Enzo Castellari, Mario Caiano, Fernando Di Leo e tanti altri, ma l’operazione è ben lontana dall’essere un semplice omaggio al cinema che fu. Girato in totale indipendenza e in ultra economia, La Banda del Brasiliano riprende quella grammatica cinematografica per poi trasporla in una storia di precariato, rievocando un’Italia che non c’è più. La gang di scalcinati rapitori che infiamma le strade di Faiano non ha la verve e la violenza dei brutali modelli cinematografici cui si ispira, e in questo declino di anti-valori c’è il senso del film. Si dichiara esplicitamente che un certo tipo di criminalità, di vita e di cinema si è sopito e non ha più senso di esistere.

La banda del brasiliano giustifica la propria verve comica, palesando l’impossibilità oggettiva di produrre “cani arrabbiati”, sia umanamente, che politicamente e cinematograficamente, in una società troppo superficiale e sofisticata. Da questo punto di vista il film ha una triplice chiave di lettura che però non impedisce di godere a pieno dell’operazione di mero entertainment, che la regia non perde mai di vista. A cucire l’atmosfera retrò del film una mirabile colonna sonora in piena rielaborazione delle hit dei 70’s, con pezzi realizzati da Calibro 35, Enri, Sam Paglia, Capiozzo & Mecco, La band del brasiliano, Piggo Guarnera, Gallara, Appaloosa, Gatto ciliegia contro il Grande Freddo, Dilatazione.

Gianluigi Perrone

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Saw VI

Posted on 05 giugno 2010 by Luca Biscontini

tanedra-howard-vittima-sacrificale-in-saw-vi-148338

Sesto capitolo della saga dell’enigmista. Sesto capitolo di quella che ormai sembra candidarsi come una storia infinita, perché infiniti potrebbero essere gli omicidi ‘messi in scena’ da Jigsaw, e altrettanto senza fine le loro cause scatenanti, gli ‘errori’ commessi da infinite persone, meritevoli del giudizio dell’enigmista.

Così devono pensarla i detentori dei diritti della saga che, nonostante i risultati al botteghino in USA non abbiano raggiunto gli incassi dei precedenti capitoli, hanno già messo le mani avanti su un prossimo capitolo VII, ovviamente in 3D. Ma torniamo alla parte VI che, proprio in questi giorni, arriva nelle sale italiane, dopo essere stata presentata in anteprima al Fantafestival.

John Kramer (Tobin Bell), l’enigmista, deceduto nel capitolo III, non vuol saperne di abbandonare la scena e, anche se è stato fisicamente soppiantato nella sua missione dal detective Hoffman (Costas Mandylor), riesce ad essere presenza costante per tutto il film, grazie ad apparizioni video-registrate e copiosi flashback.

Saw VI porta la firma di Kevin Greutert (The strangers, 2008), new entry nelle fila del fenomeno seriale, che però riesce a mantenersi ben al di sopra della soglia di guardia, confermando stile, atmosfere e ritmi serrati che hanno fatto di Saw la saga più seguita degli ultimi anni, al punto da poter sfornare con sicurezza un capitolo all’anno dal 2004 ad oggi.

Due i punti chiave attorno a cui ruota questo sesto capitolo: una misteriosa scatola contente sei buste, che Kramer lascia in eredità alla moglie Jill (Betsy Russel); e la figura del direttore di un’agenzia medico-assicurativa, William Easton (Peter Outerbridge), uomo freddo e spietato che ha costruito un impero finanziario, negando assicurazioni sulla vita a gente malata e bisognosa.

Tempo prima, il nostro caro assicuratore, amico di Jill, arrivò a sfidare involontariamente l’enigmista, proprio negandogli la copertura assicurativa durante la sua lotta contro il cancro.

Si sa, Jigsaw non perdona; ma quella postuma del signor Kramer è molto più che una vendetta personale.

Siamo di fronte ad una pesantissima critica del sistema sanitario USA. Quella architettata nel più piccolo particolare da Kramer, e messa in atto dai suoi “discepoli”, è una violenta riscossa contro i soprusi perpetrati per anni da William Easton ai danni di povera gente senza difese.

Una rivolta: la vita stessa che rivendica il suo valore reale a chi l’ha centellinata, moneta per moneta, come fosse proprietà privata.

Non mancano scene di puro gore, che ormai sono il marchio di fabbrica della saga, e di altri film nati all’ombra del torture porn. Per i cultori del sottogenere si inizia bene già dalle prime sequenze: una donna afroamericana e un uomo in sovrappeso dovranno alleggerire di mezzo chilo il peso del proprio corpo in un solo minuto, per liberarsi dai trapani che gli perforeranno il cranio. L’uomo ha tanto strato adiposo da asportarsi dolorosamente, la donna dovrà decidere a cosa rinunciare. Ovviamente solo il più veloce resterà in vita.

Un capitolo VI meno stanco dei precedenti e con un finale aperto.

Accomodatevi, il pranzo è servito.

Luca Ruocco

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Survival of the dead (Fantafestival 2010)

Posted on 03 giugno 2010 by Luca Biscontini

survival

Le ‘teste morte’ hanno vinto. Il verdetto, spietato e lapidario, sta nella morale di Survival of the Dead, ultima fatica di George A. Romero. A tre anni dall’outbreak rappresentato da Diary of the Dead (2007), il ‘papà degli zombi’ torna a rivitalizzare l’epopea germogliata nel 1968 con la sesta pellicola dedicata all’apocalisse dei non morti.

