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Over the rainbow

Posted on 19 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Archiviate le eterne discussioni sull’omosessualità, questione ormai ampiamente sdoganata, a parte i rigurgiti di qualche patetica fazione reazionaria, anacronistica e semi alfabetizzata, possiamo adesso volgere lo sguardo su un punto più complesso, quello dell’omogenitorialità.

Over the rainbow di Maria Martinelli e Simona Cocozza è un documentario in cui viene seguito, dall’inizio alla fine, l’itinerario percorso da Daniela e Marica, coppia omosessuale di Roma, per realizzare il proprio desiderio di genitorialità. Le normative italiane vigenti vietano sia l’adozione sia la fecondazione eterologa per le coppie omosessuali. Per tale ragione le due protagoniste intraprendono un viaggio in Danimarca, dove l’attuale legislazione permette, invece, la fecondazione eterologa, ed è probabilmente per questa opportunità offerta all’estero che oggi in Italia più di centomila tra bambini e bambine vivono questa dimensione familiare alternativa.

Cos’è che verrebbe a incrinarsi all’interno di una famiglia omosessuale? Tante sono le risposte che si leverebbero in difesa del modello classico, a cominciare dall’accusa di egoismo nei confronti di coloro che, incuranti del dovere di fornire al nascituro le ‘corrette’ figure di riferimento, manifestassero il desiderio di maternità o paternità. I fallimenti della famiglia ‘eterogenitoriale’ dovrebbero almeno lasciare uno spazio per valutare la possibilità di praticare ipotetiche varianti. Il modello patriarcale è decaduto da un pezzo e le differenze di genere si assottigliano sempre più, dimostrando come la crociata contro l’omogenitorialità abbia una matrice politica miope e, in ultima analisi, anche ingenua.

Partendo da una valutazione strutturale, e quindi cinica, ma realistica, non si può non comprendere che la faccenda è un falso problema, considerando che i rapporti di produzione capitalistici che governano le nostre società non si curano affatto dell’evoluzione psichica degli individui, purché questa non impedisca che gli stessi vengano assorbiti all’interno del processo di produzione, garantendo ciò che a tutti noi viene richiesto: la generazione infinita di profitto. Dato che etero, gay e lesbiche sono, nonostante le ‘differenze’, tutti gaiamente sussunti all’interno di tale schema, la questione si pone esclusivamente sotto un profilo ‘etico’ (cattolico). Anzi, visto l’aumento esponenziale dell’omosessualità, il capitale non potrà far altro, alla fine, che incentivare non tanto le adozioni, quanto proprio la fecondazione eterologa, per garantirsi nuova forza lavoro.

Uscendo dalla spietata lucidità della piattaforma critica marxista, da non seguire negli eccessi teleologici, ma sempre valida nelle sue premesse, il problema si presenta, come sopra si accennava, di natura etica. I cattolici lasciamoli stare, perché dio è morto, e forse nessuno glielo ha detto. Ci siamo liberati dalla iattura della trascendenza, e non è qui il caso di soffermarsi di nuovo sulla faccenda. In termini psicanalitici, lo scrivente, che possiede pochi rudimenti di tale disciplina, si limita a segnalare come il crollo totale del modello edipico costituisca proprio la condizione per tentare di percorrere altre strade. Senza compiere ‘l’attraversamento del fantasma’, come dice lo psicanalista lacaniano Slavoy Žižek, bensì soggiornando all’interno di una rottura immanente. Nessun evento è così traumatico da farci precipitare nel ‘deserto del reale’, c’è sempre una rete di protezione simbolica che attenua l’urto, magari lacerandosi, senza mai, però, distruggersi totalmente. Possiamo sottrarre, ma non annullare, neanche temporaneamente. Semmai sono le smagliature all’interno dell’ordine simbolico ciò a partire da cui una verità trova alloggio, predisponendo la produzione di un nuovo ordine. Si potrebbero versare fiumi d’inchiostro sull’argomento, ma non è questa la sede.

