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Poliziotti fuori

Posted on 21 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Esiste un modo giusto di fare il poliziotto e uno sbagliato. Poi ci siete voi”. E’ con questa battuta, prima fra tante, che si descrive nell’ultimo film del regista ed attore Kevin Smith quello stravagante modus operandi dell’essere poliziotto. Jimmy Monroe (Bruce Willis) e Paul Hodges(Tracy Morgan) rappresentano la coppia di poliziotti più originale di New York.

Jimmy è separato da molti anni ed è preoccupato di non riuscire a pagare il matrimonio di sua figlia. Paul invece è spesso distratto dal proprio lavoro perché ossessionato dall’idea che la moglie possa avere un amante. Durante una delicata missione in cui devono arrestare una banda di narcotrafficanti messicani, i due mandano l’intera operazione all’aria per la distrazione. Nonostante la sospensione dal servizio, la coppia continua a lavorare contro il crimine, riuscendo alla fine a dimostrare di saper fare il proprio lavoro e a gestire i problemi familiari.

“Il punto forte del film” dice il regista “è stato quello di far interagire i due personaggi. Il film si basa proprio su questo, con in più tanta azione, molta più di quanta io ne abbia mai realizzata”.

Dopo il successo strepitoso ottenuto con il film d’esordio, Clerks- Commessi (1994), Kevin Smith, per la prima volta partendo da una sceneggiatura scritta da altri, costruisce Poliziotti fuori principalmente sull’interpretazione attoriale, puntando decisamente sul dialogo veloce e brillante affidato non solo ai due attori protagonisti, ma anche agli altri interpreti, Adrian Brody e Kevin Pollack.

Stemperando il granitico ruolo da duro, l’interpretazione di Bruce Willis ricorda certe situazioni comiche di FBI. Protezione testimoni (2000) e riesce a bilanciare, in più di un’occasione, l’eccessiva verve demenziale che emerge dal ruolo interpretato da Tracy Morgan.

Entusiasta della sceneggiatura, Kevin Smith si dedica ad una regia divertente e leggera, descrivendo il lato comico del genere poliziesco. Per mettere in luce l’aspetto stravagante e caricaturale del genere, il regista sceglie due attori opposti e, al tempo stesso, capaci di esprimere le caratteristiche adeguate per la perfetta riuscita di un’action comedy.

Costruendo i due personaggi sulle figure di Gianni e Pinotto – i personaggi resi famosi nei film anni ‘40 dei registi Bud Abbott e Lou Costello – Kevin Smith, nell’ultimo film Poliziotti fuori, riesce ad esprimere, attraverso la prorompente comicità ed azione, l’alchimia instauratasi sin dall’inizio fra i due attori.

Martina Bonichi

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Final Destination 3D

Posted on 19 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Giunta al quarto capitolo di un filone che ha saputo sfruttare un intelligente spunto di partenza, la saga di Final Destination si rinnova col 3D senza modificare di una virgola struttura e narrazione, nonostante l’alternanza alla regia dei vari film fra James Wong e David R. Ellis. Quest’ultimo sequel diretto da Ellis, riprende pari pari il percorso già tracciato dal capostipite, con una sequenza iniziale di impatto — un disastro sportivo durante una corsa di macchine — che il protagonista Nick (Bobby Campo) ‘prevede’, salvando quindi da morte certa i suoi amici e alcuni spettatori. Successivamente, abbiamo la consueta sequela di uccisioni accidentali, nelle quali in realtà la Morte ha messo lo zampino per ripristinare il corso degli eventi alterato dal ragazzo. E in ultimo, con qualche ritardo, la resa dei conti finale a mozzare in gola i festeggiamenti per lo scampato pericolo.

