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L’Implacabile Condanna (DVD)

Posted on 10 giugno 2010 by Luca Biscontini

Curse of the Werewolf Reed

L’Implacabile Condanna (The Curse of the Werewolf, 1961) è uno dei film della Hammer maledetti per eccellenza, soprattutto per un’atmosfera e dei contenuti morbosi che ne determinarono il “rated X” e ne costituirono la fama all’epoca. Qui Terence Fisher ha tra le mani un Oliver Reed alla sua prima prova come protagonista, sicuramente molto adatto nella parte e probabile fonte di ispirazione anche per Benicio Del Toro nel recente Wolfman (2009), di Joe Johnston, insieme ovviamente a Lon Chaney Jr. che lo rappresentò nell’originale Wolfman (1941).

La genesi del personaggio di Leon è parimenti brutale alla natura animalesca che nasconde il suo istinto: figlio di uno stupro di un reietto ai danni di una povera muta, entrambi schiavi di un sadico marchese. La nascita del bambino avviene proprio il giorno di Natale, ma il parallelismo vuol suggerire una natura empia e demoniaca del parto. Terence Fisher mantiene un tema caro come l’inversione della mitologia cattolica, espresso anche ne La Vendetta di Frankenstein, e rende Leon un orrido chiaro-scuro di Cristo, tragico ensemble tra l’immoralità dell’aristocrazia e la brutalità del popolino, in una società totalmente priva di controllo di sorta. Il risultato è all’interno della creatura che non concepisce la propria natura disumana, e chiude il suo calvario simmetricamente, tra le porte di un’ istituzione sacra.

Il dvd della Flamingo Video lo propone in una veste curata, anche se quasi priva di inserti speciali di spessore, a parte una galleria fotografica.

Gianluigi Perrone

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Le quattro volte

Posted on 28 maggio 2010 by Luca Biscontini

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In un paese della Calabria collinare, un vecchio pastore vive i suoi ultimi giorni, accasciandosi nel suo giaciglio davanti a insoliti testimoni, le capre; una capra partorisce un capretto da subito impegnato nella lotta per la sopravvivenza; un albero viene abbattuto per diventare il fulcro di una festa dal retaggio pagano; i carbonai ricavano il carbone dall’abete bianco, precedentemente idolatrato.

La scena iniziale del film inquadra un gruppo di carbonai su un cumulo di terra colti nel momento del loro lavoro rituale con il quale la legna posta sotto il terreno si trasforma in carbone, emanando fumi che, uniti ai colori della scena e al battere reiterato della pala contro la terra, contribuiscono a creare un’atmosfera suggestiva. Ma l’inizio è anche il punto verso cui tende l’intero film che, pur non recintando lo sguardo dello spettatore in un perimetro interpretativo serrato, spicca per la circolarità della storia narrata.

Riprendendo un pensiero attribuito a Pitagora, Le quattro volte indica il numero di vite incastonate l’una nell’altra che ciascuno di noi possiede, e di conseguenza le volte che dobbiamo conoscere noi stessi. Partendo da questo principio secondo cui l’uomo è al tempo stesso un minerale, un vegetale, un animale e un essere razionale, la macchina da presa di Michelangelo Frammartino scompone l’unità contenuta nell’uomo in quattro storie, dove chi guarda deve ben presto abituarsi a soffermarsi sui passaggi dall’uomo all’oggetto, tratto essenziale del film, obbligandolo a uscire dalla posizione di osservatore passivo per conquistare piuttosto la condizione privilegiata di costruttore di senso. In questo lavoro di riscatto dello spettatore, non possiamo non riconoscere le influenze derivate dal precedente impegno nella videoarte e nelle video-installazioni del regista, campi artistici da cui mutua i modi di concepire l’arte come lavoro aperto e, pertanto, fortemente orientato allo spettatore in quanto creatore di percorsi semantici inediti.