Il problema reale rimane più che altro connesso alle procedure della fecondazione eterologa e, nello specifico, alla possibilità di scegliere alcune caratteristiche del donatore da parte della richiedente. Un’altra questione determinante verte il rapporto che il bambino, una volta divenuto adulto, vorrà instaurare con lo stesso donatore (e non ‘il padre’, si badi bene). Ma su quest’ultimo punto solo una dettagliata letteratura psicanalitica potrà fornirci informazioni che oggi non siamo in grado di prevedere. E cos’è che possiamo certamente affermare sin da ora? Che due persone dello stesso sesso possano fornire tutto il loro amore, un amore grande, sconfinato, che supera le loro stesse capacità di comprensione, come Daniela e Marica a più riprese affermano. E come poterlo censurare questo amore, come negarlo? Certo, i più grandi mali sono sempre derivati dall’aver scambiato un simulacro per una verità, errore fatale che dev’essere scampato. Ma, anche se è difficile dirlo adesso, possiamo considerare un eccesso d’amore uno sbaglio?

Luca Biscontini

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Sotto il Celio Azzurro

Posted on 25 maggio 2010 by Salvatore Insana

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No, non si tratta di una favola, come se ne annuncia in sottotitolo, relegando il progetto a vacanza utopica, ma piuttosto di un riuscito esperimento di integrazione e di interazione. Tra generazioni, tra ruoli, tra colori della pelle, tra Paesi di provenienza, tra abitudini enogastronomiche e sociali. Con un comune denominatore, il far fronte unitario nei momenti di avversità, quando il presenta frana sotto i colpi del tempo o delle sciagurate decisioni di chi ci “rappresenta” politicamente. 

Girato nel corso di un anno scolastico del Celio Azzurro – la piccola scuola materna che dal 1990 (e, per merito dei tagli ministeriali, non si sa per quanto ancora) è un centro multiculturale per l’accoglienza di bambini stranieri in età prescolare – il film di Winspeare è un documentario che aiuta a ripensare il nostro essere (animali sociali) al mondo, cogliendo quell’emblematica comunità nascosta al centro di Roma senza mai fare un’intervista, ma piuttosto – come scrive lo stesso regista – <<assorbendo con la telecamera e con il cuore il carisma didattico dell’eterogeneo gruppo di maestri della scuola che, per insopprimibile missione, sviluppano la fantasia, la creatività, la capacità di relazionarsi con l’altro, di non aver paura della vita>>.

 Una comunità, quella del Celio Azzurro, senza classi né divisioni, che vive senza “costipazioni”, nell’entusiasmo della condivisione, fabbricando affetti che si sperano imperituri. Senza schermi (protettivi o mediali-virtuali), recuperando la manualità, la conoscenza e l’uso del corpo, all’interno di un luogo in fruttuoso dialogo con la natura (quella esterna e quella umana). In spazi aperti, fisici e mentali, dove nessuno è additato come diverso, e in cui piuttosto si respira, si coltiva un orto, si corre e si ride. Un luogo in cui ci si può raccontare, cementando la collettività attraverso il gioco, quell’espediente che permette di cambiare il punto di vista e invertire una nefasta rotta che le leggi dell’esclusione e della separazione stanno perpetrando su larga scala. 

Un film che prende posizione con coscienza e fermezza, facendo parlare una temporalità fatta di gesti quotidiani, di resistenza alle intemperie e di slanci emotivi, di confronti, scontri, di gestione ironica dei conflitti, offrendo un esempio in controtendenza rispetto alla creazione di nuovi ipocriti recinti identitari o a nuove invenzioni di etnie i cui contorni non possono essere modellati che dalle corporazioni al potere.  

Il Celio Azzurro è una gioiosa utopia sempre sull’orlo di crollare in amara malinconia. Quella dei bambini, meteore umane che da quel fenomeno confuso e balbettante che sono tra 3 e 5 anni – esempi irripetibili di infanzia non ancora macchiata e ferita dal mondo – non si sa cosa (non) diventeranno una volta “usciti fuori”. Quella dei maestri, autoproclamatisi “in estinzione come gli artigiani” (non casuale allora sembra il ricorso alla manualità). Quella del tempo che passa (Winspeare fa regredire progressivamente i maestri, con un montaggio di istantanee, a neonati in bianco e nero). E forse anche quella del cinema che, attraverso una pellicola, in altri tempi ha pensato e sognato di poter cambiare il corso delle cose.

Salvatore Insana

 

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Shadow

Posted on 15 maggio 2010 by Luca Biscontini

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David (Jake Muxworthy) e Angelina (Karina Testa) guardano impotenti la loro avventurosa vacanza in mountain bike trasformarsi in una caccia all’uomo, in cui ricopriranno il difficile ruolo della preda. Nel tentativo di sfuggire a due pericolosi cacciatori (Ottaviano Blitch e Chris Coppola), i due giovani si spingono inconsapevolmente in un territorio liminale, ovattato dalla nebbia e dominato dall’Ombra. Cacciatori e prede non saranno più così diversi, una volta messo piede in quel luogo.