Cinismo, politica, sociologia e anarchica utopia infranta si incontrano in un prodotto che, all’omaggio cinefilo nei confronti de Il Grande Paese (1958) di William Wyler, addiziona la latente ispirazione letteraria riconducibile a “Parto in casa”: racconto dell’amico Stephen King contenuto nella raccolta “Incubi e Deliri”; dal quale estrapola l’ambientazione isolana. Il film muove i primi passi da una frammento di Diary of the Dead e mette sotto la lente d’ingrandimento la fuga verso un posto migliore da parte del militare Alan Van Sprang (il Brubaker di La Terra dei Morti Viventi, 2005, per intenderci) e i suoi sfiduciati fedelissimi. La meta è un pezzo di terra in mezzo al mare, da generazioni teatro delle faide familiari tra O’Flynn e Muldoon. Il set ideale per esaltare l’arguzia critica di Romero, che coglie l’occasione per sfogare tutta la sua rabbia nei confronti della disumanità umana. O’Flynn è un Caronte mitomane che, esiliato, utilizza la sua casa natale come fittizia terra promessa da pagare a peso d’oro, Muldoon il suo perfetto contraltare: finto buonista contrario al fatidico colpo in testa, ma in realtà convinto di un’utilità da parte dei morti viventi similare allo sfruttamento, qui simbolico, già suggerito dal classico White Zombi (1932) (il postino incatenato alla buca delle lettere, la moglie ingabbiata in cucina).

Ovunque aleggia un’aria mefitica e malsana, resa insopportabile dalla stolta e avida deficienza di chi vivo lo è ancora, e come tale continua, imperterrito, a commettere identici e secolari errori. Incostante nel ritmo, palesemente povero nei mezzi digitalizzati, incapace di far ridere anche quando si sforza, a torto, di farlo: Survival of the Dead è comunque un’opera per certi versi definitiva, in grado di riassumere e riproporre, sotto nuova luce, tematiche illustrate nell’86 con Il Giorno degli Zombi (la rieducazione, questa volta alimentare, dei resuscitati). Loro, ‘i non morti’, si evolvono. Noi, i ‘vivi’ o presunti tali, no (si dedichi, a tal proposito, massima attenzione alla meravigliosa ‘ultima pallottola’ tra O’Flynn e Muldoon).  All’orizzonte c’è ancora un’illusoria speranza, da inseguire senza elicottero o Dead Reckoning, bensì in barca; con in cassaforte un frusciante quanto inutile milione di dollari. Teniamocelo stretto George A. Romero perché, nonostante la qualità a volte ne risenta, resta uno dei pochi registi ad avere ancora qualcosa da raccontare.

Luca Lombardini

Comments (0)

Tags: , , , , ,

I Tre Volti della Paura (dvd)

Posted on 14 maggio 2010 by Giorgiana Sabatini

I Tre Volti della Paura

Per chi conosce il valore di Mario Bava è quasi un tedio dover nominare il regista americano di Edward mani di forbice e tanti altri estimatori di riconosciuto calibro, per dare giusta dignità al miglior modulatore di immagini che il nostro paese abbia mai avuto. Tanto varrebbe dire che i Black Sabbath, la band seminale le cui musiche hanno fondato il concetto di tutto il metal moderno, hanno preso il loro nome da uno dei suoi film più importanti. Perchè è quello il titolo inglese de I tre volti della paura, film a episodi che per la sola definizione dovrebbe essere definito minore (nonostante nel periodo non fosse affatto una forma da trascurare), ma che in realtà è una delle vette più alte del cinema italiano. Della forza narrativa dell’opera di Bava si è fin troppo discusso, quindi guardiamo solo al “materiale cinema” che questo trittico di corti (perchè tali sono) è stato capace di dare. Se mai il linguaggio cinematografico dovesse prendere voce a sé stante, è proprio in quest’opera triplice che dà il suo lamento più diretto. Il tempo e l’attesa sono i messaggeri del terrore nella sua forma più intima e cinematografica, talmente cosciente di sé da guardare lo spettatore negli occhi per palesarsi nella sua metafisicità. Il dvd appaga totalmente per la copiosa quantità di inserti speciali, tra i quali numerose dichiarazioni del figlio, il regista horror Lamberto Bava, Luigi Cozzi, Cameron Mitchell, Carlo Rustichelli, nonché un numero notevole di featurette. Imperdibile.

Gianluigi Perrone

Comments (0)

Tags: , , , , ,

Valhalla rising (TeKfestival 2010)

Posted on 11 maggio 2010 by Luca Biscontini

una-scena-del-film-valhalla-rising-127701

Nicolas Winding Refn stupisce, smarca e disorienta tutti quelli che, dopo l’abbuffata di ultraviolenza un po’ furba, ma efficace di Bronson, si aspettavano un film che si collocasse sulla scia appena lasciata dalle gesta del detenuto più pericoloso della Gran Bretagna. Il regista danese, invece, come già aveva fatto con Fear X, esperimento parzialmente riuscito, si svincola dal genere e costruisce un lungometraggio anomalo, visionario, allucinante, in cui la tradizione storica vichinga che fa da sfondo è solo il pretesto per costruire un’immagine lisergica, plumbea, che se ne infischia di compiacere lo spettatore. Lars Von Trier, Herzog e soprattutto il Tarkovskji di Stalker risuonano in questa pellicola, dove Refn si muove tra il mitologico e il fantascientifico.