Ambientato in piccoli paesi della Calabria, il film punta i riflettori sulla credenza in antiche usanze popolari e sulla sopravvivenza di riti intorno ai quali la collettività organizza il suo vivere sociale, lasciando soccombere la luce della ragione dinanzi al fascino arcano della tradizione. Così, in una visione della vita pensata nella sua essenziale architettura concatenata e ciclica, un anziano pastore lentamente si spegne nella convinzione di potersi curare con la polvere santa della chiesa, mentre fuori dalle mura della sua casa di confine inizia a prendere piede, con grande trambusto, il successivo protagonista della storia, l’animale. Le capre invadono lo spazio deputato all’uomo, indicando il prossimo cambio di scena in un ribaltamento di ruoli attivato proprio dall’ultimo respiro del vecchio pastore a cui segue la nascita di un capretto. Il capretto vive e si muove in un disagio esistenziale che lo accomuna all’uomo, tanto più che il suo belato sembra un lamento umano esasperato quando, smarrito il branco, avverte il momento di maggiore difficoltà e ormai solo cerca riparo sotto un albero. Gli stacchi del montaggio intervengono ancora una volta per segnare il passaggio da una condizione dell’essere a un’altra, spostando l’attenzione su un grande abete bianco sradicato in gran foga e portato in processione al paese in occasione della Festa della Pita. Conclusa la festa, l’albero si svuota di quella sacralità rituale di cui era stato investito per essere sepolto sotto terra dai carbonai impegnati nel loro cerimoniale lavorativo rivolto all’ottenimento del carbone.

Assistiamo al passaggio dell’essenza vitale in un processo di reincarnazione senza fine cadenzato da ritmici e ripetitivi rumori intrinsechi allo stadio evolutivo dell’essere e identificativi di una condizione naturale: la tosse costante è la voce del vecchio pastore, il belato strozzato identifica la capra, la motosega l’albero e la pala con cui si batte il terreno il carbone. In particolare, quest’ultimo rumore si caratterizza in quanto sottotraccia sonora dell’intera storia, segnando il battito invisibile che aleggia e da respiro al film.

“Le quattro volte”, neo-vincitore di importanti premi a Cannes quali il SACD (società autori e compositori drammatici) previsto per la Quinzaine, e il Palm Dog, un simpatico riconoscimento istituito quest’anno e rivolto ai più meritevoli attori a quattro zampe capaci di offrire una performance convincente, si imprime nella mente per la sua tanto elegante quanto incisiva poetica.

Francesca Vantaggiato

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La stampa internazionale s’innamora di Frammartino: il nuovo Antonioni con un pizzico di comicita’

Posted on 18 maggio 2010 by Giorgiana Sabatini

Le quattro volte

Il film Le quattro volte del regista Michelangelo Frammartino presentato nella sezione della Quinzaine del Festival di Cannes ha fatto innamorare la stampa internazionale, che ha definito Frammartino il nuovo e inaspettato autore del cinema italiano acclamandolo come il secondo “Michelangelo”.

L’autore, scrive Le Monde, “è riuscito a mettere in scena con splendidi piani sequenza, lo scorrere del tempo in un luogo dove sembra essersi fermato. Un melange inedito di minimalismo narrativo e comicità inaspettata…”

Aggiunge oggi Screen International “Un film praticamente muto di una bellezza e di una originalità  sfolgoranti. Le quattro volte annuncia l’inaspettato arrivo del secondo Michelangelo del cinema italiano ».

E ancora Variety: “il fluire dell’esistenza scorre attraverso “Le quattro volte” con immagini straordinariamente attraenti  ….”

Hollywood Reporter: “Uno dei film più interessanti della Quinzaine….. ci consente di guardare la vita da dietro le quinte, Frammartino si è fermato a catturare il profumo delle rose, degli alberi e dei campi….”

E scrive ancora Libération “Un film innamorato della purezza del tempo capace di arrivare quasi al surrealismo. Ricorda spesso Buñuel”.

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Fantastic Mr. Fox

Posted on 16 aprile 2010 by Ireneo Alessi

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Nessuna fantasmagoria tridimensionale per il primo film d’animazione di Wes Anderson. Il regista di “Rushmore” e “Il treno per il Darjeeling” rinuncia alla voluttà visiva delineata da blasonati titoli come Avatar per condurci, attraverso l’impero della sua mente, nel labirintico mondo ‘sotterraneo’ di Fantastic Mr. Fox.

Tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di Roald Dahl, prolifico scrittore britannico, ben noto agli occhi del cinema, dalla cui penna sono stati ricavati in passato titoli quali Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, I Gremlins e molti altri, il film, la cui gestazione si è protratta per diversi anni, coniuga impeccabilmente il nucleo del racconto originale con l’estro di Noah Baumbach e dello stesso Anderson attraverso le suggestioni mutuate, durante la stesura, dai luoghi in cui visse lo scrittore ed un fine citazionismo meta-filmico che richiama opere precedenti come I Tenenbaum e le Le avventure acquatiche di Steve Zissou.

Con un look che ammicca apertamente al ‘Vulpes vulpes’, protagonista della pellicola, Wes manifesta, durante la conferenza stampa, l’emozione nutrita verso l’intero progetto nonché il legame affettivo nei confronti dell’autore, il primo della sua infanzia. Ma chi è il signor Volpe e cosa fa? Astuto quanto vanitoso Mr. Fox è un intraprendente ladro di galline dai modi alquanto raffinati ma con un animo selvatico che dopo una vita trascorsa fra esaltanti razzie e fughe rocambolesche è costretto a cambiare ‘occupazione’ per il bene della famiglia. Divenuto giornalista, vive insieme alla signora Fox ed il piccolo Ash in una tana che gli va troppo stretta. Ma la vita borghese non fa certamente al caso suo e un giorno, in preda all’istinto, decide di trasferirsi dentro un grosso albero in cima alla collina, davanti a tre nuove ‘tentazioni’.

Con l’aiuto del ‘fedele’ opossum Kylie architetta un piano per mettere a segno il suo triplice ed ‘ultimo’ colpo saccheggiando gli avidi fattori della zona: Boggis, Bunce e Bean. Ma la vendetta dei tre non tarderà ad arrivare e Mr. Fox sarà costretto a spremere le meningi per salvare l’intera comunità e la sua stessa ‘faccia’. A complicare le disfunzionali dinamiche familiari, però, sarà proprio l’insolito figlio Ash, alla continua ricerca di attenzioni da parte degli altri ed in competizione con il cugino, l’ultimo arrivato in casa Fox che può mettere in ombra le sue capacità dinanzi al padre. Un po’ ladro ed un po’ supereroe, Mr. Fox saprà sublimare il meglio di ogni componente proprio nel momento decisivo dimostrando quanto la diversità sia una risorsa piuttosto che un male. L’aspetto antropomorfo dei personaggi, realizzati dai famosi creatori de “La sposa cadavere” MacKinnon e Saunders, contribuisce, poi, a rendere le situazioni più vicine agli occhi del pubblico e, senz’altro, più godibili. A proposito di characters, l’originale voce di Mr. Fox alias George Clooney è, qui, affidata all’ottimo Francesco Pannofino.

Creatura insolita e graffiante, dalle numerose sfumature (c’è chi ha avanzato persino una chiave di lettura ‘segretamente politica’), ma soprattutto frenetico e divertente, questo film, in controtendenza alla recente produzione cinematografica, è stato interamente realizzato con la tecnica del ‘passo uno’, altrimenti nota come stop-motion, utilizzando una congerie di pezzi (circa 4000 accessori), che denota un’attenzione maniacale da parte dello staff, un impegno che non può non meritare il nostro plauso. Promosso, dunque, a pieni voti.

G. M. Ireneo Alessi

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Due vite per caso (Festival di Berlino 2010)

Posted on 18 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Come può cambiare la vita di un ragazzo di poco più di vent´anni per una questione di pochi centimetri? Se lo domanda il regista siciliano Alessandro Aronadio, classe 1975, che con il suo primo lungometraggio, “Due vite per caso”, ha subito l´onore di presentarsi alla Berlinale nella prestigiosa sezione Panorama.

Matteo sta accompagnando al pronto soccorso un amico che si è procurato una leggera ferita, aprendo una lattina, durante una serata come tante trascorsa nel suo locale preferito, l’”Aspettando Godard”.Un segnale di stop, la pioggia, l’asfalto viscido e una frenata per non urtare la macchina davanti, ferma con a bordo due poliziotti in borghese.

Al termine della frenata la narrazione si sdoppia e comincia il racconto in parallelo delle due differenti direzioni che la vita del ragazzo prende in conseguenza dell’esito della frenata.

