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Il diavolo e l’acquasanta (dvd)

Posted on 20 giugno 2010 by Giorgiana Sabatini

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Salvato dal suicidio dal bonario sacerdote Don Gaetano Morelli (Piero Mazzarella), l’ex calciatore Bruno Marangoni (Tomas Milian) lo ripaga approfittando della sua ospitalità, vivendo alle sue spalle e mettendo a segno una serie di truffe e furti; fino al momento in cui il prete, per fargli rimettere la testa a posto, lo nomina allenatore della sua piccola e amatoriale squadra di calcio.
Facente parte del poker di pellicole interpretate da Milian (le altre tre sono Uno contro l’altro praticamente amici, Un uomo dalla pelle dura e Il figlio dello sceicco) che 01 distribution ha provveduto a lanciare su dvd nell’ambito del suo lavoro di riscoperta dei titoli provenienti dalla library Titanus, Il diavolo e l’acquasanta propone l’ennesima variante – con immancabile voce del mitico Ferruccio Amendola – del romanesco personaggio del Monnezza.
Variante che l’attore di origini cubane e il fido regista Bruno Corbucci girarono tra Delitto sull’autostrada, dell’anno precedente, e Delitto in Formula uno, risalente al 1984, tirando questa volta in ballo l’argomento calcistico, spesso al servizio delle nostre commedie (basterebbe citare Il tifoso, l’arbitro e il calciatore di Pier Francesco Pingitore e L’allenatore nel pallone di Sergio Martino).
Ciò che ne viene fuori è una favoletta sportiva che, forse meno divertente rispetto alle avventure del maresciallo Giraldi dei vari Squadra e Delitto, sfrutta uno script – concepito dallo stesso Corbucci insieme al solito Mario Amendola – costruito da un lato sulle grottesche imprese truffaldine proto-Squadra antitruffa (1976), dall’altro su un’idea che sembrerebbe spostare all’interno del campo di calcio quella che, l’anno precedente, fu alla base di Bomber di Michele Lupo.
Non a caso, perfino la colonna sonora per mano di Guido e Maurizio De Angelis è riciclata da quella che gli stessi composero per il film in cui Bud Spencer, ex pugile e marinaio disoccupato, si ritrovava ad allenare un giovane boxeur per un imminente incontro in una palestra gestita da un americano dedito a loschi traffici.

Francesco Lomuscio

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La bella mugnaia (DVD)

Posted on 16 giugno 2010 by Giorgiana Sabatini

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Siamo a Napoli, nel Settecento, dove, durante la dominazione spagnola, il governatore Don Teofilo (Vittorio De Sica) tenta in tutti i modi di fare sua la bella Carmela (Sophia Loren), moglie del mugnaio Luca (Marcello Mastroianni) che, a sua volta, decide di vendicarsi del presunto tradimento introducendosi nella camera da letto della governatrice Donna Dolores (Yvonne Sanson).
Sembra anticipare non poco gli assurdi intrecci che vent’anni dopo sarebbero stati alla base delle gettonatissime commedie sexy il soggetto di questa curatissima commedia in costume (del resto, stiamo parlando di una produzione Dino De Laurentiis-Carlo Ponti) firmata a metà anni Cinquanta dal prolifico Mario Camerini e tratta da Il cappello a tre punte di Pedro Antonio de Alarcón, che lo stesso regista – il cui lungo curriculum spaziò in diversi generi – già portò sullo schermo nel 1934.
Commedia in costume particolarmente incentrata sull’incontro-scontro tra classi sociali del tutto diverse e che, come c’era da aspettarsi, punta in maniera principale sull’ottimo cast. Ottimo cast impreziosito da un lato dall’abbondante scollatura della Loren, dall’altro dal sempre grande De Sica, il quale ci regala l’ennesimo, cinico personaggio che, tanto viscido quanto divertente, testimonia ancora una volta la sua influenza sulla futura recitazione del figlio Christian.
Fino ad un tipico epilogo con morale da favola e l’amore che trionfa, oltre che verbalmente dispensatore di un messaggio da destinare a tutti i nostri politici: “Non si può governare un popolo senza conoscerlo, il cervello bisogna conservarlo per il governo, non per le donne degli altri”.
A lanciarlo in dvd è 01 distribution, da tempo impegnata a riscoprire su supporto digitale rari titoli appartenenti alla library Titanus.

Francesco Lomuscio

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Al via le riprese di “Terraferma” il nuovo film di Emanuele Crialese

Posted on 14 giugno 2010 by Giorgiana Sabatini

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Sono iniziate le riprese di Terraferma il nuovo film di Emanuele Crialese. Il regista romano torna dietro la macchina da presa dopo Nuovomondo, vincitore nel 2006 del Leone d’Argento a Venezia.
Scritto da Emanuele Crialese con Vittorio Moroni, Terraferma racconta la storia di un’isola siciliana, di pescatori, quasi intatta. Appena lambita dal turismo, che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità degli isolani. E al tempo stesso investita dagli arrivi dei clandestini, e dalla regola nuova del respingimento: la negazione stessa della cultura del mare, che obbliga al soccorso. Una famiglia di pescatori con al centro un vecchio di grande autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore e un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Tutti messi di fronte a una decisione da prendere, che segnerà la loro vita.
Fanno parte del cast Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Mimmo Cuticchio, Martina Codecasa e  Filippo Pucillo, già visto in Respiro e Nuovomondo.

Terraferma è prodotto da Cattleya in collaborazione con Rai Cinema e sarà distribuito da 01 Distribution

Le riprese del film si svolgeranno a Linosa e a Malta per  12 settimane.

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Bright Star

Posted on 10 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Le carte c’erano tutte perché l’ultimo film dell’australiana Jane Campion, Bright Star, si risolvesse in una melensa e interminabile narrazione di 120 minuti: invece no, nonostante il genere biopic (si parla della vita del poeta romantico John Keats), l’ambientazione ottocentesca e la poesia come leit motiv di tutta la pellicola, l’ultimo lavoro della regista premio Oscar per Lezioni di piano (1993) riesce a emozionare, restando credibile e non cedendo alla tentazione del romanticismo smielato.

