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Predators

Posted on 12 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Il mostro rasta con la faccia da granchio, dotato di armatura ipertecnologica, e particolarmente incline alla caccia, continua ad esercitare una certa suggestione sull’immaginario collettivo: Predators, che vede come protagonista il premio Oscar Adrien Brody (Il pianista di Roman Polanski, 2002), prosegue la saga iniziata nel lontano 1987, quando l’attuale governatore della California, Arnold Schwarzenegger, inanellava, uno dopo l’altro, clamorosi successi planetari, interpretando più o meno sempre lo stesso ruolo, essenziale ma efficacissimo. Erano gli anni di Ronald Reagan, quelli dell’edonismo forsennato, e gli Stati Uniti mostravano i muscoli, soprattutto al cinema.

Stavolta gli sceneggiatori, cercando di dare una spolverata ad un soggetto ormai consunto, hanno puntato sull’elemento umano, tracciando un parallelo tra la spietatezza degli alieni con vista sensibile al calore e quella di un gruppetto di individui selezionati (dagli stessi predators) per la ferocia e la comprovata abilità di combattimento in situazioni estreme. L’altro aspetto innovativo consiste nell’aver ambientato la storia in un pianeta ignoto (quello dei predators), in cui i protagonisti sono catapultati all’inizio del film, senza saperne la ragione. Tra l’altro possiamo ammirare anche nuovi alieni (‘mammiferoni’ simili a feroci felini e a rinoceronti) che rinverdiscono un poco un’iconografia statica e ripetitiva.

La messa in scena vede quindi il rivaleggiare tra gli omoni dal sangue verdastro fosforescente e quelli che, nel pianeta terra, sono considerati a loro volta dei sanguinari predatori. Il gioco narrativo è tutto qui, ed ecco che i Predators appaiono più come una proiezione psichica degli uomini coinvolti nell’atroce caccia (stavolta nel ruolo di prede), che figure dotate di una realtà autonoma. Insomma si tratta di cercare dentro di sé la violenza che spesso si riscontra all’esterno, per elaborarla e, eventualmente, espellerla.

Il prodotto, confezionato con ordinaria accuratezza, non ha la pretesa di essere consumato da un pubblico che non sia quello degli adolescenti, o dei patiti del genere.

Pensando ad un futuro episodio, potrebbe risultare divertente escogitare una sceneggiatura dove tutti i potenti della terra siano spediti sul pianeta alieno; si potrebbe lasciarli soggiornare il tempo necessario per rinsavire. Una volta tornati sulla terra, invece che accoglierli, si dovrebbe inviarli di nuovo, e ripetere la procedura fino a quando non abbiamo deciso di firmare, tutti insieme, il protocollo di Kyoto. Divertente, no?

Luca Biscontini

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A-Team

Posted on 18 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Arriva sul grande schermo anche la trasposizione di A-Team, una delle serie tv cult degli anni 80, nostalgico ricordo per più di una generazione. A rinverdire i fasti del gruppo di veterani di guerra non è uno qualsiasi. Joe Carnahan ha esordito con l’interessante ma produttivamente cheap Blood, Guts, Bullets and Octane (1998), per farsi poi notare con l’ottimo noir metropolitano Narc (2002) e il rocambolesco Smokin’ Aces (2006), mostrando un gusto fuori dal comune, soprattutto nelle scene action.

In A-Team esprime all’ennesima potenza queste capacità, mostrando non solo una precisione registica quasi chirurgica, ma soprattutto un’inventiva inusuale nella costruzione delle scene d’azione. Il film riprende i personaggi principali della serie tv, vestendoli con le figure di alcuni dei nomi di punta di Hollywood. Quindi l’Hannibal Smith di George Peppard viene interpretato da Liam Neeson (Schindler’s list), lo Sberla di Kirk Benedict è Bradley Cooper (Una notte da leoni), Murdock che nella serie era interpretato da Dwight Schultz qui è Sharlto Copley (District 9), e il massiccio B.A. Baracus, modellato sulle fattezze di Mr T, è interpretato dal campione di arti marziali miste Quinton “Rampage” Jackson.