Matteo non riesce ad arrestare in tempo l’auto, e va a scontrarsi contro l’altra vettura. I due poliziotti, già noti per la loro condotta discutibile, aggrediscono i due ragazzi e picchiano a sangue Matteo, abusando delle garanzie offerte dalla loro posizione. L’episodio casuale scuote l’esistenza del ragazzo, pone fine alla sua adolescenza, e gli svela improvvisamente il mondo di violenza e di ingiustizia che lo accompagnerà nell´età adulta. Matteo precipita in uno stato di totale insicurezza e smarrimento da cui cerca di uscire voltando pagina, e rifiutando le certezze apparenti che avevano segnato la sua gioventù. Si isola dalla famiglia e si lancia a viso aperto in rapporti di amicizia e sentimentali burrascosi e precari, in cerca di qualcosa cui aggrapparsi. Il risultato però è solo quello di ingannare l´attesa di una risposta alla sua inquietudine, che non arriva mai.

Matteo riesce a fermare l’auto in tempo, ed evita l’impatto per pochi centimetri. La sua vita procede senza traumi, ma muovendo i primi passi nel mondo del lavoro e nell´età adulta, cresce in lui un senso di smarrimento angosciante. Nemmeno la famiglia e l´ingresso nell´Arma dei Carabinieri gli danno quell´equilibrio e quelle certezze che cercava e le sue giornate si consumano nella frustrazione e, anche in questo caso, nell´attesa di una risposta che non arriva.

Alessandro Aronadio ci presenta così due facce di una stessa medaglia e, attraverso le figure di Matteo, tratteggia il ritratto della sua generazione: giovani che entrano nell’età adulta in una condizione di totale smarrimento e che, come i personaggi dell´opera di Samuel Beckett (che non a caso è richiamata dal nome del locale dove Matteo è solito trascorrere le serate), aspettano Godot, un qualcosa di ignoto che dia un senso alle loro azioni ed alle loro prospettive. La società li lascia in uno stato di precarietà e non offre alcun punto di riferimento. La vita si riduce ad un susseguirsi di eventi casuali che servono solo a muovere le carte in tavola, ed alla fine portano semplicemente alla luce facce differenti dello stesso smarrimento senza soluzione, destinato a trasformarsi in frustrazione repressa con esplosioni di violenza.

Il meccanismo narrativo utilizzato da Aronadio è il medesimo del film Sliding Doors di Peter Howitt, in cui però lo sdoppiamento della vita della protagonista dava solo un tocco di fatalismo a una storia d’amore. In “Due vite per caso” non c’è alcuna traccia di fatalismo, non c’è un disegno sovraumano che giunge sempre e comunque a compimento. Qui basta una sciocchezza perché le due vite del protagonista si sviluppino irrimediabilmente su binari completamente differenti. La costante che le lega è anzi opera puramente umana, è lo sfondo culturale e sociale in cui Matteo e la sua generazione stanno crescendo abbandonati, confusi e smarriti.

Sicuramente un esordio promettente quello di Aronadio, che si distingue soprattutto per la capacità di indagare la psicologia del personaggio in modo esauriente, senza paura di fare riferimento all’attualità italiana, dai fatti del G8 ai più recenti episodi di razzismo. La sua abilità consiste nel non esprimere l´ennesimo giudizio su questi temi, ma di sfiorarli appena per ricercare piuttosto delle chiavi di lettura capaci di interpretare la realtà che i giovani stanno vivendo. La sua attenzione si concentra sull’analisi del disagio generazionale e ne coglie gli aspetti più universali e psicologici, che possono rappresentare il vero punto di partenza per reagire alla situazione di stallo che viene descritta. Anche dal punto di vista della struttura narrativa, Aronadio fornisce una buona prova di padronanza dell´intreccio, riuscendo a tenerlo in pugno, nonostante le insidie rappresentate dai continui salti temporali e dall´alternarsi dei due racconti, con le relative similitudini e contrapposizioni.

Matteo Aniello

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H2Odio

Posted on 01 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

H2Odio-Alex Infascelli

Forse non è poi così banale come sembra, come lo hanno definito in molti alla sua uscita. Anche perché Alex Infascelli un esperimento con H2Odio l’ha pure vinto: primo film nella storia del cinema di genere uscito direttamente per il mercato delle edicole. E non solo, probabilmente.