Campion rispolvera la storia di uno dei poeti considerato, ad oggi, tra i maggiori esponenti della corrente romantica: l’inglese John Keats (interpretato dalla giovane promessa Ben Wishaw), morto nel 1821 a soli 26 anni, stroncato da una terribile tubercolosi. La malattia lo allontanerà per sempre dalla sua Fanny Brawne (la altrettanto brava Abbie Cornish), la vicina di casa, conosciuta tre anni prima, che diventerà l’amore della sua vita, e da cui si separerà alcuni mesi prima di morire in solitudine a Roma, dove era stato mandato nella speranza che il clima lo aiutasse a guarire. Il loro non è un amore facile, né tantomeno scoccato al primo incontro. I due appartengono, infatti, a mondi lontanissimi sul piano culturale: lui, una mente privilegiata, dotato di un incredibile talento per la composizione poetica (riconosciutogli troppo tardi, come spesso accade, quando lui si riteneva ormai un fallito); lei, una studentessa di moda di buona famiglia, tutta intenta a cucirsi abiti di stoffe pregiate, e a indossare cappelli all’ultimo grido. Una sciocca insomma, o una ‘civettuola’, come la considera Mr Brown (Paul Schneider), il rude ma simpatico amico di Keats, che ostacolerà fino alla fine l’amore tra i due, geloso di ogni gesto del poeta con cui condivide la casa e il lavoro, e scettico verso l’avvicinamento a una persona così apparentemente frivola. Ma anche la madre di Fanny (Kerry Fox) dovrà arrendersi al legame che, mese dopo mese, i due coltiveranno e solidificheranno fino a renderlo indissolubile, anche se impossibile per l’estrema povertà del poeta. Un matrimonio non era ipotizzabile in quelle condizioni, le convenzioni del tempo non lo permettevano.

Eppure Fanny se ne infischia: aggira tutti gli ostacoli, evita i controlli della piccola sorella e del fratello, cui la madre assegna il compito di seguirla, e vuole entrare nel mondo di Keats, prima sostenendolo nella sofferenza per la perdita del giovane fratello, poi chiedendogli di insegnarle la poesia. Da lì sarà un crescendo di passione e struggimento, tra sentimenti ossessivi e picchi di creatività per John, ispirato proprio da Fanny nella sua migliore produzione. L’arte (che sia poetica o sartoriale) esaltata dunque dall’amore, quasi un suo prolungamento.

Bright star è proprio il titolo di un’ode che Keats dedicò a Fanny, e solo uno dei tanti brani snocciolati nell’arco del film, ad accompagnare il racconto dell’innamoramento. Niente a che vedere però con il Romeo+Giulietta di Leonardo Di Caprio e Claire Danes (1996): qui non c’è niente di romanzato, ma solo le parole autentiche di un autore, mai rivalutato a sufficienza.

La regista Campion adotta il punto di vista di Fanny per dipanare gli snodi della storia, a tratti monca, fatta di piccoli e delicati momenti da condividere in coppia e di dolorosissime separazioni forzate, riempite però da un carteggio mozzafiato (di cui non restano che le lettere di Keats, che Fanny conservò per tutta la vita insieme all’anello di fidanzamento che non tolse mai). “Anche se me lo imponessi, non potrei” rispondeva lei a chi le consigliava di dimenticarlo e cercarsi un altro fidanzato. Difficile non condividere da spettatori le emozioni dei personaggi, tanto sono ben rappresentate sullo schermo, accompagnate da paesaggi di campagna bellissimi, che si aprono su distese fiorite e scorci luminosi o cupi, a seconda dell’evoluzione della trama. Perfino Quentin Tarantino – si mormora- pare abbia inviato un messaggio alla sua collega per complimentarsi del film. “Mai un innamoramento era stato così ben raccontato”, sembra le abbia scritto.

Ilaria Mariotti

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Saw VI

Posted on 05 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Sesto capitolo della saga dell’enigmista. Sesto capitolo di quella che ormai sembra candidarsi come una storia infinita, perché infiniti potrebbero essere gli omicidi ‘messi in scena’ da Jigsaw, e altrettanto senza fine le loro cause scatenanti, gli ‘errori’ commessi da infinite persone, meritevoli del giudizio dell’enigmista.

Così devono pensarla i detentori dei diritti della saga che, nonostante i risultati al botteghino in USA non abbiano raggiunto gli incassi dei precedenti capitoli, hanno già messo le mani avanti su un prossimo capitolo VII, ovviamente in 3D. Ma torniamo alla parte VI che, proprio in questi giorni, arriva nelle sale italiane, dopo essere stata presentata in anteprima al Fantafestival.

John Kramer (Tobin Bell), l’enigmista, deceduto nel capitolo III, non vuol saperne di abbandonare la scena e, anche se è stato fisicamente soppiantato nella sua missione dal detective Hoffman (Costas Mandylor), riesce ad essere presenza costante per tutto il film, grazie ad apparizioni video-registrate e copiosi flashback.

Saw VI porta la firma di Kevin Greutert (The strangers, 2008), new entry nelle fila del fenomeno seriale, che però riesce a mantenersi ben al di sopra della soglia di guardia, confermando stile, atmosfere e ritmi serrati che hanno fatto di Saw la saga più seguita degli ultimi anni, al punto da poter sfornare con sicurezza un capitolo all’anno dal 2004 ad oggi.

Due i punti chiave attorno a cui ruota questo sesto capitolo: una misteriosa scatola contente sei buste, che Kramer lascia in eredità alla moglie Jill (Betsy Russel); e la figura del direttore di un’agenzia medico-assicurativa, William Easton (Peter Outerbridge), uomo freddo e spietato che ha costruito un impero finanziario, negando assicurazioni sulla vita a gente malata e bisognosa.

Tempo prima, il nostro caro assicuratore, amico di Jill, arrivò a sfidare involontariamente l’enigmista, proprio negandogli la copertura assicurativa durante la sua lotta contro il cancro.

Si sa, Jigsaw non perdona; ma quella postuma del signor Kramer è molto più che una vendetta personale.

Siamo di fronte ad una pesantissima critica del sistema sanitario USA. Quella architettata nel più piccolo particolare da Kramer, e messa in atto dai suoi “discepoli”, è una violenta riscossa contro i soprusi perpetrati per anni da William Easton ai danni di povera gente senza difese.

Una rivolta: la vita stessa che rivendica il suo valore reale a chi l’ha centellinata, moneta per moneta, come fosse proprietà privata.