Soprattutto nella prima parte del film, in cui viene raccontata ‘l’untold story’ su come il team si è formato, i personaggi risultano abbastanza snaturati rispetto al modello originale, spesso abbozzati e caricaturali. Per fortuna la pellicola riprende con una marcia in più nella seconda parte, diventando una sorta di puntata lunga della serie tv. Carnahan punta sulla spettacolarizzazione della violenza, di fatto allontanandosi dal concetto della serie originale che, pur in un contesto bellico, si poneva in modo pacato nei confronti di un’audience popolare. Il regista, quindi, cerca un aggiornamento secondo i canoni odierni del genere action, partendo da alcune premesse che si basavano troppo sulla forza dei personaggi per essere replicate totalmente. Azzeccata l’idea di affidare uno dei ruoli cardine della storia a un’altra icona delle serie tv anni 80. Quel Gerald McRaney noto i più per le serie Simon & Simon e Major Dad.

Gianluigi Perrone

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Gentlemen Broncos

Posted on 04 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Esce anche in Italia la nuova opera di Jared Hess, regista di Napoleon’s Dynamite (2004) e Nacho Libre (2006), mantenendo le caratteristiche sia contenutistiche, incentrate su personaggi ai margini ma con una forte volontà di rivalsa, che visive, spesso accostate a quelle del Wes Anderson dei film precedenti.

Gentlemen Broncos è il lavoro più personale e maturo del regista, rappresentando una summa dei suoi temi. Il giovane Benjamin ama scrivere per diletto storie di fantascienza spicciola, sognando un giorno di essere pubblicato. Un giorno partecipa a un seminario per giovani talenti in cui il tronfio scrittore di successo Chevalier mette in palio una piccola pubblicazione. Peccato che questi sia in totale crisi creativa e, leggendo la storia di Ben, decida di appropriarsene pubblicandola a suo nome. Intanto Ben finisce nelle mani della più scalcinata delle produzioni cinematografiche amatoriali che devasta totalmente il suo romanzo. Come da tradizione, Hess costella la provincia americana di personaggi surreali al limite del grottesco: una madre ossessionata dalla sartoria, un dispettoso angelo custode con un boa albino diarroico, un’approfittatrice completamente obnubilata dalla smania di successo e l’ombra di un padre defunto che è la proiezione di Broncos, il protagonista del suo romanzo sci-fi.

Il tema che proietta la storia rispecchia la frustrazione di un protagonista talentuoso, che si trova a fare i conti con il più becero degli star system e la mediocrità che lo circonda. Un sottile atto di accusa verso quello che è il mondo del cinema, costantemente ostacolato da figure improponibili. Dialoghi esilaranti accompagnano il concetto che c’è chi si sente istituzionalizzato a rendere diktat idee senza né arte né parte. Particolarmente ispirata l’idea di mostrare il racconto di Benjamin attraverso la sua immaginazione e quella invece del superficiale e tonto Chevalier che, oltre ad essere assolutamente esilarante, la dice lunga sulla prospettiva di concepire un prodotto artistico. Peccato che il doppiaggio italiano si prenda ben più di una libertà. Cambiando i dialoghi in maniera spesso volgare, il che diventa ancora più grottesco considerando che si tratta di un film che parla di rispetto verso l’opera artistica.

Gianluigi Perrone

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Notte folle a Manhattan

Posted on 25 aprile 2010 by Luca Biscontini

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L’esperto di commedie Shawn Levy, regista di Oggi sposi niente sesso (2003), Una scatenata dozzina (2003), Una notte al museo (2006) e del remake de La pantera rosa (2006), torna al cinema con Notte folle a Manhattan, ennesimo family movie ambientato per le strade di New York. Puntando ad un pubblico più adulto, e focalizzando l’attenzione su un problema che affligge la maggior parte delle coppie di oggi, la routine, Levy propone stavolta una pellicola che rappresenta l’altra faccia dei film prodotti fino a questo momento.

Phil (Steve Carell) e Claire (Tina Fey) sono una coppia del New Jersey, consulente fiscale lui, agente immobiliare lei, con due figli a carico e un appuntamento fisso a cena una volta a settimana divenuto ormai un rituale. Quando una coppia di amici decide di divorziare, Phil e Claire organizzano una serata romantica in un esclusivo ristorante a Manhattan per ridare vita al loro rapporto, ormai in preda alla monotonia. In seguito ad un disguido, i coniugi si ritrovano coinvolti in un equivoco che li vedrà protagonisti di una interminabile e movimentata nottata tra rocambolesche fughe, boss mafiosi, killer prezzolati e poliziotti corrotti.