Suddiviso in cinque parti, e ambientato in un imprecisato medioevo scandinavo, Valhalla rising narra la storia di One eye, guerriero dalla forza sovrumana, indomita, animale, ma pura, e del suo viaggio assieme a dei vichinghi ‘cristiani’ alla ricerca della terra santa. One eye (guercio) è muto, a parlare per lui c’è un ragazzino. Siamo di nuovo davanti all’innocenza della violenza, al rapporto originario tra uomo e natura, e alla corruzione che la religione (cristiana) ha introdotto in questa relazione. Il nostro guerriero viene dall’inferno, o forse dal regno dei morti, è più che umano, quasi un Edipo a Colono; ha delle visioni anticipatrici, da profeta, come Tiresia, virate in un rosso sanguigno, grondante morte, colore questo che ritorna spesso nelle pellicole di Refn (che ha più volte ricordato di essere daltonico).

E poi il viaggio in mare, tra nebbie impenetrabili e i deliri di un equipaggio in ostaggio ad una rotta ignota, fino al raggiungimento di una terra enigmatica, una zona rossa alla Stalker , simile all’ostile paesaggio amazzonico percorso dall’Aguirre-Kinski di Herzog.

La colonizzazione fallisce, perché non c’è nulla da saccheggiare, ma solo lande desolate decorate dai resti dei sacrifici umani offerti dagli aborigeni ai loro dei. Le frecce di pietra scagliate dalle rive uccidono i crociati sulla loro piccola imbarcazione. La bevanda, offerta dal capo missione ai sopravvissuti, provoca un effetto allucinatorio e assistiamo ad una prolungata sequenza in cui il ralenti restituisce l’alterazione della percezione della realtà vissuta dal gruppo, che si produce in gesti deliranti, carichi di simbolismi. Infine il sacrificio: dopo che tutti i crociati sono morti, One eye depone le armi e si lascia percuotere a morte dagli indigeni, che spuntano fuori, come rocce dal fiume, completamenti ricoperti di terra rossa, quasi fossero un tutt’uno con la natura.

Potremmo dilettarci con spassose interpretazioni, tanto per convincerci di aver compreso il sottotesto del film ma, in quest’occasione, è preferibile rimettersi al significante messo in circolo da Refn e lasciarsene attraversare. Questo potrebbe essere il suggerimento per una buona visione.

Luca Biscontini

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Fratelli d’Italia

Posted on 05 maggio 2010 by Luca Biscontini

nader mare

Claudio Giovannesi, reduce dall’interessante lungometraggio La casa sulle nuvole (2009), presentato all’ultima edizione del Med Film Festival, torna alla sua formazione originaria, quella di documentarista (Welcome Bucarest del 2007, L’uomo uccello e I gabbiani del 2005), con Fratelli d’Italia, in cui, attraverso il racconto delle storie di tre ragazzi, cerca di affrontare la questione dell’immigrazione nel nostro paese.

Alin è un diciassettenne rumeno che vive in Italia da quattro anni, intrattenendo un rapporto molto conflittuale con i compagni di classe e i docenti; Masha, diciottenne, bielorussa, adottata da una famiglia italiana, vorrebbe partire per incontrare il fratello che ancora non conosce; Nader, sedicenne, egiziano, nato a Roma, è fidanzato con una ragazza italiana contro il volere dei suoi genitori.

Probabilmente, tra le tre vicende narrate, la più significativa è quella di Nader, poiché pone all’attenzione una faccenda sempre più attuale, quella degli immigrati di seconda generazione.

L’evoluzione antropologica avvenuta negli ultimi anni in Italia tratteggia scenari inediti, che necessitano di un’attenta valutazione per comprendere le caratteristiche di un fenomeno decisivo nel delineare i rapporti di convivenza delle differenze. I nuovi immigrati, a tutti gli effetti cittadini italiani, richiedono, sacrosantamente, di essere riconosciuti come tali, e le diversità culturali, religiose ed etiche che una volta rivendicavano, divengono, ora, qualcosa che essi stessi vivono come un impedimento.

Il famoso multiculturalismo, da sempre gaiamente sventolato dai progressisti dell’ultima ora, rivela tutta la sua inconsistenza concettuale, giacché il problema non consiste nel far coesistere armoniosamente realtà disuguali, ma nell’agevolare un processo di laicizzazione che ci liberi, finalmente, dalla iattura delle differenze. Non più cattolici, musulmani, ebrei, ma cittadini che sanno cooperare creativamente, sviluppando la propria e l’altrui personalità, attraverso la comunicazione e la condivisione. In questa prospettiva appare evidente l’inadeguatezza delle sovranità nazionali a gestire un mutamento radicale che necessita di spazi globali, attraversabili liberamente da flussi migratori e merci.

Il capitalismo cavalca le differenze fino a che permane un margine di profitto: sfruttamento, guerre, gerarchie di potere; nel momento in cui queste condizioni cessassero, non si esiterebbe un momento ad integrare qualunque individuo, purché, una volta assorbito all’interno dei meccanismi di produzione, generi indefinitivamente arricchimento. Magari cambieremo il colore della pelle, ma non i rapporti di produzione. È una tendenza, questa, inarrestabile, anche se, troppo spesso, facciamo finta di non capire.

La cina è vicina diceva Marco Bellocchio, e ora lo è più che mai. Bisogna far spazio a chi ha energia vitale da vendere, e non come la gerontocrazia italiana che, imperterrita, non molla i propri scranni, lasciando le nuove generazioni in balia del vuoto di un futuro che inghiotte. E non basteranno tutte le guerre mosse dall’esanime alfiere dell’ordine imperiale (USA) ad interrompere un movimento inarrestabile. Diceva Karl Marx: «Il comunismo non è un’idea alla quale, alla fine, la realtà dovrà conformarsi, ma il movimento reale di mutazione dello stato di cose presente». Dobbiamo cominciare ad accettare l’idea di dividere la torta con tutti coloro che, fino ad ora, non ne hanno  assaggiato neanche una fetta.