Non mancano scene di puro gore, che ormai sono il marchio di fabbrica della saga, e di altri film nati all’ombra del torture porn. Per i cultori del sottogenere si inizia bene già dalle prime sequenze: una donna afroamericana e un uomo in sovrappeso dovranno alleggerire di mezzo chilo il peso del proprio corpo in un solo minuto, per liberarsi dai trapani che gli perforeranno il cranio. L’uomo ha tanto strato adiposo da asportarsi dolorosamente, la donna dovrà decidere a cosa rinunciare. Ovviamente solo il più veloce resterà in vita.

Un capitolo VI meno stanco dei precedenti e con un finale aperto.

Accomodatevi, il pranzo è servito.

Luca Ruocco

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La nostra vita

Posted on 20 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Mentre costruisce mattone su mattone una palazzina della periferia romana, Claudio (Elio Germano) vede andare in pezzi la sua famiglia per l’improvvisa morte della moglie (Isabella Ragonese), con cui ha messo al mondo tre figli.

“Quando la vita ci mette davanti alla perdita delle persone più care” dice Daniele Luchetti, unico regista italiano in competizione per la Palma d’oro al Festival di Cannes, “spesso ci trova del tutto impreparati ad accettarla e a gestirla, come è successo a me quando a 33 anni ho perso mio padre”.

La stanza del figlio di Nanni Moretti aveva già affrontato nel 2001 il delicato tema del lutto, ma questa  pellicola, fatta di riprese alla luce del giorno e di primi piani dalla forte carica emotiva, colpisce per energia e vitalità. Il film accende i riflettori sulle nostre fondamenta, addentrandosi fra pilastri e calcinacci dell’industria delle costruzioni, dove il lavoro nero e gli incidenti non denunciati sono situazioni ‘ordinarie’, in un Paese abituato a considerare ‘normale’ l’illegalità. Il proletariato è raccontato senza sconti e senza celebrazioni, evitando pregiudizi e strumentalizzazioni socio-politiche. “Ho cercato soprattutto l’autenticità – spiega il regista – al punto da eliminare le scene più comiche e drammatiche della sceneggiatura”. Sebbene il protagonista sia dichiaratamente maschilista, il film sottolinea che è l’elemento femminile a determinare l’equilibrio e a mediare gli affetti della famiglia, tanto che alla morte della moglie Claudio si occupa solo dei bisogni materiali dei figli, ma non parla mai con loro.

La frase emblematica “non lo so, comunque se lo sapessi non saprei spiegartelo, ma se lo sapessi spiegare non capiresti” è il manifesto dell’incomunicabilità che attraversa tutta la pellicola e che attanaglia una società dedita all’avere invece che all’essere.

Lucilla Colonna

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Christine Cristina

Posted on 12 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Per Simone de Beauvoir Cristina da Pizzano è stata una delle poche voci femminili ad aver impresso un segno profondo nella letteratura, meritevole di essere ricordata come una delle figure più importanti del Trecento. Donna fuori dal comune, italiana d’origine ma francese d’adozione, Cristina è stata infatti l’unica poetessa che riuscì in quel periodo storico, caratterizzato da un’imperante maschilismo, a guadagnarsi da vivere scrivendo poesie e trattati graditi in ambiente cortese. Dialogò con i più importanti intellettuali del suo tempo e prese la parola per contrastare la diffusa misoginia, muovendosi sempre con prudenza e misura, ma anche con sagacia e decisione in difesa della pace per indurre al riconoscimento della dignità delle donne. Arrivò a conquistarsi grande fama internazionale, ma dopo la morte la sua letteratura è stata dimenticata o quasi.

Ci ha pensato ovviamente un’altra donna, Stefania Sandrelli, con Christine Cristina, a ricordare la figura di questo personaggio esemplare, ripercorrendo le tappe della sua vita e raccontando la sua storia.

Christine (Amanda Sandrelli), rimasta vedova a causa degli scontri tra Armagnacchi e Borgognoni, si ritrova sola a crescere due figli senza l’aiuto economico né la protezione di alcuno. Trova ospitalità solo in Thérèse (Paola Tiziana Cruciani), una ex governante che vive in una barca ancorata lungo il fiume con il marito, e il menestrello Charleton (Alessandro Haber)  con il quale inizia a comporre versi. Grazie anche all’aiuto del prelato Jean de Gerson (Alessio Boni), Christine pubblica le sue opere, dedicate alle cose semplici, vicine ai deboli e alle donne e totalmente in contrasto con la poetica accademica, artificiosa e ampollosa dell’arrogante Gontier (Stefano Molinari), riuscendo a fare dell’ardore della sua penna il proprio mestiere.

Coraggiosa, determinata, caparbia, intelligente. Questa donna dimostra di essere un perfetto soggetto cinematografico, ma nella pellicola Sandrelli, colpa forse anche l’inesperienza, non riesce ad imprimerle quella carica rivoluzionaria e quello spirito sovversivo assolutamente fondamentali. Chiamando a raccolta l’intera famiglia, a cominciare dal compagno che ha fatto da co-regista, per finire alla figlia e al genero, la vita di Cristina qui raccontata pare essere una specie di bella favola a lieto fine, dove le lotte e la difficila strada verso la realizzazione vengono omesse o narrate di sfuggita, quasi a non voler rovinare l’incanto. L’intento di fare di questa poetessa una figura emblematica in contrapposizione alla logica del poeta cortese, assoggettato ai voleri dei signori, poteva essere un’idea molto interessante e meritava sicuramente un po’ più di coraggio da parte della regista. Tutto sfuma in un’atmosfera pacata e politically correct dove purtroppo il poetico si confonde con il prosaico.

Alessandra Agapiti

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Matrimoni ed altri disastri

Posted on 22 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Questa pellicola, decisamente mal riuscita, è un buon invito ad una riflessione di sostanza per chi fa cinema in Italia, specie le donne. Nina Di Majo, la regista in questione (classe 1975), ha alle spalle una buona gavetta con un pezzo di cinematografia napoletana di metà anni ‘90 (Martone, Incerti, De Lillo) che, per la carica di rottura con il passato, era stato soprannominato “scuola napoletana”. Ha spiccato poi il volo con due film parzialmente riusciti: Autunno (1999) e L’inverno (2002) nei quali ha decisamente strafatto per manierismo e taglio (brutta copia di Antonioni), mantenendosi comunque coerente con uno stile e una poetica autoriale da cui avevano preso le mosse i suoi primi cortometraggi. Otto anni dopo, la ritroviamo, irriconoscibile, con questa commedia.