Una storia da manuale insomma, dove sceneggiatura e finale, abbastanza prevedibili, sono carichi di clichè, e a dar brio ai 90 minuti di pellicola sono sostanzialmente i due protagonisti Tina Fey, stella del piccolo schermo e spassosissima imitatrice della governatrice dell’Alaska Sarah Palin, e il mitico Steve Carell, una vera sicurezza per il genere. Grazie alla scelta azzeccata dei due personaggi principali, Levy riesce a dar vigore ad un repertorio comedy ormai troppo sfruttato, e a rinvigorire anche le gag più scontate.

Notte folle a Manhattan si rivela quindi una pellicola migliore di quello che ci si potrebbe aspettare, ideale se si è alla ricerca di qualcosa che movimenti la solita ‘routine’.

Alessandra Agapiti

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Fantastic Mr. Fox

Posted on 16 aprile 2010 by Ireneo Alessi

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Nessuna fantasmagoria tridimensionale per il primo film d’animazione di Wes Anderson. Il regista di “Rushmore” e “Il treno per il Darjeeling” rinuncia alla voluttà visiva delineata da blasonati titoli come Avatar per condurci, attraverso l’impero della sua mente, nel labirintico mondo ‘sotterraneo’ di Fantastic Mr. Fox.

Tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di Roald Dahl, prolifico scrittore britannico, ben noto agli occhi del cinema, dalla cui penna sono stati ricavati in passato titoli quali Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, I Gremlins e molti altri, il film, la cui gestazione si è protratta per diversi anni, coniuga impeccabilmente il nucleo del racconto originale con l’estro di Noah Baumbach e dello stesso Anderson attraverso le suggestioni mutuate, durante la stesura, dai luoghi in cui visse lo scrittore ed un fine citazionismo meta-filmico che richiama opere precedenti come I Tenenbaum e le Le avventure acquatiche di Steve Zissou.

Con un look che ammicca apertamente al ‘Vulpes vulpes’, protagonista della pellicola, Wes manifesta, durante la conferenza stampa, l’emozione nutrita verso l’intero progetto nonché il legame affettivo nei confronti dell’autore, il primo della sua infanzia. Ma chi è il signor Volpe e cosa fa? Astuto quanto vanitoso Mr. Fox è un intraprendente ladro di galline dai modi alquanto raffinati ma con un animo selvatico che dopo una vita trascorsa fra esaltanti razzie e fughe rocambolesche è costretto a cambiare ‘occupazione’ per il bene della famiglia. Divenuto giornalista, vive insieme alla signora Fox ed il piccolo Ash in una tana che gli va troppo stretta. Ma la vita borghese non fa certamente al caso suo e un giorno, in preda all’istinto, decide di trasferirsi dentro un grosso albero in cima alla collina, davanti a tre nuove ‘tentazioni’.

Con l’aiuto del ‘fedele’ opossum Kylie architetta un piano per mettere a segno il suo triplice ed ‘ultimo’ colpo saccheggiando gli avidi fattori della zona: Boggis, Bunce e Bean. Ma la vendetta dei tre non tarderà ad arrivare e Mr. Fox sarà costretto a spremere le meningi per salvare l’intera comunità e la sua stessa ‘faccia’. A complicare le disfunzionali dinamiche familiari, però, sarà proprio l’insolito figlio Ash, alla continua ricerca di attenzioni da parte degli altri ed in competizione con il cugino, l’ultimo arrivato in casa Fox che può mettere in ombra le sue capacità dinanzi al padre. Un po’ ladro ed un po’ supereroe, Mr. Fox saprà sublimare il meglio di ogni componente proprio nel momento decisivo dimostrando quanto la diversità sia una risorsa piuttosto che un male. L’aspetto antropomorfo dei personaggi, realizzati dai famosi creatori de “La sposa cadavere” MacKinnon e Saunders, contribuisce, poi, a rendere le situazioni più vicine agli occhi del pubblico e, senz’altro, più godibili. A proposito di characters, l’originale voce di Mr. Fox alias George Clooney è, qui, affidata all’ottimo Francesco Pannofino.