Proprio come nel primo film, la parte iniziale rappresenta il piatto forte di questo innocente popcorn movie d’altri tempi, che non perde tempo in riflessioni complicate sul destino dell’umanità o sull’inesorabilità della sorte, e si limita a imbastire complicati meccanismi splatter per sbarazzarsi uno a uno dei sopravvissuti al disastro di partenza. L’unica volta in cui la sceneggiatura si sofferma troppo a lungo sul vissuto precedente di uno dei personaggi principali — che rievoca commosso un tragico episodio del suo passato — si avverte palesemente una breve stonatura, che rientra non appena il pallino torna in mano alle sequenze d’azione. In fondo chiunque abbia visto almeno uno dei precedenti Final Destination è perfettamente al corrente delle dinamiche narrative e delle regole del gioco. A patto però che non si diventi troppo ripetitivi: e il rischio è sapientemente evitato riducendo all’osso il minutaggio della pellicola, cosicché dopo un’ora e venti tutto è felicemente concluso.

Naturalmente alla fine non resta nulla. Il primo film della quadrilogia, datato 2000, aveva saputo stupire e soprattutto spaventare, quantomeno nella prima, agghiacciante esperienza dello scampato incidente aereo. L’intreccio poi svoltava verso un teen movie ben girato con sequenze horror, senza eccessivo sbilanciamento verso il sanguinolento. La pellicola di Ellis si accontenta di architettare esplosioni e macellare corpi umani con una leggerezza che strappa sorrisi e qualche smorfia di disgusto, ma non fa mai trattenere il fiato. Sfrutta in maniera egregia l’effetto 3D, finalmente integrato alla messa in scena, ma disegna personaggi insignificanti e vagamente antipatici — il che è forse propedeutico alla gioia che scaturisce nel vederli morire. Insomma, un film di cui si poteva largamente fare a meno, ma che se si è amanti del genere, spogli da troppe pretese, non ci si pentirà di essere andati a vedere.

Gianluca Wayne Palazzo

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Scontro tra titani

Posted on 17 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Prima Danny the dog (2005), dramma d’azione interpretato da Jet Li e Bob Hoskins, poi Transporter: Extreme (2005), coinvolgente sequel dell’action-movie The transporter (2002) di Corey Yuen, del quale pare sia anche stato co-regista.

Classe 1973, il francese Louis Leterrier, dopo aver dato nel 2008 un apprezzabile seguito (L’incredibile Hulk) al poco riuscito Hulk (2003) di Ang Lee, torna dietro la macchina da presa per porre il Sam Worthington di Avatar (2009) nei panni di Perseo che, figlio di Zeus alias Liam Neeson e allevato dal comune mortale Spyros, con le fattezze di Pete”Amistad”Postlethwaite, si mette a capo di una missione volta a sconfiggere il malvagio dio dell’oltretomba Ade, interpretato da Ralph Fiennes, prima che s’impadronisca del potere del dio degli dei per scatenare l’inferno sulla Terra.

Tra battaglie contro demoni e spaventose belve, quindi, a tornare alla memoria sono soprattutto le ambientazioni e la messa in scena della trilogia de Il Signore degli Anelli, anche se, con ogni probabilità, il cineasta neozelandese Peter Jackson, dichiarato fan del grande effettista Ray Harryhausen, per trasporre l’opera di Tolkien già s’ispirò allo Scontro di titani (1981) di Desmond Davis, di cui questo Scontro tra titani è il rifacimento in tre dimensioni.

Rifacimento piuttosto fedele a quella pellicola senza infamia e senza lode che vide nel cast Laurence Olivier, Ursula Andress e Burgess Meredith, di cui rilegge a dovere soprattutto le spettacolari sequenze con la pietrificante Medusa e quelle con gli scorpioni giganti.

Paradossalmente, però, individuando il film di Davis tutto il suo fascino nelle animazioni in stop-motion ad opera del citato Harryhausen, le quali rimandavano in maniera nostalgica ai suoi precedenti lavori realizzati per Gli Argonauti (1963) di Don Chaffey e per il ciclone di Sinbad, sfugge l’utilità di una rilettura d’inizio XXI secolo puntante, al contrario, sulle moderne tecnologie a base di massicce dosi di digitale.

Con un Neeson piuttosto ridicolo e la scelta della visione in 3-D che sembra abbastanza forzata, quindi, la risultante sono 104 minuti sì guardabili e ricchi d’azione, ma forse i meno riusciti della filmografia di Leterrier.