Non è affatto il passaggio di atmosfere a sconvolgere: se in Italia oggi si riuscissero a realizzare commedie brillanti, intelligenti, divertenti, unite ad una grammatica filmica originale, saremmo i primi a gioirne (ma questo è un altro discorso). Sconvolge letteralmente la caduta in basso, perpendicolare. Da vette troppo eccelse per una ‘principiante’, la regista (dotata di un temperamento non comune) è improvvisamente affetta da presunta ‘umiltà’ cinematografica. Perché la storia che ci racconta è di una banalità imbarazzante, carta carbone di tanti filmetti politically correct dove ci si mette dentro un po’ di finto alternativismo, una sceneggiatura e dei dialoghi che non conducono a niente e, soprattutto, una generalizzazione e una semplificazione di tematiche che dovrebbero responsabilizzare chi le tratta, anche (e a maggior ragione) in chiave leggera: matrimonio, solitudine e identità femminile, famiglia, compromessi con la vita.

Andiamo per gradi: Nanà è una 40enne single (anche questo è il tema dell’anno, le donne senza uomo) chiusa in se stessa dopo una storia andata male. Vive a Firenze, in un bel ‘quartino’ (per usare un termine almeno napoletano, visto che la Di Majo non ha potuto girare neppure nella sua città, Napoli, per esigenze produttive) storico; di estrazione borghese, è la classica donna che ha tutto e non ha niente. Abita con un gatto (altra originalità di script narrativo), ha una libreria (altra novità, la donna pseudocolta), e ospita un inetto filmaker svedese che si rifà al Dogma (Lars von Trier mica poteva mancare quale riferimento culturale medio?). In aggiunta, è cotta di uno scrittore vecchio e noioso che non se la fila per niente. Questa donna è parte di una famiglia che naturalmente la destabilizza e, cosa ancora più grave, la sua sorellina minore Beatrice (ovviamente più spigliata e bella, altra originalità) sta per sposarsi. E Nanà, che di matrimonio non vuol sentir parlare (altra visione controcorrente, in quanto oggi va tanto di moda abiurare il matrimonio), si troverà, suo malgrado, a dover organizzare i preparativi della cerimonia e a doverlo fare col futuro cognato Alessandro, un ragazzotto cresciuto a pane e fare, poco colto, molto rozzo ma genuino e coerente nell’essere quello che è. Questa organizzazione forzata permetterà alla nostra zitellona di approfondire la conoscenza con Alessandro, di entrare meglio nelle dinamiche familiari e di scoprire uno ‘scottante segreto’ (sorrido, anche qui si brilla per inventiva e realismo) che taccio per coloro che volessero andare a constatare a schermo pieno le mie impressioni.

Naturalmente tutto è chiuso con happy hand e vuoto assoluto di percezione, farcendoci di luoghi comuni e di uno stile soporifero (dall’uso delle musiche, alla staticità della mdp). A malapena si sorride. Che tale prodotto (commercialmente garantito dalla Buy, la Littizzetto e Fabio Volo, interpreti che faranno rientrare almeno le spese) sia appiccicato al nome di Nina di Majo è una sconfitta per il cinema che ambiva a rappresentare. E lo scrivo con molta amarezza. Con l’amarezza di constatare come in Italia o si ha la fortuna (abbinata al talento, naturalmente) di creare qualità ed incassi come Martone e Sorrentino, oppure il prezzo da pagare per poter stare sul mercato è molto alto. Troppo. Vendersi l’anima.

Maria Cera

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L’uomo nell’ombra

Posted on 05 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Un giovane scrittore inglese (Ewan McGregor) viene incaricato di portare a compimento, come ghostwriter, la stesura dell’”autobiografia” dell’ex primo ministro inglese Adam Lang (Pierce Brosnan), dopo la prematura e accidentale scomparsa dello scrittore che da anni collaborava col politico. Nonostante lo scarso interesse creativo, la proposta è difficile da rifiutare, soprattutto per l’offerta economica davvero succulenta. Il ghostwriter dovrà partire la sera stessa per un’isola sperduta della costa orientale degli Stati Uniti e passare un mese accanto a mr. Lang, per riuscire a scavare nel suo cuore, oltre che nella sua vita politica.

Fin da subito, però, lo scrittore si troverà invischiato in qualcosa di torbido. Qualcosa che sino alla fine non riuscirà a mettere a fuoco, ma che, ugualmente, lo imprigionerà sin dal momento in cui, ancora prima di incontrarlo, verrà a conoscenza delle accuse di terribili crimini di guerra mosse verso l’ex primo ministro.

Roman Polanski, in sala dopo cinque anni dal suo Oliver Twist (2005), torna a calcare le assi del thriller, stavolta condito in salsa politica.

L’uomo nell’ombra, tratto dal romanzo The Ghostwriter di Robert Harris (con cui il regista ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura del film), specula in maniera elegante, e mai sopra le righe, sul tema del “non fidarti di nessuno”.

Il ghostwriter si troverà ad indagare sui possibili trascorsi dell’ex premier britannico come agente segreto della CIA, e sulla possibilità che l’incidente in cui lo scrittore che l’aveva preceduto aveva perso la vita sia in realtà doloso; come se non bastasse si troverà a fare da spartiacque nella non più felice vita matrimoniale dei coniugi Lang.

A dividere le scene con l’anonimo ma acuto protagonista è il manoscritto redatto dal suo predecessore che, quasi pronto per la stampa, oltre a contenere, ben criptata, la soluzione del mistero che aleggia attorno alla famiglia Lang, ruberà definitivamente la scena al suo comprimario in un eccezionale finale che, purtroppo, rappresenta l’unica vetta raggiunta da L’uomo nell’ombra.

Polanski firma un’opera insapore, istruita ma troppo impersonale, quasi a voler dimostrare una supremazia data al romanzo di Harris, cui si deve la trovata davvero originale di trasformare il navigatore satellitare di una delle auto di servizio della magione Lang nel più fedele informatore dello scrittore.