Creatura insolita e graffiante, dalle numerose sfumature (c’è chi ha avanzato persino una chiave di lettura ‘segretamente politica’), ma soprattutto frenetico e divertente, questo film, in controtendenza alla recente produzione cinematografica, è stato interamente realizzato con la tecnica del ‘passo uno’, altrimenti nota come stop-motion, utilizzando una congerie di pezzi (circa 4000 accessori), che denota un’attenzione maniacale da parte dello staff, un impegno che non può non meritare il nostro plauso. Promosso, dunque, a pieni voti.

G. M. Ireneo Alessi

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Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini

Posted on 09 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Non avrà la popolarità dovuta a più di oltre dieci anni di predominio della scena letteraria e cinematografica di un Harry Potter, o le orde di fan impazzite in tutto il mondo di un Twilight, ma siamo pronti a scommettere che Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini, primo capitolo di una pentalogia scritta dallo statunitense Rick Riordan a partire dal 2005, sia destinato a dare il via ad una nuova e avvincente saga per il grande schermo. Anche perché i vari tentativi di scalzare dal podio maghetti, hobbit e vampiri, sono andati tutti a vuoto, se si pensa a flop come Le cronache di Narnia, Eragon, Stormbreaker, La bussola d’oro o Moonacre.

Al contrario, Percy Jackson ha tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto nell’olimpo di celluloide grazie ad uno script davvero divertente e avvincente, capace di mettere la mitologia greca al servizio di una sana goliardia che, giocando sul processo di attualizzazione, si prende persino la briga di puntare il dito contro i vizi della nostra società. Una sottile ironia che colpisce il bersaglio, regalando al pubblico di turno due ore che scorrono piacevolmente senza intoppi tra una gag irresistibile, una sequenza d’azione ben coreografata e una valanga di effetti speciali di ottima fattura.

Del resto, chi meglio di un regista come Chris Columbus (due episodi Harry Potter, Mamma ho perso l’aereo) poteva mettersi al timone per guidare la scalata al box office di una simile follia visiva? Forse molti storici conservatori valuteranno questo film una blasfema svendita della mitologia e degli Dei che l’hanno animato, ma molti altri potrebbero riconoscerne la funzione didattica, soprattutto per quegli scolari che sull’Antica Grecia finiscono con il fare scena muta all’interrogazione.

Francesco Del Grosso

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Crazy heart

Posted on 03 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Crazy heart, opera prima di Scott Cooper, è un film sulla seconda opportunità che di solito la vita regala, soprattutto a Hollywood e dintorni: un cantate country una volta famoso, ma poi divenuto un ammasso putrescente di alcool e fumo, Bad Blake, interpretato dal bravissimo Jeff Bridges, viene salvato e redento dall’arrivo di una giovane fanciulla.

Poco credibile insomma, o forse è meglio dire alquanto scontato per chi è avvezzo al cinema hollywoodiano dell’happy end, Crazy Heart è un film che potenzialmente potrebbe dare, ma non dà, potrebbe esplodere in una storia semplice e interessante, ma non esplode…

Rimane un film piccolo che si confronta con gli interminati spazi del sud degli Stati Uniti, dove il tempo sembra essersi cristallizzato ai giorni del vecchio West, e dove anche le persone sono mummificate in quel ruolo di cow boys che noi, abituati oramai ad identificare l’America con New York,  credevamo di poter vedere solo nei vecchi film di John Ford.

All’età di 57 anni, Bad Blake vive una vita scombinata, fatta di locali infimi in mezzo al deserto texano, dove si esibisce per racimolare pochi spiccioli, whisky, sigarette e motel di terza categoria; i suoi spettatori sono tutti “vecchi” come lui, e Bad si presenta in pubblico sempre più ubriaco e arrabbiato, perchè il mondo non gli ha dato la giusta ricompensa. L’unica notizia positiva che arriva in tutto questo degrado è che il suo agente è riuscito a piazzarlo per l’apertura del concerto di Tommy Sweet (Colin Farrell) che, ironia della sorte, è giovane, ricco e famoso e deve il suo successo a Bad, suo vecchio maestro. Un rospo difficile da ingoiare per Blake, che però non ha scelta, perché qualcosa nella sua miserabile vita è cambiato…

E cosa può redimere un vecchio cantante country, sperduto nel deserto texano, con la sua anima alcolizzata, se non l’amore, quello vero, quello che si cerca per una vita intera e che poi arriva sempre inaspettato?