Luca Biscontini

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Notte folle a Manhattan

Posted on 25 aprile 2010 by Luca Biscontini

la-coppia-phil-steve-carell-e-claire-foster-tina-fey-nel-film-date-night-150911

L’esperto di commedie Shawn Levy, regista di Oggi sposi niente sesso (2003), Una scatenata dozzina (2003), Una notte al museo (2006) e del remake de La pantera rosa (2006), torna al cinema con Notte folle a Manhattan, ennesimo family movie ambientato per le strade di New York. Puntando ad un pubblico più adulto, e focalizzando l’attenzione su un problema che affligge la maggior parte delle coppie di oggi, la routine, Levy propone stavolta una pellicola che rappresenta l’altra faccia dei film prodotti fino a questo momento.

Phil (Steve Carell) e Claire (Tina Fey) sono una coppia del New Jersey, consulente fiscale lui, agente immobiliare lei, con due figli a carico e un appuntamento fisso a cena una volta a settimana divenuto ormai un rituale. Quando una coppia di amici decide di divorziare, Phil e Claire organizzano una serata romantica in un esclusivo ristorante a Manhattan per ridare vita al loro rapporto, ormai in preda alla monotonia. In seguito ad un disguido, i coniugi si ritrovano coinvolti in un equivoco che li vedrà protagonisti di una interminabile e movimentata nottata tra rocambolesche fughe, boss mafiosi, killer prezzolati e poliziotti corrotti.

Una storia da manuale insomma, dove sceneggiatura e finale, abbastanza prevedibili, sono carichi di clichè, e a dar brio ai 90 minuti di pellicola sono sostanzialmente i due protagonisti Tina Fey, stella del piccolo schermo e spassosissima imitatrice della governatrice dell’Alaska Sarah Palin, e il mitico Steve Carell, una vera sicurezza per il genere. Grazie alla scelta azzeccata dei due personaggi principali, Levy riesce a dar vigore ad un repertorio comedy ormai troppo sfruttato, e a rinvigorire anche le gag più scontate.

Notte folle a Manhattan si rivela quindi una pellicola migliore di quello che ci si potrebbe aspettare, ideale se si è alla ricerca di qualcosa che movimenti la solita ‘routine’.

Alessandra Agapiti

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

La Première étoile

Posted on 25 marzo 2010 by Luca Biscontini

G17826_1518578142

Il cinema francese, da sempre incensato nelle cattedrali del suo culto, sveste, per una volta, i paramenti sacri imposti dalla liturgia d’autore, regalandoci una commedia fresca, vivace e piena d’umorismo.

La Première étoile (Gran Premio della Giuria e del Pubblico al Festival International de Comédie de L’Alpe d’Huez, Nomination César 2010 – Miglior opera prima), dell’attore e neo regista Lucien Jean-Baptiste, rilancia la questione della famiglia, tema molto caro alla cinematografia contemporanea, soffermandosi sul problema dell’integrazione, sempre presente nelle pellicole d’oltralpe (L’odio, La classe, La journée de la jupe).

Una famiglia antillana, composta di tre figli e un’irresistibile nonna (Firmine Richard), parte per una vacanza sulla neve; Jean-Gabriel (il padre) non può minimamente permettersi una tal spesa ma, per non deludere la figlia, che gli aveva estorto la difficile promessa, cerca in tutti i modi di raccogliere la somma necessaria. Attraverso una girandola di spassosi espedienti, l’instancabile capo famiglia riesce ad esaudire il desiderio della bambina e, pur senza la moglie (francese), che oramai non crede più in lui, parte alla volta dell’agognata località sciistica, dove comincia la vivace rassegna di situazioni esilaranti.

Lo spirito on the road, la comicità grottesca e gli efficaci contrasti emotivi messi in scena ricordano non poco il fortunatissimo Little Miss Sunshine, ma ciò non costituisce un demerito, piuttosto uno stimolo ulteriore a riflettere sulla condizione dei rapporti affettivi nella contemporaneità.

Certo, c’è da chiedersi se valga ancora la pena puntare tutta la posta emotiva sulla famiglia. La generazione di chi scrive ha assistito alla disintegrazione del nucleo famigliare e, soprattutto, ai danni provocati dall’ostinato tentativo di tenere in vita il consunto istituto. L’edipizzazione non solo ha fallito, ma è stata smascherata, mostrando il suo vero volto, quello della perpetuazione del comando, della volontà di reiterare un linguaggio che propaga incessantemente gli ordini. Si tratta quindi di pensare nuove forme attraverso cui far scorrere il desiderio, gli affetti, l’amore e quant’altro.

Comunque La premiere etoile è, nel suo genere, un film gradevole, delicato, che vale la pena di vedere, magari assieme alle persone cui si vuole bene. Infine è giusto ricordare che il film è stato distribuito in Italia dalla Nomad Film Distribution, piccola e coraggiosa casa cinematografica, particolarmente attenta alle nuove realtà del cinema francese.