Ma se Harris si mostra attento e presente, attraverso il lavoro di adattamento del romanzo, e il giovane protagonista non vuol proprio saperne di vivere nell’ombra del suo assistito, chi sembra scomparire è proprio Polanski (ghostdirector più che ghostwriter), di cui si riconoscono sicuramente le forti dosi di humour nero. Viene da chiedersi dove sia finito l’autore di film “fuori dall’ordinario”, come Rosemary’s Baby (1968) e L’inquilino del terzo piano (1975).

Al Festival di Berlino L’uomo nell’ombra è riuscito, comunque, a regalare a Roman Polanski l’Orso d’Argento come Miglior Regia.

Luca Ruocco

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Happy family

Posted on 24 marzo 2010 by Luca Biscontini

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A poco più di un anno di distanza dal cupo Come Dio comanda, Gabriele Salvatores torna in sala confermandosi ancora una volta l’eclettico sperimentatore di sempre. Dopo aver manifestato a più riprese l’affinità elettiva con Niccolò Ammaniti, il regista scova un altro giovane scrittore italiano, Alessandro Genovesi, autore di Happy Family, romanzo che ha già ispirato l’omonimo spettacolo teatrale da anni in giro per l’Italia. Salvatores trova così l’occasione per lanciarsi di petto nella commedia, dopo le incursioni delle ultime produzioni nel genere drammatico, con venature più o meno noir. È invece di piena luce e pieni colori, anche piuttosto saturi, che vive questo Happy Family, con un Fabio De Luigi improvvisato sceneggiatore alle prese con una storia scritta da egli stesso e di cui non riesce a liberarsi, rimanendone impigliato in prima persona. Si troverà infatti fisicamente coinvolto nel confronto tra le due famiglie molto diverse che ha messo al centro della sua storia, costrette ad una cena comune poiché i rispettivi figli appena adolescenti hanno deciso di convolare (prematuramente) a nozze.

Il film, dunque, iscrive nel registro della commedia tematiche pirandelliane e suggestioni, almeno sulla carta, metacinematografiche. E, in effetti, la pellicola elargisce un numero più che consistente di risate, merito soprattutto di un cast in parte azzeccato e ben diretto (la coppia Abatantuono-Bentivoglio su tutti) e di una regia e un montaggio in grado di guidarne il passo. Molto più difficili da digerire e giustificare parecchie ingenuità alla base del disegno drammaturgico e registico che vedono avvicendarsi insistiti sguardi e dichiarazioni in macchina dei vari personaggi a mo’ di diario filmato, che spesso si trasformano in degli “a parte” forse di derivazione teatrale che mal funzionano in un film che decide, fra l’altro, di inserire la ribellione dei “personaggi in cerca d’autore” dentro lo schermo del pc del loro distratto e incostante Pigmalione. Non sono tanto le scelte in sé per sé a funzionare poco, quanto il fatto che diventino tasselli di un congegno drammaturgico piuttosto macchinoso, i cui incastri sembrano di volta in volta fare fatica a incontrarsi senza emettere un certo stridore e che, invece di mettere l’accento sulla presunta dimensione metacinematografica e i diversi livelli della finzione (cinematografica), finiscono per scoprire unicamente proprio le forzature necessarie per produrli. Così, come, a conti fatti il monologo iniziale di De Luigi sullo stato di paura che attanaglia le vite del mondo intero fa il paio con qualche dialogo fin troppo spiegato.

In ogni caso, va riconosciuto a Salvatores, così come ad Italo Petriccione, direttore della fotografia e a Rita Rabassini, scenografa, il merito di aver curato una messa in scena suggestiva, basata spesso su una dominante di colore all’interno delle scene volte a regalare un effetto antinaturalistico alla città di Milano, che non a caso diventa davvero protagonista solo in una sequenza girata in bianco e nero. Quest’attenzione affatto banale applicata ad un genere come quello della commedia, che nel nostro Belpaese fa davvero fatica ad innovarsi e che trova qui un esempio, seppur non privo di difetti, ma anche originale per certi versi, conferma almeno la tendenza di Salvatores a misurarsi instancabilmente e coraggiosamente con progetti sempre diversi.

Viviana Eramo

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Mine vaganti

Posted on 12 marzo 2010 by Luca Biscontini

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“Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre”: nell’ultimo film di Ferzan Ozpetek ,“Mine vaganti”, è il  monito della nonna al nipote Tommaso (rispettivamente Ilaria Occhini e Riccardo Scamarcio), prima di dare l’addio al mondo in una forma speciale, a concedere un ultimo atto di libertà. Non l’aveva mai fatto prima, lei che era vissuta nel ricordo di un amore impossibile, un sogno rimasto spezzato. E il rischio è che questa condanna si abbatta di nuovo sulla sua famiglia, un ricco e ultraborghese “clan” di un’assolata Puglia salentina, titolare di un pastificio che nessuno dei due figli maschi (oltre a Tommaso c’è Alessandro Preziosi nei panni di Antonio) vuole continuare a gestire, esclusa la femmina, destinata, come ovvio, a un futuro da casalinga.

E’ così che Ozpetek presenta al pubblico i suoi Cantone, co-sceneggiati insieme a Ivan Cotroneo: un’allegra famiglia del Sud graniticamente attaccata alle tradizioni, dove alle “mine vaganti”, Scamarcio, Preziosi e Occhini, si oppongono un padre ossessionato dalla buona reputazione (l’immenso Ennio Fantastichini), una madre amorevole, ma schiacciata dal peso del suo ambiente (Lunetta Savino) e una zia (Elena Sofia Ricci) bizzarra, anche lei finita, con mille rimpianti, nei cunicoli della vita borghese.

Cosa c’è di tanto clamoroso in questa classica famiglia della buona borghesia? C’è che i due rampolli predestinati a un futuro da imprenditori nell’azienda di famiglia amano persone del loro stesso sesso, e proprio quando vorrebbero finalmente fare coming out davanti a tutto il parentado, e vivere felici la propria esistenza, uno dei due – il primogenito Antonio – anticipa l’altro, stanco di soffocare da sempre i sentimenti. Tommaso, rientrato a Lecce da Roma per iniziare un futuro da scrittore, e non da laureato in economia come aveva fatto credere, dovrà ancora una volta attendere il suo turno, aspettando che termini l’estate assieme all’amica Alba (Nicole Grimaudo), ragazza dal passato tormentato, e alla cricca di amici romani arrivati nel Salento per le vacanze: quattro spassosissimi gay che tentano di dissimulare la loro ridondante omosessualità  ai Cantone, una vera chicca nella nuova commedia di Ozpetek.