Inaspettato mica tanto, scontato e banale sicuramente….lei giovane e bella riesce a vedere in questo vecchio cantante in declino, puzzolente ed ubriaco, un uomo che si eleva da tutto il marciume…come avrà fatto non ci è dato saperlo. Si innamora e basta.

È lei la detentrice di un potere che salva, che redime, e Bad cerca inutilmente di diventare un uomo migliore, fino a quando arriva il colpo di scena e lei lo lascia.

Da questa separazione forzata l’antieroe Blake, guarda caso, comprende l’essenza della vita, e riesce a disintossicarsi e a scrivere di nuovo canzoni.

Un uomo nuovo, grazie all’amore. Un cocktail perfetto di cui Hollywood ha abusato, un film “vecchio” che deve dire grazie alla splendida colonna sonora e alle performances di Jeff Bridges, che nel film si esprime anche come  cantante; pare infatti che sia realmente la sua voce quella che sentiamo nel film. Bad Blake è un personaggio bidimensionale che non convince, a differenza del suo interprete , bravo come al solito, ma che abbiamo preferito in altre interpretazioni, come nel Grande Lebowskij dei fratelli Coen, tanto per fare un esempio.

Crazy heart è un film che coinvolge poco insomma, e ciò che rimane davvero impresso è la musica. Bellissima. Per  chi ama il genere.

Lara Tedesco

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Avatar

Posted on 17 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Chiedete a James Cameron di reinventare la storia della settima arte, ma non di farla. Dopo Avatar il cinema non sarà più lo stesso, quello di Cameron, invece, resterà il medesimo. L’ultima, attesissima fatica di questo pluripremiato e osannato cineasta è un perfetto prodotto massificato: bomba ad orologeria con in bella vista il marchio blockbuster pronta ad esplodere nei box office di tutto il globo.

A tredici anni dalle undici statuette che lo consacrarono come il “re del mondo”, il figlio illegittimo di Steven Spielberg e George Lucas torna a far parlare prepotentemente di sé attraverso armi e genere a lui più congeniali: ultimi ritrovati della tecnologia applicati alla narrazione per immagini e mix esplosivo di fantascienza e sentimenti. Rivelando a tutto schermo un’epopea di quasi tre ore dall’etimologia sanscrita di origine religiosa (letteralmente “colui che discende”) tradotta nell’epoca contemporanea attraverso un’accezione in stile second life (sdoppiamento virtuale della persona); all’interno della quale convergono ossessioni e autoriali linee guida care al regista. Dall’insistente e incontaminata presenza dell’acqua (The abyss) al riverbero della donna tutta d’un pezzo (oltre alla rediviva Sigourney Weaver le new entry Zoe Saldana e Michelle Rodriguez, ideali prolungamenti di una galleria femminile in grado di spaziare dalla Sarah Connor del dittico Terminator alla Rose DeWitt Bukater di Titanic).

Politicamente correttissimo, Avatar è un universo sospeso a metà. A mezz’aria prendono forma grafici e diagrammi degli umani invasori, mentre in contrappeso tra realtà sognata e incubo reale viene costretta l’esistenza di Jake Sully (ovvero Sam Worthington, partner di Christian Bale in Terminator salvation. Quando si dice il destino…), invalido tra i suoi simili, guerriero prestante, coraggioso e ribelle nell’entroterra del pianeta Pandora. Doppi e tripli giochi scientifico/militari concedono il minimo storico di verve ad una vicenda altrimenti avara di emozioni che non siano unicamente visive e superficiali, facendo la felicità di uno script elementare in collaborazione con le buoniste metafore nemmeno troppo latenti (terrestri violenti, bellicosi e colonizzatori o il telefonato capovolgimento di ruoli e ideali tra umano e alieno). Forza e fascino di Avatar, naturalmente, risiedono esclusivamente nel suo prodigio tridimensionale.

Il trucco, come da sempre avviene di fronte ad un film di Cameron, funziona. Lasciando addirittura a bocca aperta quando, in pieno sottofinale, si assiste increduli ad una sequenza action che prevede un western in terra e un war movie in aria. A riportare freddezza mentale e oggettività di pensiero, per fortuna, provvedono i titoli di coda. Lì si rinsavisce. Se Alien (1979) muoveva i primi passi ispirandosi senza vergogna a Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava, Avatar altro non è che Indio (1989) di Antonio Margheriti in performance capture. Solo con un pizzico di filosofia new age in più.

