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Lourdes

Posted on 09 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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I miracoli non sono impossibili, neanche unici, semmai rari. Se per miracolo intendiamo la discontinuità discreta che interrompe la scialba causalità che lega i fenomeni o, meglio ancora, quell’evento a partire da cui si riorganizza la struttura di una situazione, allora, senza temere d’essere inseriti nella lista dei visionari, possiamo affermare: i miracoli accadono.

Jessica Hausner, giovane e promettente regista austriaca, maneggia con inaudito coraggio la metafora religiosa per frugare tra le pieghe dell’animo umano e tracciare, con una sobrietà e un distacco davvero sorprendenti, i contorni di una riflessione troppo ampia per non esser rimessa all’alea di una sospensione. Lo spettatore, anche il più disincantato, è inesorabilmente convocato a rivalutare la posizione che occupa all’interno dell’economia dello scibile, per considerare l’opportunità di soggiornare altrove, in uno spazio liberato, dove tentare di riconfrontarsi con la questione del senso.

La cinepresa è ostinatamente fissa, è l’immagine ad emanciparsi all’interno del quadro, e gli austeri interni del convitto del santuario di Lourdes, frequentati da malati, reietti, vacanzieri, a stento si concedono all’occhio che osserva.

Christine (Sylvie Testud), inchiodata alla sedia a rotelle da una malattia incurabile, desidera una vita normale; nonostante non nutra troppe speranze, il miracolo accade. Dopo una notte foriera di sogni premonitori, si alza dal letto e, senza meravigliarsi troppo, ricomincia a camminare. Non è sostenuta da una solida fede, eppure, tra tutti quei questuanti, è la sola ad ottenere la grazia. L’effetto del miracolo, però, sembra non durare. Svanisce gratuitamente, così com’è giunto.

Jessica Hausner mette tutto in discussione, rinuncia a qualsiasi presa di posizione, combattuta tra speranza e nichilismo.

Uscendo dalla metafora del miracolo è pero necessario fare alcune precisazioni: la grazia è concessa a tutti ma non è accessibile a chiunque. L’unica fede possibile è quella in una verità che sia universalmente valida, che vinca la decadenza dell’opinione, che costituisca ciò per cui valga la pena rinunciare al perseguimento degli interessi. Questa è la verità che ci folgora, che non possiamo dimostrare, ma solo mostrare, perché intensamente animata dalla nostra fede. Fede non sostenuta da alcuna promessa di risarcimento, ma immediatamente ricompensata da un’intensità d’esistenza ineguagliabile.

Non c’è un’etica cattolica, né atea; c’è un’etica della verità, situata nel punto di rottura dove fede e conoscenza “miracolosamente” s’incontrano (repetita iuvant). Ed è la fedeltà alla verità, e non il caso, a regolare l’accesso alla grazia.

Luca Biscontini

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Civico 0

Posted on 16 novembre 2009 by V

Circondati da numeri e date, siamo codici di riconoscimento al servizio della notorietà. Francesco Maselli, ispiratosi al romanzo di Federico Bonadonna I”l nome del barbone”, con sguardo neorealista documenta attraverso l’abbinamento di suoni e immagini – primi piani e silenzi – il vuoto del mondo. Tre storie di vita, due donne e un uomo tendenzialmente diversi sebbene legati dagli eventi di un male comune: il vagabondaggio non è uno stile, né una scelta. Attraverso la schiettezza del documentario, filtrato a sua volta dall’enfasi del taglio cinematografico, Massimo Ranieri, Ornella Muti e Letizia Sedrick rappresentano su centinaia di storie, una piccola fetta di dolore. Le voci dei protagonisti “reali”, evitando eccessivi pietismi, ci prendono per mano portandoci laddove tutto sembra non avere confini. Gli attori si limitano così a prestare, con mirabile apprensione, le tragedie di un gruppo di “avventurieri” le cui colpe sono direttamente proporzionali all’indifferenza della popolazione voyerista, che osserva senza far nulla. Nei loro drammi si percepisce la forza della speranza, l’abbattimento di un muro quale l’indifferenza fin troppo spesso eretto a protezione da chi teme il confronto. Per questa ragione Civico 0 è un ottimo prodotto: una pellicola di accusa, che filma con trasparenza una sottocultura sociale invisibile alla massa. Grazie alle musiche turbate di Angelo Talocci, le immagini acquistano carattere, scavando fino a toccare la consapevolezza dello spettatore, il quale codifica nuovi e sinceri messaggi di ribalta. Un docufilm necessario, per capire…

Vito Sugameli

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