Adesso “c’è molta più sfiducia nel prossimo” ha dichiarato Ozpetek commentando una battuta del film in cui si contrappongono il 2000 e l’oggi, caratterizzato dall’effetto 11 settembre. E’ questo il tema di “Mine vaganti”, intrecciato a quello dell’amore nella sua manifestazione più complicata: la famiglia, con i suoi difetti e le sue virtù. Con il risultato di una pellicola riuscita, leggera e ariosa, ma per niente scontata.

Ilaria Mariotti

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Il mio paese

Posted on 08 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Daniele Vicari (Velocità massima e L’orizzonte degli eventi) è tornato nelle sale. Questa volta con un documentario. Ed ancora una volta è l’economia il motore della sua ricerca. Una ricerca che il regista ha intrapreso diversi anni fa e che oggi lo ha portato a ripercorrere i passi di Cesare Zavattini, il quale, negli anni Cinquanta aveva in mente un lavoro omonimo. Una ricerca che non è il solo ad avere intrapreso e che prende il la proprio da un documentario economico commissionato dall’Eni di Mattei a Joris Ivens.

Il regista ha lavorato due anni, girando dalla Sicilia al Veneto, portando alla luce un affresco toccante di un paese che vive in bilico tra un passato mai morto ed un futuro che non riesce bene a focalizzare. Il regista parte da un impegno politico per passare attraverso quello antropologico e sociologico ed arrivare a porre domande importanti sullo stato di un paese, delle sue aspettative e delle enormi potenzialità che esprime. Mai retorico e sempre teso alla ricerca di una linea rossa tra passato, presente e futuro, il documentario, pur non essendo didascalico, comunica con chiarezza una sorta di nuovo corso da cercare, una nuova via da intraprendere.

Dall’estrema povertà e disorganizzazione del sud, alla maestosa grandezza dei cantieri del nord, Vicari trova la chiave di lettura universale di un’economia che sta cambiano, di una mentalità che fa fatica a cambiare e di un paese che lavora tutti i giorni e produce. E ancora una volta ci propone un esempio di delicatezza registica legata ad una struttura aperta che fa di questo documentario, nonostante la mole di materiale visivo, un piccolo capolavoro.

Fabio Sajeva

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Nine

Posted on 30 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Nine è il personale punto di vista di Rob Marshall, il regista dell’osannato Chicago, su uno dei capolavori indiscussi del cinema italiano : 8 e ½. Con un cast straotdinario che comprende roboanti nomi del panorama hollywoodiano come Daniel Day-Lewis, Nicole Kidman, Marion Cotillard, Penelope Cruz, insieme agli inaspettati Ricky Tognazzi, Valerio Mastandrea e Sophia Loren, ritroviamo l’Italia del 1965, al culmine del processo cinematografico.

Il film non vuole essere il remake dell’opera di Fellini, quanto piuttosto l’adattamento cinematografico del musical di Broadway “Nine”. A vestire i panni di Guido Contini, il regista in piena crisi creativa sul set del suo nono film “Italia”, è un brillante Daniel Day-Lewis. Il premio Oscar nel 2008 con Il Petroliere è qui costretto, tra ansie e tormenti che gli tolgono il respiro, ad affrontare tutte le donne della sua vita come la moglie Luisa, ovvero, dall’incantevole Marion, la focosa amante Carla, la musa Claudia e la defunta madre ‘Sophia Loren’ che gli appare sotto forma di spettro. Punto di forza del film è la musica rielaborata ad hoc dal compositore dell’omonima opera di Broadway, Maury Yeston, che presenta fra l’altro ben tre nuovi brani. Ma la musica da sola non basta a riproporre la ‘poetica visionaria’ di Fellini: si ha la sensazione che i diversi personaggi mal si accordino tra loro, mostrando la metafora del ‘circo’ in tutta la sua fragilità.

C’è troppa ‘America’ in quest’opera d’ispirazione italiana. Ne viene fuori, infatti, un Paese di luoghi ‘comuni’, privati della magia del Fellini, e di un gruppo di interpreti nostrani che raccolgono gli scampoli dei ruoli destinati ai grandi. Ben presto l’omaggio lascia posto al disappunto per via di un passato che più non ci appartiene…

G. M. Ireneo Alessi

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Brothers

Posted on 28 dicembre 2009 by Ireneo Alessi

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Cosa manca ad un film per far uscire dalla sala lo spettatore con un giudizio netto? Se il film in questione è “Brothers” di Jim Sheridan lo spettatore ha davanti a sé due quesiti: è un film sulla guerra come devastazione intima? Oppure un vortice di conflitti relazionali dove la Storia è un sottofondo rumoroso?

Sam Cahill (un convincente Tobey Maguire), un giovane capitano dei Marines, sorriso d’atleta e moglie (un’ottima Natalie Portman) e figlie negli spazi ameni del Minnesota, viene dato per disperso in Afghanistan, e sarà il fratello ex galeotto Tommy (un bravo Jake Gyllenhaall) a prendersi cura della vedova e prole, riscattandosi dal ruolo di pecora nera nella famiglia Cahill. Ma Sam torna e qualcosa è davvero cambiato. Il duplice quesito iniziale potrebbe risultare irrisolto ma Sheridan è tutto lì, come lo ricordiamo, fin dai tempi di “Nel nome del padre”, dove l’inferno non era solo tra le mura domestiche ma anche fuori, dove sinistre ombre belliche di guerre, più o meno dichiarate, ferivano chi sopravviveva alla trincea, anche metaforica. “Brothers” è un racconto intimo e semplice, sulle ferite della grande storia su una famiglia altrettanto semplice, american middle class, che rimette in gioco equilibri parentali e familiari, già confusi per definizione.

Sheridan riflette sui ritorni dei reduci: dal Vietnam o dall’Afghanistan, poco cambia. La scelta “militare” (disciplina? disumanità? spirito corale?) è comunque totalizzante e ben lo hanno appreso gli attori principali visitando campi militari e studiandone le dinamiche. Tratto dal dramma del 2004 “Non desiderare la donna d’altri” di Susanne Bier, opera che pare abbia influenzato e ispirato il produttore Sighvatsson.