Luca Lombardini

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500 Giorni insieme

Posted on 03 dicembre 2009 by Ireneo Alessi

500 Days of Summer

La stagione dell’amore, recita Battiato in uno dei suoi pezzi più illuminati. 500 Giorni Insieme, dell’esordiente Marc Webb, ripercorre le tappe più significative della stagione di Tom (J. Gordon-Levitt), cenerentolo moderno e aspirante architetto, ripiegato dentro se stesso e i bigliettini di auguri che crea, alla ricerca della a maiuscola capace di riempirgli la vita.

L’incarnazione del suo desiderio assume le vesti di Sole (Zooey Deschanel), nuova assistente piombata nella routine lavorativa ed esistenziale di Tom. Ma la giovane donna è il suo opposto: disincantata, pratica, indipendente, accoglie le attenzioni di Tom e le ricambia dentro il freno del “non voglio impegni”, dando vita ad un rapporto, esaminato attraverso l’occhio dell’innamorato, inevitabilmente equivoco, che non potrà non sfociare in una sonora batosta emozionale per il nostro sognatore. Sulle tracce di genere da commedia moderna e di cinematografia indie e sulla scia di Little Miss Sunshine (2006) e Juno (2007), 500 Giorni Insieme appare nel complesso un lavoro molto approssimativo, nonostante il piccolo caso cinematografico che è diventato grazie alla calorosa accoglienza ottenuta al Sundance Festival 2009 e all’anteprima italiana al Festival di Locarno. Colonna sonora a tratti felice, artifici da videoclip e animazione (terreno di formazione del giovane regista), destrutturazione temporale, riecheggi stilistici alla Michel Gondry non distraggono da personaggi e situazioni estremamente piatte e convenzionali, da dialoghi per nulla brillanti, e da un raccontare l’amore rimanendo sempre in superficie.

Non mancano sorelle minori in stile vecchio saggio e amici-spalla affetti da un plastico buonismo. Il prototipo indie, nato come prodotto low budget e con piena libertà di espressione, rischia una preoccupante interferenza delle grandi major di Hollywood, che attraverso proprie piccole filiali stanno penetrando sempre più in questa fetta di mercato cresciuta nell’attenzione del pubblico.

Maria Cera

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L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri

Posted on 10 novembre 2009 by Ireneo Alessi

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È tempo di cambiamenti per gli “eroi sotto zero”, giunti, stavolta, al terzo capitolo nel segno del 3-D. Il disgelo ormai è alle spalle mentre l’inesorabile scorrere delle stagioni ha ripristinato il grande gelo.

Tornano, così, le dis-avventure di Sid e gli altri, alle prese con l’imminente nascita del cucciolo di Manny ed Ellie, ma anche la personale odissea di Scrat, sempre alla ricerca dell’inafferrabile ghianda, con l’introduzione di un nuovo ed esplosivo personaggio: Buck, la donnola. A metà tra il colonnello Kurtz di Apocalypse Now ed il capitano Achab di Moby Dick, il bizzarro animale rivestirà un ruolo determinante nella salvezza dell’incauto Sid, caduto vittima di una “tirannosaura” alla quale aveva sottratto le uova, in preda ad un raptus, tutto suo, di gelosia ‘materna’.

Immersi in questo insidioso mondo sotterraneo si aprono, dunque, nuovi scenari e nel “viaggio” al centro della terra le citazioni si sprecano. Ma proprio in preda ai pericoli maggiori, fra piante carnivore e creature gigantesche, i protagonisti sapranno riscoprire se stessi e il valore del branco, regalandoci dei momenti davvero esilaranti. Imperdibili, poi, gli intermezzi dell’amato scoiattolo, arricchiti dalla presenza di una dolce compagnia femminile, Scrattina.

Di certo, un prodotto d’animazione dal taglio equilibrato che saprà accontentare anche il pubblico più adulto cui non dispiacerà l’interessante parentesi sul tema della maternità e tutto ciò che ne consegue. Limitato e poco incisivo, per la resa finale, l’uso della terza dimensione.

G. M. Ireneo Alessi

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