Shadow, secondo film di Federico Zampaglione, dopo Nero Bifamiliare (2006), arriva nelle sale italiane il 14 maggio, come un blasonato eroe di guerra. Sulle sue spalle il peso delle numerose parole spese sul suo conto da riviste e magazine di cinema, e ben esposte sull’uniforme le medaglie di battaglie già vinte.

Oltre ad aver conquistato il premio Nocturno Nuove Visioni 2009, assegnato dalla rivista omonima, e le statuette come Best Screenplay e Best Horror Director al Fantasy Horror Awards 2010, è riuscito a sedurre le platee di importanti festival internazionali.

Ma la medaglia più scintillante è quella che battezza Shadow come augusto segnale della rinascita del cinema di genere (horror) italiano. La dichiarazione sarebbe, di per sé, futile, se non fosse che per Zampaglione, grande appassionato di cinema horror e fine conoscitore dei capisaldi della nostra industria di genere, quello di far rifiorire in patria una prolifica produzione thriller-horror è un impegno più che sentito.

Se con Nero Bifamiliare, il regista si trovò a dover attutire i toni cupi pensati per il suo esordio filmico, per la sua seconda esperienza dietro la macchina da presa Zampaglione non accetta compromessi.

Scritto a sei mani con il padre Domenico, e con Giacomo Censini, Shadow è un horror complesso: non un semplice slasher, non uno di quei torture porn tanto alla moda, e nemmeno un horror-politico o sociale alla Romero.

Il film riesce a mantenersi costantemente in bilico fra le tre cose: fermenta in atmosfere chiaramente ispirate a cult come Non aprite quella porta (Tob Hooper, 1974) e Un tranquillo weekend di paura (John Boorman, 1972), non a caso Zampaglione ha più volte dichiarato la sua profonda stima verso i lavori filmici di Rob Zombie…

Allo stesso tempo, però, Shadow riesce a cavalcare l’onda di attualissima tendenza del torture porn, nel cui sottofilone il film dovrebbe rientrare, se non intervenisse il lavoro di decostruzione che il regista compie all’interno del genere. Zampaglione architetta efferate torture, messe in atto dal più convincente dei villain degli ultimi anni, l’androgino Mortis, impersonato magistralmente da Nuot Arquint: l’Ombra.

Ma oltre ai poveri malcapitati, sono le stesse scene di tortura ad essere sezionate dal regista e a rimanere monche. A scomparire è l’atto mostrato con crudezza e per intero. Quello che rimane è pura suspense, paura più che ribrezzo: il sapere cosciente che stia succedendo qualcosa di terribile e violento, che ci viene appositamente nascosto (messo in Ombra), per poi metterci di fronte al fatto compiuto.

I riferimenti politico-sociali non vanno cercati in seconda lettura, ma ci vengono sbattuti contro, violentemente, come scene gore. L’ombra della guerra in Iraq si fonde con l’Ombra aliena chiamata Mortis, che abita la nebbia notturna dei paesaggi meravigliosamente fotografati.

Unico neo resta il finale, che se per certi versi affascina, ingannandoci in un macabro gioco da matrioska, arriva però troppo velocemente, e con una troppo riconoscibile citazione.

Anche se risulta puerile parlare di rinascita del genere horror italiano, intorno a cui le nostre case di produzione sembra abbiano eretto un muro di silenzio, si può realisticamente pensare che Shadow possegga tutte le carte in regola (ottima fotografia, attori tutti convincenti, buon ritmo e scelte registiche azzeccate) per essere la scintilla scatenante dell’incendio che potrebbe riportare in auge un vivissimo, ma invisibile, mondo di produzioni horror made in Italy, finora obbligate a rimanere underground.

Luca Ruocco

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Prinzessin (Tekfestival 2010)

Posted on 11 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Prinzessin, primo lungometraggio di finzione per la regista tedesca Birgit Grosskopf, 34 anni e quattro cortometraggi alle spalle, presentato al Tekfestival 2010 per la sezione “ Cinema delle donne”.