Natasha Ceci

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L’uomo nero

Posted on 13 dicembre 2009 by Ireneo Alessi

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Gioco, ricordo, sogni, visioni. Piacevole e brillante sorpresa dal cinema italiano. È non è poco. Nonostante alcuni difetti “genetici” (primo fra tutti, il ridondante Nicola Piovani, narrato musicale che spezza un ritmo proprio che la mdp, la scrittura e gli attori assorbono e riproducono con la massima naturalezza).

Ha una sua luce, L’uomo nero, favola moderna e dolce di un essere umano e del suo sogno; di un figlio e dell’immagine del padre. Anni ’60: Ernesto Rossetti è un capostazione di un piccolo paese, ossessionato dalla pittura, sua vera missione, assorbita e vissuta come emancipazione da un’esistenza statica e piatta. Quest’anelito condiziona coloro che gli stanno attorno, moglie e figlio in primis, che subiscono gli umori, le contraddizioni e le debolezze di un uomo, dimentico dei propri ruoli (marito e padre), che esprime solo se stesso. Gabriele, bambino vivace e immaginifico, convive con una figura paterna che non gli dà riferimenti, rifiutata sistematicamente quale modello. Ma la vita, maestra per tutti, lo porterà, adulto, a scoprire un segreto che gli permetterà di comprendere “l’essenza umana” di suo padre.

Rubini torna alla Puglia e ai suoi colori, che ben si mescolano con Cézanne, con il viaggio e l’immobilismo, con la tipicità di figure di provincia piccole, tristi e divertenti. Quasi tutte ben riuscite, Riccardo Scamarcio incluso (rispetto ai film visti, credibile per la prima volta): uno zio Pinuccio scapolo impenitente, fregato dalla corrente elettrica. Rubini è quasi giunto a un piccolo miracolo: segnate queste due scene. 1) Gabriele che si toglie le scarpe e corre tra i vicoli a giocare con i monelli del paese. 2) Gabriele che va a prendere l’acqua al cimitero e attraversa le tombe dei bambini morti. La mdp corre e ansima insieme a lui, e noi con essa, dentro un movimento e un respiro cinematografico fluido, denso e vibrante. Ho odorato François Truffaut dentro queste scene, ho quindi odorato per due volte la poesia del fare cinema.

Maria Cera

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Domani torno a casa

Posted on 09 novembre 2009 by Salvatore Insana

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È da 15 anni che Emergency frequenta i luoghi di guerra, intervenendo a sostegno delle tante vittime dei conflitti, delle ingiustizie e delle povertà che ne derivano. Paolo Santolini e Fabrizio Lazzaretti hanno seguito per oltre due anni il lavoro che i medici e gli altri volontari dell’associazione hanno svolto tra Khartoum, dove un nuovo centro cardiochirurgico ha permesso di salvare le vite di numerosi profughi sudanesi, e Kabul, nel cui centro per vittime di guerra afghane vengono curati molti bambini feriti dalle mine anti-uomo.

Seguendo in montaggio parallelo le vicende di due minori, Yagoub, afgano di sette anni, e Murtaza, quindicenne sudanese sofferente di una patologia cardiaca, il documentario, con sguardo umano ed attento alla non spettacolarizzazione della tragedia, ci conduce in contesti dove la sofferenza e la morte fanno parte integrante della quotidianità del vivere.

I due registi evitano le interviste, provano a non fictionalizzare troppo la “realtà”, tentando piuttosto un approccio diretto – con mdp sempre vicina ai volti e poca cura per l’inquadratura – al materiale umano con il quale si confrontano. Ne esce un reportage che, pur non pretendendo l’obiettività, ha nel cinéma-verité i suoi riferimenti etico-linguistici e che raramente scende a patti con il sentimentalismo. Si entra senza mediazioni dentro le storie dei due giovani, ancora una volta simbolo di quell’ innocenza perduta per cause più grandi di loro, ancora una volta costretti ad una iniziazione alla sofferenza mai quanto qui letteralmente a prova di fuoco.

È lecito, e non troppo fuori luogo, pensare che documentari come questo, e tutto un certo cinema più attento alla ricerca e alla conoscenza che all’intrattenimento, svolgano un ruolo analogo a quello di Emergency nell’intervenire fattivamente in quella guerra mediatica dell’immaginario che spesso ci allontana dalla realtà e dall’impegno per relegarci a spettatori del risaputo e del conciliante.

Noi spettatori, vittime di un bombardamento e di astuzie tanto crudeli quanto quelle delle mine anti-uomo, possiamo, attraverso uno sguardo diverso sul mondo, riconquistare la nostra libertà di vedere e di pensare.

Salvatore Insana

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Lezione 21

Posted on 08 novembre 2009 by Lucilla Colonna

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La curiosa storia della fine di un giovane maestro di musica, morto assiderato mentre suonava il violino e seppellito con il proprio strumento ad arco congelato fra le mani, è l’attacco a effetto di una lezione universitaria del professor Mondrian Killroy (John Hurt), più precisamente della sua lezione numero 21, da lui interamente dedicata alla spiegazione in aula del come e perché venne composta e rappresentata per la prima volta nel 1824 a Vienna la nona sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Così Alessandro Baricco ha scelto di esordire alla regia cinematografica, concentrando l’attenzione su quello che è considerato uno dei capolavori della musica classica e affidandosi a un vecchio personaggio della sua fantasia di scrittore, il bizzarro accademico Killroy appunto, che già fra le pagine del romanzo “City” (Rizzoli, 1999) si lanciava in dissertazioni illuminanti quanto dissacranti sui capolavori dell’arte occidentale. Una curiosità: il professore “letterario” di Baricco si scagliava anche contro il cinema, responsabile secondo lui della diseducazione dello sguardo in fatto di scelta della distanza e della sequenza -…essendo il cinema uno sguardo costantemente obbligato, per così dire vicario, despota, tiranno…-. Se queste parole celano il pensiero dell’autore, probabilmente aiutano anche a capire l’intento registico di Lezione Ventuno, che sembra fare di tutto per offrire allo spettatore molteplici spunti di immaginazione e diverse fonti di informazione per un percorso meno obbligato e scontato possibile. Non c’è un narratore, ce ne sono dieci, cento, chiunque sembra chiamato a dare il proprio contributo alla storia. Ma in questo modo la sceneggiatura risulta frammentaria, a tratti sembra andare avanti a fatica, e l’effetto complessivo della moltitudine di personaggi che compaiono sullo schermo è spaesante.