Luca Biscontini

Comments (0)

Tags: , , , , ,

Happy family

Posted on 24 marzo 2010 by Luca Biscontini

1Gabriele_Salvatores

A poco più di un anno di distanza dal cupo Come Dio comanda, Gabriele Salvatores torna in sala confermandosi ancora una volta l’eclettico sperimentatore di sempre. Dopo aver manifestato a più riprese l’affinità elettiva con Niccolò Ammaniti, il regista scova un altro giovane scrittore italiano, Alessandro Genovesi, autore di Happy Family, romanzo che ha già ispirato l’omonimo spettacolo teatrale da anni in giro per l’Italia. Salvatores trova così l’occasione per lanciarsi di petto nella commedia, dopo le incursioni delle ultime produzioni nel genere drammatico, con venature più o meno noir. È invece di piena luce e pieni colori, anche piuttosto saturi, che vive questo Happy Family, con un Fabio De Luigi improvvisato sceneggiatore alle prese con una storia scritta da egli stesso e di cui non riesce a liberarsi, rimanendone impigliato in prima persona. Si troverà infatti fisicamente coinvolto nel confronto tra le due famiglie molto diverse che ha messo al centro della sua storia, costrette ad una cena comune poiché i rispettivi figli appena adolescenti hanno deciso di convolare (prematuramente) a nozze.

Il film, dunque, iscrive nel registro della commedia tematiche pirandelliane e suggestioni, almeno sulla carta, metacinematografiche. E, in effetti, la pellicola elargisce un numero più che consistente di risate, merito soprattutto di un cast in parte azzeccato e ben diretto (la coppia Abatantuono-Bentivoglio su tutti) e di una regia e un montaggio in grado di guidarne il passo. Molto più difficili da digerire e giustificare parecchie ingenuità alla base del disegno drammaturgico e registico che vedono avvicendarsi insistiti sguardi e dichiarazioni in macchina dei vari personaggi a mo’ di diario filmato, che spesso si trasformano in degli “a parte” forse di derivazione teatrale che mal funzionano in un film che decide, fra l’altro, di inserire la ribellione dei “personaggi in cerca d’autore” dentro lo schermo del pc del loro distratto e incostante Pigmalione. Non sono tanto le scelte in sé per sé a funzionare poco, quanto il fatto che diventino tasselli di un congegno drammaturgico piuttosto macchinoso, i cui incastri sembrano di volta in volta fare fatica a incontrarsi senza emettere un certo stridore e che, invece di mettere l’accento sulla presunta dimensione metacinematografica e i diversi livelli della finzione (cinematografica), finiscono per scoprire unicamente proprio le forzature necessarie per produrli. Così, come, a conti fatti il monologo iniziale di De Luigi sullo stato di paura che attanaglia le vite del mondo intero fa il paio con qualche dialogo fin troppo spiegato.

In ogni caso, va riconosciuto a Salvatores, così come ad Italo Petriccione, direttore della fotografia e a Rita Rabassini, scenografa, il merito di aver curato una messa in scena suggestiva, basata spesso su una dominante di colore all’interno delle scene volte a regalare un effetto antinaturalistico alla città di Milano, che non a caso diventa davvero protagonista solo in una sequenza girata in bianco e nero. Quest’attenzione affatto banale applicata ad un genere come quello della commedia, che nel nostro Belpaese fa davvero fatica ad innovarsi e che trova qui un esempio, seppur non privo di difetti, ma anche originale per certi versi, conferma almeno la tendenza di Salvatores a misurarsi instancabilmente e coraggiosamente con progetti sempre diversi.

Viviana Eramo

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

San qiang pai han jing qi (A Gun and A Noodle Shop). Festival di Berlino 2010

Posted on 18 febbraio 2010 by Luca Biscontini

the-first-gun-04

Un mercante persiano volteggia con la spada e disegna nell’aria una coreografia perfetta: l’azione è filmata con eleganza e maestria tecnica, scherzando con la forza di gravità e giocando con il rallenty e i colori. É proprio l’inizio che ci si aspetta da un film di Zhang Yimou. La memoria va a ripescare subito le atmosfere dei suoi precedenti lungometraggi come Hero o La foresta dei pugnali volanti. Ma la sorpresa è dietro l’angolo. Il numero virtuoso del mercante (e del regista) non si conclude con l’atteso e meritato applauso, ma viene dissacrato da una sonora risata dei tre personaggi che vi assistono. Zhang Yimou ci introduce così nel suo nuovo film, e ci annuncia che questa volta si cimenterà in un genere per lui nuovo: la commedia, al limite della farsa per giunta.

Siamo nella Cina imperiale e a ridere è soprattutto la tenutaria di un negozio di spaghetti cinesi che da quel mercante acquista una pistola. Le serve per difendersi dai continui abusi che da anni subisce dall’anziano marito, proprietario del locale in cui lavora. Quest’ultimo viene a sapere dell’acquisto e, avendo anche scoperto che la donna lo tradisce con un garzone, decide di corrompere un poliziotto per eliminarla assieme all’amante. L’avidità dell’omicida, la presenza della pistola all’interno del locale, e la goffaggine dei garzoni  danno vita ad una commedia degli equivoci, con molti risvolti drammatici, raccontati con humor nero.

Si tratta del ritorno al cinema di Zhang Yimou, dopo la pausa  presa per dedicarsi alla realizzazione delle coreografie per l’inaugurazione dei giochi olimpici di due anni fa. La scelta del soggetto, che ricalca quello del film d’esordio dei fratelli Coen,  Sangue facile (Blood simple ), è scottante. Mettere mano alla sceneggiatura di un film considerato di culto nel mondo occidentale, per trasportarlo in oriente, è un’operazione delicata. La cosa si complica ancora di più se, partendo dal genere noir dei Coen, si cerca di sviluppare una commedia dai toni farseschi.