Francesco Lomuscio

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Invictus

Posted on 17 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Altro sport, altro capolavoro. Il cinema di Clint Eastwood pare non avere limiti in quanto a profondità emotiva. Bastano pochi elementi e il gioco è fatto. Anche perché il genere è solo un pretesto. La poesia, tra SergioLeone e John Ford, per citarne qualcuno, fa il resto. Con Invictus, però, Eastwood torna nel già esplorato mondo sportivo (dopo Million dollar baby sulla boxe realizzato nel 2004), a cui aggiunge un altro filone da sempre molto amato: il biopic (Bird del 1988 n’è un esempio).

La storia è ambientata in Sud Africa. Subito dopo essere stato eletto presidente, Nelson Mandela (Morgan Freeman), deve trovare un modo per riunire la popolazione del suo paese letteralmente spaccata in due, bianchi e neri. Nonostante l’apartheid sia stato ufficialmente sconfitto, si manifestavano ancora molte forme di razzismo. Mandela, quindi, per riunire il paese approfitta della Coppa del Mondo di rugby del 1995. Infatti, proprio quell’anno agli Springboks (il soprannome della nazionale sudafricana di rugby) è permesso di partecipare a eventi internazionali. Mandela voleva che il Sud Africa vincesse il mondiale, sperando che questo evento di grande importanza potesse in qualche modo riunire il paese. Purtroppo gli Springboks erano reduci da numerose sconfitte. Secondo alcuni addetti ai lavori, non avrebbero potuto superare neppure i quarti di finale. Mandela però non si arrese e convocò il biondissimo capitano della squadra Francois Pienaar (Matt Damon) per informarlo di cosa aveva bisogno l’intero Sud Africa. I due unirono le forze per la pacificazione del loro Paese. Per l’occasione vennero addirittura coniati slogan quali “The rainbow nation” e “Una squadra, un Paese”. Il resto è già storia. «ll rugby non è un fattore politico… è umano!», parola di Morgan Freeman.

Invictus (in latino invitto, mai sconfitto) è il secondo film dedicato a Nelson Mandela dopo Il colore della libertà (2007) di Bille August, che però ne racconta il rapporto con James Gregory, il secondino che lo seguì durante il periodo di prigionia (autore anche del libro da cui è tratto il film). Invictus, invece, è legato a un preciso momento storico, la Coppa del Mondo di rugby del 1995 in Sud Africa, paese la cui partecipazione a partire dagli anni Ottanta era stata proibita a causa dell’apartheid.

Nello specifico si tratta di un adattamento, fortemente voluto da Morgan Freeman, del romanzo di John Carlin “Playing the enemy: Nelson Mandela and the game that made a nation” (in Italia pubblicato con il titolo “Ama il tuo nemico”), anche se il titolo Invictus, “L’invincibile”, (inizialmente il film doveva intitolarsi “The human factor”) fa riferimento ad un poemetto di William Ernest Henley del 1875 molto amato da Mandela nel periodo di detenzione. Non è un caso, infatti, che sono i versi del poeta ad accompagnare la grande impresa di unità di un popolo diviso. Unità che si compie su un campo di rugby, perché anche lo sport ha la forza di cambiare il mondo. «Non importa quando sia stretta la porta, quanto piena di castighi la pergamena. Io sono il padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima».

Giacomo Ioannisci

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Appuntamento con l’amore

Posted on 07 marzo 2010 by Luca Biscontini

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E’ vero che l’amore è la cosa più sconvolgente del pianeta?

Prova a risponderci il regista Garry Marshall con questo Valentine’s day (come s’intitola in patria il film) che, dopo Pretty woman (1990) – citato anche nei titoli di coda – e Se scappi ti sposo (1999), lo vede per la terza volta alla direzione di Julia Roberts.

Infatti, all’interno dell’intreccio di storie che, ambientate a Los Angeles nel giorno della festa degli innamorati, costituiscono la sceneggiatura di Katherine Fugate (Un principe tutto mio), la vincitrice del premio Oscar per Erin Brockovich-Forte come la verità (2000) veste i panni di una donna in viaggio in aereo che finisce per fare conoscenza con Bradley Cooper (Una notte da leoni), passeggero seduto accanto a lei.