Tra Natale e Capodanno in un anonimo sobborgo della Germania occidentale, la diciottenne russa Katharina passa le sue vuote giornate con Yvonne, in procinto di andare in prigione, e altre due ragazze di una gang. Spaesate e inquiete vagano per strade desolate, motel di quarta categoria, discount e blocchi di appartamenti. Definirle “principesse” è tragicamente ironico mentre le si osserva spente, come la grigia fotografia, con whysky and cigarettes, linguaggio sguaiato ed eventuali pestaggi per chi, disgraziato, capita sulla loro via. Alla ricerca di cosa ma-non-si-sa-cosa, forse un eden dietro il cemento, soffrono la presenza dell’autorità e la disperazione di un contesto troppo pulito e monotono (in apparenza) circondato da famiglie non completamente a brandelli.

La Grosskopf dice di essersi ispirata “alle gang di ragazze dei ghetti americani che oggi si trovano anche in Europa”, nei sobborghi umani e urbani, aggiungeremo noi. Uno stile tagliente e duro come i calci che le protagoniste sferrano ad una giovane turca (non si dimenticano neppure i latenti conflitti fra diverse emigrazioni), senza paternalismi. La regista tedesca si sofferma sulla perdita dell’innocenza, sulle amicizie disperate come unica salvezza, e sui sogni di chi va in Afghanistan, che “almeno vede il mondo”.

Noi bambine non abbiamo scelta.

Natasha Ceci

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The yes men fix the world (Tekfestival 2010)

Posted on 07 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Andy Bichlbaum e Mike Bonanno sono gli “Yes men”, due geniali guitti che da anni portano avanti una battaglia, a suon di beffe, contro gli abusi e i profitti illeciti delle multinazionali statunitensi.

Presentato nella sezione ‘Eventi Speciali’ del Tekfestival 2010, The yes men fix the world è un divertentissimo e, al tempo stesso, inquietante documentario, in cui assistiamo alle spassose gesta di due super attivisti che, per condurre la loro crociata contro il liberismo selvaggio, hanno escogitato una strategia originalissima: travestendosi da capitani d’industria, e creando falsi siti web di importantissime corporation, Andy e Mike si sono infiltrati nelle fortezze dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di Exxon, Mobil, Dow Chemical, Mc Donalds e Halliburton,  contrabbandando storie su cosa accade dietro le quinte del mondo degli affari.

Si comincia con la Dow Chemical, per denunciare il disastro ecologico causato a Bhopal, in India, dove cinquemila persone hanno perso la vita, e altre migliaia hanno subito danni permanenti alla salute. Dopo aver creato un falso sito, ed essere stato contattato niente meno che dalla BBC per un’intervista, Andy si spaccia per amministratore delegato della nota casa di prodotti chimici e annuncia in diretta mondiale, davanti a trecento milioni di telespettatori, l’intenzione di destinare dodici miliardi di dollari per il risarcimento delle vittime in India. Subito dopo la comunicazione, la Dow subisce una flessione in borsa di tre punti.

Si continua con i disastrosi effetti dell’uragano Katrina a New Orleans, dove la ricostruzione è stata completamente affidata all’iniziativa privata che, fino ad oggi, non ha fatto alcunché di consistente per ridare alloggi e speranze alle persone. Gli “Yes men”, stavolta, volendo denunciare l’inerzia del governo, si presentano in veste di funzionari di stato, proclamando in una conferenza la decisone di non voler abbattere le case popolari rimaste in piedi dopo l’urugano, dato che, in precedenza, ne era stato prevista la demolizione, per agevolare i guadagni di disinvolti speculatori edili.

Per finire, un tocco di poesia: Andy e Mike, avvalendosi dell’aiuto di un folto gruppo di sostenitori, pubblicano, in centomila copie, una versione alternativa del ‘New York Times’, in cui si annuncia il ritiro delle truppe dall’Iraq e l’intenzione del governo di investire una cospicua somma nello sviluppo delle energie alternative. Le persone cui viene distribuito il giornale leggono incredule.

La fine della guerra e una politica finalmente ambientalista: un sogno davvero.

Aspettiamo le nuove gesta degli ‘Yes men” che, siamo sicuri, non tarderanno a ripresentarsi, e all’esanime alfiere dell’ordine imperiale (USA) consigliamo di dotarsi di un’abbondante dose di buon senso.

Luca Biscontini

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Piombo fuso (Torino Film Festival)

Posted on 22 novembre 2009 by V

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Striscia di Gaza, 6 gennaio 2009: un razzo israeliano colpisce una scuola Onu adibita a rifugio per civili, facendo 40 morti e 50 feriti. È l’operazione “Piombo fuso”, che dal 27 dicembre 2008 le forze armate israeliane conducono a Gaza, con l’intento di “colpire duramente l’amministrazione di Hamas”.