Il susseguirsi di equivoci grotteschi, che nel film originale tenevano alta la tensione di una storia amara, fatta di avidità e violenza, servono qui a sostenere i ritmi della commedia, e dettare i tempi alle varie trovate comiche. L’operazione non riesce però al meglio perché la rete di equivoci, pur essendo funzionale allo sviluppo di una sceneggiatura ben adattata, talvolta stride. La violenza alla base del soggetto, incontrandosi con gli aspetti comici, non si amalgama al meglio e confonde lo spettatore. Le trovate divertenti non sono determinate  dalla costruzione delle situazioni, ma solo dai comportamenti arlecchineschi dei personaggi, e si esauriscono in gesti e reazioni buffe in frangenti di grande drammaticità. Sembra di assistere ad una messa in scena da Commedia dell’arte, però fuori contesto, non tanto a causa dell’ambientazione storica e geografica, ma piuttosto per l’eccessivo contrasto con gli aspetti drammatici, come gli omicidi o gli squallidi abusi del vecchio proprietario del locale sulla giovane moglie. Una tematica, quest’ultima, assai delicata e poco rielaborata per inserirla nell’ambito del gioco. Non si capiscono le intenzioni di Zhang Yimou nel generare questi contrasti, se non la ricerca di un humor nero che però non suscita né sottile divertimento , né amarezza. Da salvare c’è qualche trovata divertente, oltre che la fotografia, cromaticamente impeccabile, che valorizza al meglio i momenti coreografici, come quello dei garzoni al lavoro che impastano il preparato per gli spaghetti con acrobazie da giocolieri.

La sensazione è che i virtuosismi tecnici ed estetici siano gratuiti, ideati solo per ammiccare al pubblico. Siamo lontani dalla funzionalità che le immagini spettacolari di Hero avevano nell’esaltazione della bellezza e dei gesti della filosofia zen. Zhang Yimou si conferma un maestro dal punto di vista tecnico ed un grande coreografo, ma non sembra padroneggiare al meglio i toni della commedia.

Matteo Aniello

Comments (0)

Tags: , , , , , , ,

HOUSING

Posted on 26 gennaio 2010 by Salvatore Insana

housing2

Il problema abitativo rimane a tutt’oggi un’ossessione irrisolta per molte famiglie povere in cerca di una risolutiva stabilità di vita.Federica Di Giacomo ha indagato il groviglio di esistenze al limite del sostenibile che ruota intorno agli agglomerati di case popolari della periferia di Bari, raccontando d’una silenziosa e crudele guerra che si gioca tra proprietari (spesso soli e anziani) col timore di perder il proprio alloggio e abusivi sempre pronti ad occupare con la forza (della disperazione) ogni spazio lasciato incustodito.

 Seguendo esemplarmente l’amara quotidianità di quattro “personaggi”con base in questo orrido alveare, tutti colti nelle difficoltà di una solitudine acuita e condizionata proprio dal necessario ancoraggio alla propria casa-prigione, Housing porta alla luce – in quella che sembrerebbe una semplice e limpida registrazione degli eventi – la teatralità popolare e la terribile comicità di individui tanto spiazzati e clamorosamente in difficoltà quanto in grado di ribaltare in chiave ironica ogni momento della loro vita.

 Denuncia dello stato delle cose e spettacolo della miseria qui si compensano e si compenetrano, tra sguardi rivolti direttamente in macchina, azioni al limite del grottesco (il manichino in stanza, le chiacchiere al balcone) e della farsa (la visita al sindaco Emiliano), e soprattutto nella dialettica tra legittimi abitanti e “assaltatori”: questi ultimi, sempre nominati dagli altri come fonte di inquietudine e di pericolo, per strategia narrativa (o per necessità?) rimangono “mai visti”, fantasmi che si aggirano dietro le porte senza che se ne scorga traccia alcuna. In pieno stile assurdo, essi vivono attraverso i paranoici racconti che gli altri fanno di loro, nel perpetuarsi di uno “stanno arrivando” tipico di tanto immaginario apocalittico.

 Salvatore Insana

 

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Piovono Polpette 3-D

Posted on 10 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

film-piovono-polpette-3

Diretto dagli esordienti Phil Lord e Chris Miller, l’ultimo film di casa Sony trae spunto da un libro per bambini del 1978 scritto da Judi Barrett e illustrato da Ron Barrett. L’opera, che vanta numerose copie vendute in tutto il mondo, è caratterizzata da uno stile fantasioso unito ad uno spiccato senso dell’umorismo, tendente all’assurdo e narra le vicende di Flint, un bizzarro inventore che sin da piccolo spera di realizzare qualcosa che possa cambiare la vita della sua cittadina, tristemente conosciuta solo per l’inscatolamento delle sardine. Un insuccesso dopo l’altro l’ha reso lo zimbello della città e dopo la scomparsa della madre, sua unica supporter, nessuno sembra credere nelle sue capacità, nemmeno il vecchio padre Tim, un tipo all’antica amante della pesca e delle ‘metafore’ di mare, l’unico espediente attraverso cui riesce, in qualche modo, a comunicare col figlio.

piovono-polpette-3

La vita di Flint ruota tutt’attorno al proprio laboratorio, circondato da strane apparecchiature e da un’isterica scimmietta di nome Steve, sua unica amica. Proprio quando è sul punto di appendere il camice al muro, la sua più pretenziosa invenzione che trasforma l’acqua in cibo sale in cielo circondata da una psichedelica nube di colori rilasciando un’improvvisa piaggia di hamburger. È l’occasione che aspetta da una vita, la chance che permetterà a Flint di riscattarsi e trovare finalmente qualcuno che nutre i suoi stessi ‘gusti’… Ma raggiunto il punto critico, il macchinario surriscaldato inizierà a sfornare porzioni un po’ troppo abbondanti che creeranno il panico tra i cittadini. A quel punto per Flint e Sam, la bionda metereologa, sarà tempo di escogitare qualcosa per salvare il mondo da una terribile tempesta di meteo-polpette.