A terra, invece, abbiamo Emma Roberts (Aquamarine), nipote proprio dell’attrice, che sembra essere prossima alla perdita della verginità con il ragazzo, Carter Jenkins (Alieni in soffitta), Topher Grace (Spider-man 3) innamorato di Anne Hathaway (Alice in wonderland) senza immaginare che svolga l’attività d’intrattenitrice erotica al telefono, il giornalista televisivo Jamie Foxx (Miami Vice) che pare destinato a incrociare la propria giornata lavorativa con quella dell’eterna single Jessica Biel (Non aprite quella porta), addetta stampa dell’atleta Eric Dane (X-Men: Conflitto finale) e, soprattutto, il fioraio Ashton Kutcher (Notte brava a Las Vegas), conteso tra l’amore per la fidanzata Jessica Alba (I Fantastici 4) e la profonda amicizia con la maestra Jennifer Garner (30 anni in un secondo), fiduciosa nei confronti di un Patrick Dempsey (Come d’incanto) che non la merita affatto.

E’ quindi il cast all star, comprendente anche le veterane Shirley MacLaine (Voglia di tenerezza), Kathy Bates (Misery non deve morire) e Queen Latifah (Chicago), a rappresentare il maggiore punto di forza dell’operazione, appositamente costruita per sfruttare la romantica atmosfera del 14 febbraio (anche se in Italia è giunta un mese dopo).

Un’operazione che, tra colorata flora e frasario da cioccolatini, offre non poche occasioni per sprofondare in sane risate, risultando caratterizzata da un ritmo narrativo nel complesso discreto, anche se in parte penalizzato dall’eccessiva durata (siamo sulle due ore circa) e dalle forse troppe vicende tirate in ballo (alcune, come quella che vede protagonista il Taylor Lautner di New moon, vengono appena abbozzate).

Ciò che ne viene fuori è un leggero prodotto che si lascia tranquillamente guardare, ma che ci spinge subito a pensare che l’impresa di scaldare il cuore con simpatia attraverso una commedia corale sia riuscita decisamente meglio ad altri registi.

E ricordiamo solo il nostro Fausto Brizzi di Ex (2009) e il Ken Kwapis de La verità è che non gli piaci abbastanza (2009), scritto proprio dagli stessi Abby Kohn e Marc Silverstein qui autori del soggetto insieme alla già citata sceneggiatrice.

Francesco Lomuscio

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Dante 01

Posted on 09 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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In una prigione futuristica situata nello spazio, un gruppo di scienziati conduce esperimenti su detenuti di massima pericolosità. La vita della stazione è garantito dal solo isolamento tra i due gruppi. L’equilibrio viene messo a dura prova dall’arrivo di un nuovo detenuto, di cui non se ne conosce la provenienza, chiamato col nome fittizio di San Giorgio, che sembra avere dei poteri soprannaturali. Destabilizzerà da un lato gli scienziati che vedranno annullati i loro sforzi scientifici, dall’altro la leadership di Cesar…… Finalmente qualcosa di nuovo sotto il sole.

Un film francese che sfida i mega filmoni americani. Il regista Marc Caro, con un budget di appena 5 milioni di euro ha confezionato un film di fantascienza davvero notevole soprattutto dal punto di vista tecnico. Regia, montaggio, suono davvero ad alti livelli, sebbene il film possa piacere o meno a livello globale. Se penso che è stato fatto a 1000 km da Roma la cosa fa davvero pensare! Chissà se in Italia vedremo mai qualcosa di simile con la crisi che c’è. Sembra comunque che anche sul soggetto si è lavorato molto, le ispirazioni del film sono delle più alte, Mèliès, Tarkovskij, e naturalmente “2001 Odissea nello spazio”. Dall’intervista risulta che il regista ha volutamente cercato tutte quelle atmosfere claustrofobiche, ma che nello stesso tempo il film mostrasse una forte componente mistica, non tralasciando “l’azione”. Il film potrà piacere o meno ma si riconoscerà il grande sforzo tecnico

Michele Traversa

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Il quarto tipo

Posted on 07 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Si avverte una frattura tra due anime nel lavoro di Olatunde Osunsanmi, giovane regista statunitense al suo secondo lungometraggio dopo Whitin. Da una parte, il film afferma senza possibilità di equivoco quelle che dovrebbero essere le sue vere intenzioni: Il quarto tipo si apre su Milla Jovovich che dichiara, sguardo in macchina, di rappresentare la dottoressa Abbey Tyler, una psicologa alle prese con una serie di elementi che accomunano in maniera inquietante le esperienze dei suoi pazienti, nonché la città di Nome, dove dagli anni Sessanta si verificano con regolarità suicidi, omicidi e sparizioni.

