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Asian Film Festival: Everlasting Regret, lo sguardo della bellissima Qiyao attraversa 34 anni di storia cinese.

Posted on 14 luglio 2010 by Luca Biscontini

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L’Asian Film Festival sceglie l’ambizioso e stilisticamente perfetto Everlasting regret per inaugurare la ricca retrospettiva dedicata al maestro asiatico Stanley Kwan. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Wang Anyi del 1996, Everlasting regret è stato presentato in concorso al Festival di Venezia 2005, segnando per Kwan un momento di importanti riconoscimenti di critica e di pubblico.

Dopo aver raggiunto i circuiti internazionali con Rouge nel 1987, l’insistente e quasi ossessiva esplorazione femminile di Women del 1985, Love unto waste del 1986, Full moon in New York del 1989 e Actress del 1992, Kwan procede a un’inversione di rotta nel ‘96 con l’outing confluito pubblicamente nel documentario Yang ± Yin: Gender in Chinese Cinema. L’anno successivo, con Hold you tight, il cineasta raggiunge l’apice della propria espressione poetica tradotta in forti visioni cinematografiche, ponendo al centro dell’indagine l’intima questione omosessuale dove la donna funge solo da innesco. Con Everlasting regret il regista hongkonghese consegna al pubblico un capolavoro sublime, una scrittura visiva matura e impeccabile, frutto di una poetica sottile e già abbondantemente esplorata nei precedenti lavori, purtroppo sconosciuti ai più.

Sullo sfondo di una Shanghai che dal 1947 al 1981 ha visto l’avvicendarsi di periodi ora fastosi ora faticosi si muove la bellissima Wang Qiayo (interpretata dalla eccellente diva hongkonghese Sammi Cheng), una studentessa abituata al lusso e alla mondanità di Miss Shanghai costretta, poi, a vivere in condizioni dimesse gli anni difficili dell’avvento di Mao. Il fotografo che individua la singolare bellezza di Qiayo, portandola alla ribalta, è l’unico vero amore della donna, nonché narratore della storia, l’unico eterno rimpianto di una vita costellata di abbandoni.

Attraverso il piccolo vissuto di una donna straordinaria, Kwan riesce a restituirci con elegante discrezione i fatti storici di un Paese. La Cina e la sua storia di lacerazioni, la contrapposizione tra Shanghai e Hong Kong, tra controllo comunista e dominio capitalista, sono presenze costantemente rimesse al ‘fuori campo’ della narrazione filmica e, pur non entrando mai troppo esplicitamente nello schermo, invadono prepotentemente la vita di Qiayo, finendo per condizionarne gli eventi. Martire della Storia, la donna viene ferita e abbandonata dai suoi amori sempre in fuga, mentre lei resta nella sua città, Shanghai, scenario delle repentine trasformazioni sociali in atto. Se Hong Kong è il punto d’arrivo delle persone care a Qiayo, rifugio sicuro e simbolo del futuro, Shanghai diventa il luogo del passato e della memoria, una trappola dove si consuma un dramma personale. Pubblico e privato sono strettamente interconnessi in un rapporto dove le piccole storie soccombono alla Storia, lasciata all’intuizione dello spettatore da una macchina presa troppo interessata a seguire i corpi offesi dalle percosse del tempo. Le figure che orbitano attorno alla dannata Qiayo, senza mai fondersi completamente con lei, scompaiono con garbo, liquidate da un didascalico e telegrafico epitaffio. L’unica eccezione è il fotografo, amico “di vecchia data ma non stretto”, da sempre vicino a Qiayo nell’incapacità di vivere a briglie sciolte il loro amore. Lo scrutare della macchina da presa cattura lo scorrere del tempo anche attraverso le emblematiche mutazioni di scena, efficacemente rese dalle meticolose ambientazioni di William Chang, enfatizzando le linee evolutive del commovente Everlasting regret.

Inevitabilmente paragonato all’acclamato connazionale e poeta visivo Wong Kar-Wai (autore dei raffinati In the mood for love e 2046, curati scenograficamente da William Chang), Kwan è stato ingiustamente sottovalutato o considerato ‘manierista’, benché abbia dato prova nel tempo di grandi doti immaginifiche e di rese visive prive di lacune. Everlasting regret rende omaggio al tradizionale melodramma, caricandolo di nuova luce e di atmosfere rarefatte (a tal riguardo, la fotografia di Huang Liang è impareggiabile), scavando, con inquadrature stilizzate, un solco nostalgico nello splendido viaggio attraverso il recondito regno dei sentimenti.

Francesca Vantaggiato

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Io, loro e Lara

Posted on 12 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Io, loro e Lara, film corale firmato da uno dei comici italiani feticcio – Carlo Verdone – , segna un passo definitivo verso la consacrazione di commediografo nella carriera trentennale del regista e attore romano. Nata con l’intenzione di raccontare la storia di “un uomo perbene” – commenta il cineasta – la pellicola ha come snodo principale la crisi spirituale di un prete missionario in Africa: Don Carlo Mascolo, interpretato da un Verdone che questa volta, a differenza che in passato, va a esplorare nel personaggio le corde di una religiosità vera, sentita, e non caricaturale e grottesca come in Un sacco bello. I dubbi sulla fede e le difficoltà di una missione piena di ostacoli da superare spingono Don Carlo a consultare i suoi superiori, che gli consiglieranno una pausa laica per ritrovare se stesso.