Sono novanta piacevoli minuti d’intrattenimento che proprio in virtù di una trama poco sofisticata consentono allo spettatore di rilassarsi e godere di un 3-D sempre più incisivo. Non mancano, poi, per gli astanti anche alcune brevi riflessioni in fase finale sul tema del cibo e non solo. La Sony Pictures centra il bersaglio confezionando un prodotto esilarante dedicato a tutti.

G. M. Ireneo Alessi

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

L’ultima estate

Posted on 15 dicembre 2009 by Ireneo Alessi

locandina_cut2

Dopo aver tentato di scassinare un bancomat, tre ladri improvvisati intraprendono una fuga automobilistica dai carabinieri, mentre le pallottole volano da una macchina all’altra. A distanza di un anno, il giovane Paolo (Gabriele Penteriani), dedito a furti di pezzi provenienti da motorini e minicar utili per operare modifiche nell’officina abusiva che gestisce insieme agli amici Nina (Francesca Ferrazzo) e Cicciobombo (Simone Ascani), fa conoscenza con la coetanea Ilaria detta Ila (Francesca Ferrazza), ragazza della Roma bene fidanzata con il viziato Lollo (Emanuele Aiello) e che vive un rapporto conflittuale con la madre (Daniela Poggi). Da qui prende il via l’ultima estate del titolo, comprendente anche un viaggio a Lampedusa, attraverso cui l’attrice Eleonora Giorgi, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dopo Uomini e donne, amori e bugie (2003), interpretato da Ornella Muti e Paolo Giommarelli, non solo pone in scena l’ennesimo incontro-scontro tra persone di diversa estrazione sociale, ma lancia un messaggio relativo al fatto che i figli non devono essere intesi quali responsabili delle azioni dei propri genitori. E lo fa tramite un’opera costruita su un soggetto interessante, scritto da lei stessa, e attraversato da un discreto ritmo narrativo, fino a un risvolto inaspettato. Peccato che, mentre l’hip hop fa da commento musicale e rivediamo sullo schermo il veterano Daniele Formica e il Gianni Ansaldi dei due Sapore di mare (sono il colonnello Crescenzi e l’avvocato), a non convincere sia proprio la regia, più adatta forse al piccolo che al grande schermo. Oltre che incapace di gestire i tempi di recitazione dei giovani protagonisti, poco convincenti nella maggior parte delle situazioni.

Francesco Lomuscio

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Ben X

Posted on 04 dicembre 2009 by Fabio Sajeva

ONEMOVIE_BenX_11

Esordio nel lungometraggio di Nic Balthazar, che arriva nelle sale con un tantino di ritardo rispetto a quando ha iniziato a frequentare i festival nel 2007, Ben X, che ha collezionato diversi premi, si impone allo sguardo dello spettatore per la modernità della quale è capace.

Non è la prima volta che il tema dell’autismo viene trattato nel cinema. Un precedente importante col quale l’autore si è sicuramente confrontato è Rain Man, che vedeva l’interpretazione di una colonna del cinema americano come Dustin Hoffman. Molto interessante è l’approccio alla malattia che Balthazar ha impiegato, al fine di costruire una struttura narrativa del tutto inedita. Il film si apre con le immagini di un videogioco ed il protagonista in abiti medievali è proprio l’alter ego virtuale di Ben, interpretato dal giovane Greg Timmermans che, per la profondità dell’interpretazione e non ultima una certa somiglianza, ci ha ricordato il più maturo Kevin Bacon. Nel gioco Ben è formidabile ed un personaggio femminile lo accompagna nelle sue campagne di livello in livello.

Ma nella realtà le cose vanno in tutt’altra direzione. Il giovane è sottoposto ad ogni genere di scherzo ed umiliazione da parte dei suoi compagni di scuola, soprattutto i due classici bulli sfaccendati. Molto interessanti sono le scene che vedono alternare la realtà vissuta da Ben con quella del gioco nel quale il ragazzo si sente molto più a suo agio. Dopo aver subìto una terribile umiliazione, Ben cambia atteggiamento e sembra non nutrire più fiducia negli altri. Solo la madre e la sua nuova amica, che proviene dal mondo del suo gioco, gli fanno da supporto. Ben prende coraggio e riesce in quello che nella vita di tutti i giorni i portatori di handicap difficilmente riescono: far capire agli altri quanto la diversità sia una ricchezza e non il contrario.

“Il coraggio è tutto” diviene il motto di questo ragazzo solo apparentemente debole. Nonostante il finale sia di natura favolistica, la presenza del gioco medievale nella narrazione, ne stempera il manicheismo e le forzature. La colonna sonora enfatizza i ritmi e fa di questo film un unicum in quanto a capacità di rendere commerciale esteticamente un tema di grande impegno sociale come quello del bullismo ai danni di portatori di handicap.

Fabio Sajeva

Comments (0)

Tags: , , , , ,

Torino nera

Posted on 20 ottobre 2009 by V

Meglio chiarirlo da subito: questo Torino nera di Massimo Russo non ha niente a che vedere con il film di Lizzani del ’72. Si tratta, invece, di un super low budget girato da un gruppo di amici senza alcuna precedente esperienza al lungometraggio, capace, tuttavia, pur con tempistiche piuttosto dilatate (cinque anni di lavorazione), di mettere in piedi un autentico poliziottesco digitale. Dentro, infatti, c’è un po’ di tutto, tra citazioni e invenzioni registiche (anche casalinghe) a volte sorprendenti. Una su tutte è l’inseguimento a metà film tra le vie del centro di Torino. Per non parlare poi dei personaggi: dal capo della polizia, un nostalgico fascista, al detective privato lebowskiano.