Lo stesso giorno in cui Tsahal bombarda l’Onu, Stefano Savona (1969) riesce ad entrare nella Striscia – fino ad allora off limits per tutti – con la sua piccola telecamera. E incontra, tra le macerie, bambini che sembrano anziani, donne in lacrime, predicatori e padri di famiglia: tutto con sullo sfondo bracieri e lampadari, muri portanti e divani lacerati, galline, pecore e tanto cielo. Lo stesso nel quale i militanti di Hamas credono di accompagnare i “martiri” caduti per mano israeliana, lo stesso che i soldati dell’esercito di Tel Aviv pensano accompagni ogni loro bombardamento. Il cielo e la guerra.

Savona è un filmaker esperto, puntiglioso. A volte troppo. Indugia spesso su immagini quasi fisse, su deserti di macerie che rendono bene l’idea anche se inquadrate per poco. Meglio quando il viaggio attraverso i palazzi distrutti ha come guida un piccolo palestinese, che mostra al regista le abitazioni distrutte come se fossero le attrazioni cittadine. La guerra in Palestina si chiama vita quotidiana: Savona riprende abilmente la disperazione fredda di una famiglia che piange il figlio dodicenne mentre un medico fa i calcoli tra morti, feriti e “quasi-morti”. Un abisso dove la violenza ideologica mette salde radici, durevoli.

Gaetano Veninata

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Tetsuo. The Bullet Man

Posted on 16 novembre 2009 by V

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La vita di una normale famiglia di Tokyo viene sconvolta dall’assassinio del figlio Tom. Per tempo Yuriko era stata tormentata da brutti sogni che Anthony, tuttavia, sembrava non capire.

L’assassinio del bambino dà ragione al tremendo presagio di Yuriko e rappresenta l’inizio di un idillio musicale e visivo cyberpunk. L’esplosione incontrollata di una nemesi feroce in Anthony lo porta a liberare dalla sua profonda intimità un essere di metallo, macchina distruttrice e ingovernabile, diretta contro l’assassino del figlio.

Con la terza tappa della trilogia, Tsukamoto affronta la sinergia cyberpunk artificiale dell’umano con la macchina/proiettile, dove amore e vendetta si alternano a governare le pulsioni metalliche di Tetsuo. Ma Tetsuo è anche un androide imperfetto: supera i limiti fisici dell’umano, ma si scontra con la difficoltà di controllare gli eccessi della mente e del cuore, sublimando la vendetta per ribellione e amore.

Rita Andreetti

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Civico 0

Posted on 16 novembre 2009 by V

Circondati da numeri e date, siamo codici di riconoscimento al servizio della notorietà. Francesco Maselli, ispiratosi al romanzo di Federico Bonadonna I”l nome del barbone”, con sguardo neorealista documenta attraverso l’abbinamento di suoni e immagini – primi piani e silenzi – il vuoto del mondo. Tre storie di vita, due donne e un uomo tendenzialmente diversi sebbene legati dagli eventi di un male comune: il vagabondaggio non è uno stile, né una scelta. Attraverso la schiettezza del documentario, filtrato a sua volta dall’enfasi del taglio cinematografico, Massimo Ranieri, Ornella Muti e Letizia Sedrick rappresentano su centinaia di storie, una piccola fetta di dolore. Le voci dei protagonisti “reali”, evitando eccessivi pietismi, ci prendono per mano portandoci laddove tutto sembra non avere confini. Gli attori si limitano così a prestare, con mirabile apprensione, le tragedie di un gruppo di “avventurieri” le cui colpe sono direttamente proporzionali all’indifferenza della popolazione voyerista, che osserva senza far nulla. Nei loro drammi si percepisce la forza della speranza, l’abbattimento di un muro quale l’indifferenza fin troppo spesso eretto a protezione da chi teme il confronto. Per questa ragione Civico 0 è un ottimo prodotto: una pellicola di accusa, che filma con trasparenza una sottocultura sociale invisibile alla massa. Grazie alle musiche turbate di Angelo Talocci, le immagini acquistano carattere, scavando fino a toccare la consapevolezza dello spettatore, il quale codifica nuovi e sinceri messaggi di ribalta. Un docufilm necessario, per capire…

Vito Sugameli

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