Tornato a Roma, il missionario si rincontra con una famiglia allo sbando che non riconosce più, presa dai problemi quotidiani e del tutto sorda al bisogno di ascolto di Don Carlo, che anzi – di fronte a un panorama deprimente – comincerà a sentire la mancanza della sua Africa: il padre vedovo (Sergio Fiorentini), che non vede da dieci anni, ha sposato la badante moldava invisa alla famiglia e con lei sta vivendo una nuova vita, la sorella Beatrice (Anna Bonaiuto), psicanalista, alle prese con una figlia “emo” di cui sospetta la possibile omosessualità, e il fratello Luigi (uno strepitoso Marco Giallini), consulente finanziario inaffidabile e cocainomane. Ma il vero occhio del ciclone nel vortice di una famiglia nel caos è la figlia della nuova moglie del padre, Lara (la bella Laura Chiatti), ragazza enigmatica dalle mille sfaccettature che Carlo e i suoi fratelli stentano a capire e che temono voglia accaparrarsi l’appartamento di famiglia. Spinto dal suo slancio verso il prossimo, Don Carlo ignorerà la richiesta di Luigi e Beatrice di spiare la ragazza per incastrarla in tribunale, ma – senza volerlo – colpito e turbato dal fascino di Lara, sarà trascinato nella sua vita sfrenata e scoprirà il segreto che la costringe a una doppia vita.

In “Io, loro e Lara”, la superproduzione da 650 copie della Warner Bros dedicata al padre Mario, Verdone garantisce al suo pubblico picchi di risate a crepapelle, creando però uno spartiacque rispetto al passato: qui è presente il messaggio non falsamente morale e sincero di un religioso rappresentato come persona ‘normale’, lontano dalla logiche di potere della Chiesa, vicino alla gente e ai suoi problemi, disposto al sacrificio per aiutare gli altri. Piace vedere questo Carlo Verdone che non cessa di analizzare i tipi sociali sempre restando al passo con i tempi, ma con maturità e comicità rinnovate e mai banali.

Ilaria Mariotti

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La montagna sacra

Posted on 15 settembre 2009 by Luca Biscontini

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Una sarabanda di colori sfavillanti, forme perturbanti, corpi scomposti e oltraggiati, scorre fulminea sullo schermo, incenerendo lo sguardo dello spettatore, irrimediabilmente frastornato dalla parata barocca messa in scena da Alejandro Jodorowsky. La montagna sacra (1973) non concede pause, se ne infischia della correttezza estetica e politica, sottopone le forme a torsioni estenuanti per poi, con auto-ironia liberatoria, prendersi gioco di sé.

Questa favoletta oscena, narrata da uno sciamano guitto e guascone, è introdotta dalla sequenza rigorosa del rituale, prassi particolarmente cara al regista cileno, sempre teso a disporre le figure in un afflato di armonia geometrica. Il tenue verde acquamarina delle prime inquadrature inonda l’occhio, preparandolo all’imminente girandola di luci, mentre il Cristo jodoroswskyano sradica agevolmente i fiori che lo inchiodavano alla croce dell’io. “ Non voglio più essere io” diceva Gozzano, e Jodorowsky, sedotto oltre misura dal motto poetico, conduce per mano i rappresentanti più rilevanti della decadenza borghese fino ai confini del nulla, tappa necessaria per sbarazzarsi di sé. L’io riottoso e colonizzatore cede il passo ad un altro io, il “Grande Io”, ove la vanità dell’identità si dissolve in una soggettività che accoglie l’irruzione dell’altro. L’immortalità, specchietto per allodole gaiamente agitato dallo sciamano, è una burla, e quindi non resta che riderne, rinunciando definitivamente alla paccottiglia escatologica.

Con riferimento alla dimensione temporale, il cammino mostrato da Jodorowsky pare il precedente esoterico del Falso movimento di Wenders, ed è sorprendente notare come radici culturali così diverse possano produrre opere che, in qualche modo, risuonano. Certo, spesso l’eccesso di visionarietà dell’autore cileno rischia di mettere a repentaglio la solidità dell’impianto narrativo, ma è un pericolo che vale la pena correre, considerando il valore estetico raggiunto in alcune sequenze. Jean-Luc Godard fece più volte notare come poche migliaia di fotogrammi riescono, di solito, a giustificare lo sviluppo di chilometri di pellicola.

Jodorowsky si consuma nel dare un corpo all’immagine, sfinendola (e sfinendosi) fino a trascendere in un’indagine fisiologica da obitorio. È un corpo donato, oltraggiato, rinnegato e, infine, riacquisito. Passione della carne.

In ultimo, anche se non condotta su una piattaforma critica marxista, la crociata messa in scena per smascherare impudicamente il teatrino degli orrori borghesi è sempre ben accetta (repetita iuvant).

Certa critica cinematografica si è sbarazzata assai velocemente di Jodorowsky e Arrabal (altro illustre rappresentante del movimento Panico), liquidandoli come maldestri prosecutori dell’opera del maestro Luis Bunuel. Se è vero che nessuno dei due può confrontarsi con l’acutezza e la raffinatezza espressiva del padre del surrealismo, è però oltre modo riduttivo rinunciare a prendere in considerazione l’atipicità di un cinema che, considerata la quiescenza e il piattume contemporaneo, non solo è da salvare, ma da promuovere intensamente.

Luca Biscontini

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