Nel 2006 è stato, infatti, il primo film pensato e realizzato per un pubblico di cultori del genere ormai non più molto affezionato alla sala. E come ingredienti principali dentro c’è un po’ di tutto, a partire dalla collaudata tematica della follia umana. «Ho cercato di scandagliare l’anima femminile, il rapporto madre-figlia, la relazione tra amiche – ha dichiarato subito dopo l’uscita, il regista romano – Perché a differenza degli uomini che si confrontano con i traguardi, le donne hanno una rivalità che è nella stessa identità femminile». Intenti piuttosto complessi detti da un uomo, ma che Infascelli ha scelto comunque di rappresentare uscendo dagli ambienti malati a cui ha abituato il suo pubblico con Almost blue (2000) e Il siero della vanità (2004). Il malato va estirpato fin dalle radici. E infatti cinque amiche si ritrovano per un week-and di purificazione su un’isola deserta con lo scopo di portare avanti una sorta di terapia nutrizionale solamente a base di acqua.

Dopo un solo giorno di astinenza, alcune decidono di venir meno ai patti. Finché è l’acqua che comincia a mancare. E a seguire anche la ragione. Una di loro non ha mai smesso di osservarle… A parte l’aspetto rivoluzionario della distribuzione, è il cast di sole donne l’altra grande novità del film. Mentre l’atmosfera claustrofobica creata dall’isolamento, uno dei topos del cinema di genere anni Ottanta, torna a dominare la scena, aggiungendosi ad uno stile della narrazione e ad un modo di gestire la tensione che ricordano i primi Argento e De Palma, pur non riuscendo a riconfermarli fino in fondo. Poca paura a conti fatti, ma tanti buoni intenti, con musiche degli Harvestman un po’ ossessive, eppure decisamente azzeccate.

Il Dvd della Raro Video contiene un interessante booklet curato da Bruno Di Marino, il commento audio del regista, un backstage e diverse interviste ai realizzatori del film.

Giacomo Ioannisci

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La journée de la jupe (Med Film Festival 2009)

Posted on 20 novembre 2009 by Luca Biscontini

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Di nuovo il difficile tema della scuola nel cinema francese, dopo la recente vittoria al Festival di Cannes de  La classe di Laurent CantetLa journée de la jupe di Jean-Paul Lilienfeld vede, tra l’altro, il ritorno di una straordinaria attrice, Isabelle Adjani, protagonista di pellicole illustri girate da registi di culto (Truffaut, Herzog, Ivory, Techinè).

Sonia Bergerac (Isabelle Adjani) è una professoressa di francese in un liceo con ragazzi difficili. Anche lei ha diversi problemi personali: il marito l’ha lasciata da poco ed è a un passo da un crollo nervoso. Una mattina, durante uno dei soliti alterchi con gli indisciplinatissimi studenti, nota il passaggio di una borsa sospetta tra le mani di due ragazzi e tenta di requisirla per sondarne il contenuto, che si rivela essere una pistola. Questo è l’antefatto che disegna l’architettura della sceneggiatura, poiché Sonia, esasperata dalla maleducazione e dall’intolleranza dei suoi studenti, s’impossessa dell’arma e sequestra una buona parte della classe.

Comincia tutta la kermesse poliziesca, con gli uomini delle teste di cuoio che provano a negoziare con la tenace professoressa la quale, in realtà, cerca semplicemente di essere, per una volta, ascoltata dai suoi alunni. In Francia è sempre presente la questione razziale, vista la massiccia presenza di neri, musulmani, ebrei, cattolici e le relative difficoltà di convivenza. In questo senso si rivela assai attuale il film, giacché Sonia, nonostante le sue origini musulmane, non cesserà mai di professare la laicità della scuola pubblica o il diritto delle ragazze d’indossare la gonna nell’orario scolastico. Durante il sequestro, si assiste a notevoli colpi di scena (l’arma passa anche nelle mani di molti studenti) che sviluppano uno psico-dramma collettivo che non risparmia alcuno. Drammi personali, problemi sociali, culturali, etnici, religiosi, tanta è la materia affrontata in maniera originale da questo film.

L’epilogo è tragico e commovente e, chi scrive, non ha potuto trattenere un liberatorio applauso.

Luca Biscontini

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