Questa volontà dichiarata è sottolineata da uno split screen oscillante, che affianca i documenti reali (le riprese delle sedute di ipnosi realizzate dalla Tyler in cui i pazienti rivivono le esperienze di rapimento da parte di alieni, ma anche “filmati della polizia”) alle stesse scene girate dagli attori del film. Non si tratta, dunque, che di una riproduzione, realizzata con l’intento di far sapere al mondo? Il dubbio viene da altre scelte, sia narrative sia stilistiche, stavolta sotterranee, operate dal regista: come l’inserimento, in punti strategici della sceneggiatura, di fatti relativi alla vita privata di Abbey Tyler. Come l’azione che permea alcune scene, quasi stridendo con la patina scientifica del film.

Scelte che allontanano dal problema e dalla formazione di un giudizio che il film vorrebbe, di nuovo dichiaratamente, libero. Inserti che fanno funzionare il film come il più classico dei thriller. Il quarto tipo riguarda più il potere della mente che il problema delle abduzioni. Quando il centro della pellicola si rivela essere la questione del “cosa si vede” (la realtà o una nostra proiezione?) e della natura dell’immagine, difficilmente può essere mantenuta una direzione di linearità intellettuale.

Annarita Guidi

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Io, loro e Lara

Posted on 12 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Io, loro e Lara, film corale firmato da uno dei comici italiani feticcio – Carlo Verdone – , segna un passo definitivo verso la consacrazione di commediografo nella carriera trentennale del regista e attore romano. Nata con l’intenzione di raccontare la storia di “un uomo perbene” – commenta il cineasta – la pellicola ha come snodo principale la crisi spirituale di un prete missionario in Africa: Don Carlo Mascolo, interpretato da un Verdone che questa volta, a differenza che in passato, va a esplorare nel personaggio le corde di una religiosità vera, sentita, e non caricaturale e grottesca come in Un sacco bello. I dubbi sulla fede e le difficoltà di una missione piena di ostacoli da superare spingono Don Carlo a consultare i suoi superiori, che gli consiglieranno una pausa laica per ritrovare se stesso.

Tornato a Roma, il missionario si rincontra con una famiglia allo sbando che non riconosce più, presa dai problemi quotidiani e del tutto sorda al bisogno di ascolto di Don Carlo, che anzi – di fronte a un panorama deprimente – comincerà a sentire la mancanza della sua Africa: il padre vedovo (Sergio Fiorentini), che non vede da dieci anni, ha sposato la badante moldava invisa alla famiglia e con lei sta vivendo una nuova vita, la sorella Beatrice (Anna Bonaiuto), psicanalista, alle prese con una figlia “emo” di cui sospetta la possibile omosessualità, e il fratello Luigi (uno strepitoso Marco Giallini), consulente finanziario inaffidabile e cocainomane. Ma il vero occhio del ciclone nel vortice di una famiglia nel caos è la figlia della nuova moglie del padre, Lara (la bella Laura Chiatti), ragazza enigmatica dalle mille sfaccettature che Carlo e i suoi fratelli stentano a capire e che temono voglia accaparrarsi l’appartamento di famiglia. Spinto dal suo slancio verso il prossimo, Don Carlo ignorerà la richiesta di Luigi e Beatrice di spiare la ragazza per incastrarla in tribunale, ma – senza volerlo – colpito e turbato dal fascino di Lara, sarà trascinato nella sua vita sfrenata e scoprirà il segreto che la costringe a una doppia vita.