Girato in lingua inglese fra le foreste ghiacciate del Trentino e Londra, il film vanta un cast internazionale, in cui spiccano il giovane australiano Noah Taylor e l’anziana scozzese Phyllida Law.

Lucilla Colonna

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Dawson, isla 10 (Festival di Roma 2009 In concorso)

Posted on 04 novembre 2009 by Luca Biscontini

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Santiago 1973. Dopo il colpo di stato, alcuni leader dell’Unidad Popular vengono trasferiti sull’isola di Dawson, un campo di concentramento situato nello stretto di Magellano. Tra i detenuti erano presenti anche ex-ministri del governo Allende. Il regime golpista legittimò il rovesciamento della volontà del popolo cileno, proclamando la lotta contro l’Internazionale Comunista, di cui Allende era considerato il nuovo esponente sudamericano. La politica progressista e soprattutto la riforma agraria, che prevedeva la redistribuzione delle terre ai contadini, furono le misure che scatenarono la reazione dell’esercito cileno, pilotato dall’establishment americano. Dopo mesi di reclusione e condizioni estreme i prigionieri politici vennero finalmente liberati grazie all’intervento delle Nazioni Unite, della Croce Rossa e anche del leader democratico americano Ted Kennedy.
Lo stile del film, sospeso tra il documentario e la rappresentazione, è molto sobrio e, per certi versi, ricorda non poco, soprattutto per la fotografia e le atmosfere, lo Spielberg del “Salvate il soldato Ryan” e di “Munich”.
Particolarmente commovente la fine del film quando, mentre già stanno scorrendo i titoli di coda, si sente il toccante discorso di Allende che invita il popolo a credere nel suo governo. Applausi.

Luca Biscontini

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Triage (Festival di Roma 2009 In Concorso)

Posted on 04 novembre 2009 by Luca Biscontini

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Danis Tanovic, premio Oscar nel 2002 per “No Man’s Land”, torna con una pellicola difficile da digerire, mettendo in scena, senza retorica, il dramma della guerra.
Mark (Collin Farrel) è un fotoreporter di zone belliche, e il conflitto che va a documentare con il suo miglior amico è quello kurdo-iracheno, che devastò il Medio Oriente durante gli anni Ottanta. Invece di seguire il consiglio del compagno di viaggio e tornare a casa, il nostro protagonista vorrebbe attendere l’inizio delle operazioni militari kurde, per assicurarsi materiale fotografico esclusivo. Poi, rinsavito, sceglie il ritorno, ma il destino riserva ai due una beffa non prevedibile. David (Jamie Sives) incappa in una mina anti-uomo che gli fa esplodere gli arti inferiori. Mark cerca in ogni modo di salvarlo, portandolo sulle spalle per chilometri, fino a quando giunge in prossimità di un fiume privo di guadi. Non potendo percorrere altri itinerari, Mark si getta in acqua col compagno ancora sulle spalle, ma poi in preda al tumulto della corrente è costretto, per non soffocare, a liberarsene. Lo shock è tale che, quando torna a casa, non riesce a far parola dell’accaduto. Solo in seguito ad una psicoterapia riuscirà a svelare l’orribile segreto e a scrollarsi di dosso l’insopportabile senso di colpa.
Riflettere sugli orrori della guerra è sempre cosa buona è giusta, anche se questo film non riesce sempre a trascendere l’architettura della sceneggiatura per calarsi in profondità nel problema.
Ottima e terrificante la sequenza del campo medico kurdo, dove il medico, secondo la gravità dei feriti, distribuisce dei nastrini: giallo è vita, blu è morte.

Luca Biscontini

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Alza la testa (Festival di Roma 2009 In Concorso)

Posted on 04 novembre 2009 by Luca Biscontini

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Alessandro Angelini, dopo l’ottimo “L’aria salata”, torna con un lungometraggio in cui si mescolano molti generi, dalla commedia al racconto di formazione, fino al dramma dai toni introspettivi. Sergio Castellitto fornisce l’ennesima eccellente prestazione, con una performance che tocca diversi registri emotivi.

Antonio (Castellitto) è un ex-pugile dilettante fallito che cerca di riscattarsi con il figlio Lorenzo, sottoponendolo ad un duro e ossessivo allenamento sin dalla tenera età. La madre, Denisa, donna dell’est, se n’è andata da diversi anni, accentuando ulteriormente il senso di disfatta di Antonio, che riversa sul figlio il suo maniacale bisogno di difendersi. Gli costruisce intorno un universo chiuso e, non appena Lorenzo cercherà di evadere, attraverso il professionismo nella boxe e la prima storia d’amore, gli sbarrerà ogni via di fuga. L’esito è tragico: un alterco tra i due costituirà l’antefatto della morte di Lorenzo, causata da una brutta caduta dal motorino. Antonio è fuori di senno e, quando gli viene richiesta l’autorizzazione all’espianto degli organi di Lorenzo, dà un distratto consenso. Poi, preso da un’ossessiva curiosità, va alla ricerca di colui che ha ricevuto in dono il cuore del figlio e, nell’atmosfera nevosa e grigia di una fantasmatica Gorizia, scopre che è un travestito di nome Sonia. Al culmine della disperazione, Antonio vacilla, ma poi riesce a ritrovare un po’ del figlio anche in un essere umano così diverso. Comica e commovente la sequenza in cui, osservando dall’esterno di una piscina la seduta di riabilitazione di Sonia, la esorta, come avrebbe fatto con Lorenzo, ad “alzare la testa”.

Ma non è finita. Sonia, per riscattare un vecchio debito, deve trasportare illegalmente alcune persone di là del confine, in Slovenia. Antonio si fa carico di questa pericolosa missione ma, invece di compierla, libera i passeggeri, tra i quali vi è anche una donna incinta in fin di vita, che trasporta in ospedale. Nella sequenza finale del film Antonio preleva il neonato dalla sala parto e lo ricongiunge alla madre, ancora in stato d’incoscienza, ricucendo, metaforicamente, il distacco tra Denisa e Lorenzo.
Insomma commedia, poesia, dramma, tanti i registri toccati da questo film, piccolo ma prezioso, che rivela un ulteriore segno delle ottime capacità autoriali di Alessandro Angelini.

Luca Biscontini

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