A dare il via alle danze è un barbone che assiste per caso all’omicidio di una donna compiuto da un gruppo di satanisti. Il giorno seguente prova a confessare tutto alla polizia, ma non viene preso sul serio. Si rivolge così ad un improbabile investigatore privato disposto ad accettare qualsiasi caso pur di saldare i debiti accumulati. Poi la trama si fa caotica, fuori controllo, mentre il macchiettismo dei personaggi immischiati sempre più difficoltoso da seguire. Alla resa dei conti si resta comunque piacevolmente soddisfatti.

Giacomo Ioannisci

Comments (0)

Tags: , , , , ,

Ludwig Van (Festival Fish-Eye)

Posted on 19 ottobre 2009 by Salvatore Insana

ludwig van

Unico lungometraggio di Mauricio Kagel, compositore argentino presto emigrato in Germania ed autore anche di numerosi cortometraggi sempre in bilico tra sperimentazione (soprattutto in campo sonoro) e uso più classico dello specifico filmico, Ludwig Van, girato nel 1969 in occasione del duecentesimo anniversario della nascita del celebre compositore tedesco, si può definire come una gita disorganizzata intorno alla museificazione di Beethoven, ovvero parodia a più strati del culto romantico del genio.

Kagel gira in 35mm, sceglie un bianco e nero curato e adotta uno sguardo che simula in soggettiva il vagabondaggio senza meta d’un protagonista di cui vediamo solo mani – guantate o meno – e piedi – addobbati con calzature ottocenteste – (Beethoven stesso?). Presto viene meno una qualsiasi concatenazione narrativa delle vicende, facendo del film un accostamento di frammenti visivi che indugiano, a mo’ di danza, tra le vie e le case di Bonn, tra umani e animali, tra passanti e esperti televisivi, immergendoci in novanta minuti di suoni beethoveniani, unico possibile collante di un’opera altrimenti volutamente come “fantasia” (nell’accezione musicale) senza equilibrio.

Ludwig Van si smarca dal rischio della sterile celebrazione, da quello del biopic e da quello del documentario sulle tracce risapute di un grande artista. Sceglie di procedere a salti, con ellissi e buchi temporali, passando – inciampando in ostacoli comici: gli spartiti che cadono, i busti che si sfaldano, le note che si moltiplicano come carta da parati.

Dagli interni polverosi della residenza-museo di Beethoven alla delirante intervista di un fanatico discendente dello stesso – intervistato, con mdp che irrispettosamente di avvicina e si allontana senza curarsi delle parole, in aperta campagna – ; dal talk show tra esperti musicisti e musicologi che finisce per vertere sulle chiacchiere private a proposito della sordità, sino allo zoo popolato da primati ed elefanti defecanti, Kagel gioca insistentemente sul contrappunto – il più delle volte ironico – tra immagine e suono, tra solennità e grottesco, ribadendo quanto il montaggio possa arrivare a ribaltare persino la percezione di chi probabilmente è il più celebrato e riverito tra i musicisti mai esistiti.

Salvatore Insana

Comments (0)

Tags: , , , , , ,

Ricky

Posted on 18 ottobre 2009 by V

1218363070

Con una storia che ha del surreale e del fantastico, uno dei cineasti francesi di maggiore talento, Francois Ozon, ci trascina nella sua ultima pellicola Ricky, dagli stessi produttori de Il favoloso mondo di Amelie.

Il racconto –in flashback – esordisce con un dramma sociale alla Ken Loach: Katie (un’intensa Alexandra Lamy) è un’operaia che si divide tra il lavoro in fabbrica e una figlia piccola segnata da una vita difficile, Lisa (Melusine Mayance). La svolta arriva con l’incontro di Paco (Sergi Lopez), da cui nasce un amore che culmina con la nascita di Ricky. A questo punto si apre la seconda parte del film, quella favolosa e metaforica: sulle spalle del bambino spunta un livido inquietante, che la madre interpreta erroneamente come frutto dei maltrattamenti di Paco, con cui la relazione attraversa un momento di crisi. Di lì alla seprazione il passo è breve, ma a Katie e Lisa la vita riserva un’incredibile sopresa: da quei lividi si sviluppanno due ali sempre piu’ simili a quelle di un volatile, che consentono a Ricky di volare. Katie è decisa a tenere la vicenda nascosta ai media, ma il segreto sarà presto svelato.

Se indiscutibili sono sia la qualità del film che il talento dell’autore, quello che lascia perplessi è il significato della metafora delle ali, che Ozon non riesce a trasmettere del tutto: ali simbolo di quale libertà? Dalla vita familiare, o forse dall’amore materno? Difficile coglierlo da quello che, in definitiva, sembra più che altro uno sterile esercizio di stile.

Ilaria Mariotti


Comments (2)

SFOGLIA IL NUOVO NUMERO DI TAXIDRIVERS!

SFOGLIA IL NUOVO NUMERO DI TAXIDRIVERS!

Kitchen Sink


NEWSLETTER

Iscriviti, ogni mese novità e approfondimenti sul mondo del cinema indipendente e non solo !


inserendo l'indirizzo mail si accettano le Condizioni sulla Privacy