In “Io, loro e Lara”, la superproduzione da 650 copie della Warner Bros dedicata al padre Mario, Verdone garantisce al suo pubblico picchi di risate a crepapelle, creando però uno spartiacque rispetto al passato: qui è presente il messaggio non falsamente morale e sincero di un religioso rappresentato come persona ‘normale’, lontano dalla logiche di potere della Chiesa, vicino alla gente e ai suoi problemi, disposto al sacrificio per aiutare gli altri. Piace vedere questo Carlo Verdone che non cessa di analizzare i tipi sociali sempre restando al passo con i tempi, ma con maturità e comicità rinnovate e mai banali.

Ilaria Mariotti

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Una notte da leoni

Posted on 14 novembre 2009 by Francesco Lomuscio

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Regista di “Road trip” (2000) e “Starsky & Hutch” (2004), Todd Phillips parte questa volta da un addio al celibato; anzi, da un dopo-addio al celibato.
La “notte da leoni” del titolo, infatti, è quella che viene progressivamente ricostruita dallo scapestrato trio formato da Phil (Bradley Cooper), Stu (Ed Helms) e Alan (Zach Galifianakis), i quali, risvegliatisi con un gran mal di testa e la suite completamente distrutta, si trovano anche a dover rintracciare lo sposo Doug (Justin Bartha), misteriosamente scomparso e che dovrà essere a Los Angeles poche ore dopo per poter prendere parte al suo matrimonio.
Il necessario pretesto, quindi, per dare il via alla serie di assurde situazioni che, tra pericolose tigri, grotteschi agenti di polizia e il ritrovamento di un bebé in stile “Tre uomini e una culla” (o “Tre scapoli e un bebé”?), vedono coinvolti anche il pugile Mike Tyson, nei panni di sé stesso, e una ancora appetitosa Heather Graham (“La vera storia di Jack lo squartatore”) in quelli della spogliarellista Jade.
E non mancano neanche ironiche citazioni cinefile da “Rain man-L’uomo della pioggia” (1988) di Barry Levinson e “Casinò” (1995) di Martin Scorsese, mentre lo script sembra puntare soprattutto sulla bravura degli interpreti, dei quali Bradley Cooper rappresenta ormai un volto fisso del filone comico a stelle e strisce (lo ricordate in “2 single a nozze” e “Yes man”?).
Per il resto, quando non rimpilza di canzoncine orecchiabili le diverse sequenze, Phillips non ricorre altro che a bambole gonfiabili, preservativi usati e cinesi nudi e maneschi, testimoniando ancora una volta la sua tanto osannata quanto idiota e immatura maniera di far ridere lo spettatore; alla base di una sopravvalutata filmografia di cui, ahinoi, possiamo continuare a salvare soltanto il divertente “Old school” (2003) con Will Ferrell e Luke Wilson.

Francesco Lomuscio

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Gli abbracci spezzati

Posted on 08 novembre 2009 by Natasha Ceci

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Ancora una volta il maestro Almodòvar riprende le corde a lui tanto care del melò avvolgente, mai stucchevole e inverosimile quanto basta. Gli abbracci spezzati sono quelli dolorosamente rimossi dal regista Mateo Blanco (Lluìs Homar) che in un incidente perde la vista e la sua amata.

Cancellato il passato, Mateo si costruisce una nuova identità: Harry Caine, pseudonimo con il quale firma sceneggiature, racconti ed altri lavori letterari. Accanto a lui la fidata direttrice di produzione e il figlio di lei, al quale Mateo racconta il suo passato “epico”: dall’incontro con Lena (una sublime Penélope Cruz), umile segretaria e poi donna del broker Ernesto Martel, alle riprese del suo film “Chicas y Maletas”. Il passato si incastra al presente (“ci sono cosa da cui non si può fuggire” ribadisce un personaggio di Kar Wai) e le passioni almodovariane sono sempre intense e violente e, nel loro essere preda del destino, giustificano tutto, anche un omicidio. Su tutto giganteggia un atto d’amore profondissimo: quello per il cinema. Il cinema dello stesso regista spagnolo, con i suoi riferimenti a Donne sull’orlo di una crisi di nervi e alle sue attrici feticcio come Rossy De Palma.

Il cinema che lo ha formato: Fellini, Lang, il noir e l’ironia sagace di Wilder, le letture di Tonino Guerra e Rossellini. Gli abbracci spezzati sono anche quelli dei due corpi mummificati che turbano la Bergman in Viaggio in Italia, mentre si aggira assieme al marito per le rovine di Pompei. Almodòvar cita non per autocompiacimento ma per amore e per esprimere il cinema come rappresentazione e duplicazione della realtà. Una realtà che è carne tremula mai doma.

Natasha Ceci

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Intrigo a Berlino

Posted on 05 novembre 2009 by admin

Luglio 1945: alla vigilia del vertice di Potsdam fra Churchill, Truman e Stalin che deciderà le sorti della Germania uscita sconfitta dalla guerra, un giornalista americano (George Clooney) viene inviato per seguirne gli sviluppi e, durante il suo soggiorno in terra tedesca, ritroverà la splendida Lena (Cate Blanchett), di cui è stato innamorato. L’inaspettato incontro lo farà precipitare in un claustrofobico dedalo di intrighi, menzogne e verità che è meglio tenere nascoste.

Ritorno di Soderbergh al bianco&nero dopo il fallimento di “Kafka”, “Intrigo a Berlino” è una matematica rilettura dei fasti del cinema classico. Il duplice binario su cui il film poggia (la spy story di stampo tradizionale affiancata alle tormentate vicende personali dei protagonisti) sembra non discostarlo troppo da un generico omaggio al cinema noir del passato, peraltro molto in voga in questo periodo. Ma dove altri tentativi si sono fermati, pensando che la strutturazione di un intreccio tipico bastasse per evocare il modus operandi dello studio system, Soderbergh fa partire il suo tentativo. Dando infatti per assodata la tipicità di certe situazioni (il malessere post-bellico, l’amoralità del potere) e di certi personaggi (la dark lady, il tough boy che non riesce ad esorcizzare le lacerazioni dell’amore), il regista americano compie un passo ulteriore: utilizzando tecniche di realizzazione (audio in presa diretta, vecchi obiettivi Panavision) e filmati degli anni 40, inscrive “Intrigo a Berlino”, più che nella dimensione dell’omaggio, in quella, filologicamente più autoriale, della citazione. Con i rischi di algido manierismo che ne conseguono.

Luca Ippoliti

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Io sono leggenda

Posted on 05 novembre 2009 by admin

Un terribile virus ha ucciso tutti gli uomini e li ha mutati in vampiri. In una New York distopica e post-apocalittica il dottor Robert Neville (Will Smith), ultimo superstite della razza umana, lotta per la propria sopravvivenza e per scoprire una cura efficace. Durante la notte è costretto a barricarsi in casa, assediato dai senzavita che vogliono eliminarlo, difeso da porte blindate e da un armamentario ultratecnologico. Al sorgere del sole, però, i ruoli si invertono ed è Neville a condurre le danze di un gioco feroce, scandito da un tempo monotono che impone la perpetrazione di un rituale efferato e primordiale: cacciare i vampiri in modo da avere delle cavie su cui testare i possibili antidoti. Ispirato al capolavoro fanta-horror di Richard Matheson (I am legend), il film di Francis Lawrence non convince appieno, non tanto per la smaccata infedeltà alle ambientazioni e alle psicologie che permeano il romanzo – difatti è condivisibile che medium differenti non si appiattiscano sui medesimi canoni lirico/espressivi, ma ciò che risulta inefficace è invece la deviazione da quello che è lo “spirito” prettamente introspettivo ed esistenziale del libro di Matheson per approdare ad una sbiadita riaffermazione di valori sociali mainstream (eroismo, sacrificio, amore paterno), condivisi, in un comune fronte anti-vampirico, dal protagonista e dal pubblico. Io sono leggenda resta comunque un horror discretamente confezionato, che non scade nel ridicolo come molti prodotti del genere in questione ultimamente ci avevano abituato. Parallelamente al film è in uscita anche la graphic novel realizzata da Steve Niles, maestro dell’orrore a fumetti e creatore della saga 30 giorni di notte.

Luca Ippoliti

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