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U23D

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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L’idea di registrare un concerto con il più grande gruppo al mondo utilizzando una tecnologia cinematografica rivoluzionaria è venuta al produttore Steve Schklair: primo (e mai visto) evento live in 3D digitale, U23D è un’esperienza cinematografica unica che regala agli spettatori l’energia di un concerto da stadio del gruppo più popolare al mondo.

Da più di un quarto di secolo, gli U2 sono conosciuti non solo per la loro musica, ma anche per la loro incomparabile capacità di arrivare a milioni di fans, attraverso l’uso delle nuove tecnologie.

La regista Catherine Owens afferma: “Attraverso U23D, Bono voleva andare oltre, cercando di intensificare la già estatica sensazione evocata dai concerti live degli U2.”

Il film, realizzato insieme a Mark Pellington, che ha co-diretto il live shoot e fornito un prezioso sostegno creativo per tutta la post produzione, cerca di catturare la relazione tra i membri del gruppo durante la loro esecuzione e la risonante risposta dei loro fans.

U23D non è un concerto-film né un evento spot, ma un’esperienza cinematografica che porta gli spettatori dentro l’energia pulsante di un concerto da stadio, in un modo inaspettatamente intimo e sorprendentemente realistico.

“La sfida di lavorare con gli U2 e la tecnologia 3D su questo film è stata molto eccitante. Collaborando con gli U2, cammini su una linea fine nel creare arte”, dice la Owens. “Il gruppo è stato coinvolto in ogni passo del processo e avere questo tipo di impegno da loro è stato molto incoraggiante per tutti quelli che hanno lavorato sul set. Grazie alla loro passione per il progetto e il nostro team favoloso, sentivo che insieme avremmo creato un delicato e squisito pezzo di storia.”

“Sentivo che questo film doveva essere una lettera d’amore ai fan degli U2 e quello che serviva idealmente erano delle camere sul palco per i primi piani”, dice Jon Shapiro (produttore del film). “Gli U2 sono passione, politica e amore; in aggiunta, c’è un aspetto predominante che è la loro generosità creativa. È una generosità che ho vissuto personalmente per tutto il tempo in cui ho lavorato con loro.”

Come primo film-concerto girato, prodotto e proiettato in formato digitale 3D, U23D è stato distribuito nelle sale digitali in oltre 38 paesi tutto il mondo.

Luca Biscontini

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Manolete

Posted on 13 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Biopic dall’acre odore di sangue, il film di Menno Mayjes si inserisce in una sorta di trilogia composta di biografie insieme ai film Max (2002) e Capa (2007), l’uno riguardante la storia di un esperto d’arte che ha a che fare con il giovane Adolf Hitler alle prese con la sua passione per la pittura, precedente quella per la politica, e l’altro che racconta la biografia del fotografo Robert Capa durante la guerra civile spagnola.

Manolete, ultima di questa serie di biografie ad arrivare nelle sale, racconta la storia di uno dei più grandi toreri della storia, Manuel Laureano Rodríguez Sánchez, uomo non bello ma dal fascino leggero ed elegante che arrivò a far proclamare il lutto nazionale per tre giorni dal dittatore Franco, all’indomani della sua morte. Manolete (il premio Oscar Adrien Brody) viene tratteggiato da Mayjes come un uomo in preda ad una passione folle per la bellissima attrice dal passato ambiguo Lupe Sino (Penelope Cruz). Lui, attratto dal sangue, dalla morte, dal destino crudele di chi ha scelto un mestiere che lo costringe a confrontarsi con i suoi limiti. Lei al contrario, amante della vitalità, è convinta di poter portare Manolete lontano dall’arena.

Melò caliente, ambientato tra i vicoli delle città spagnole, la plaza de toros e le feste del regime, il film di Mayjes vince sul versante della passionalità con frasi ad effetto pronunciate da Lupe Sino mentre fissa il torero triste come: “Sei il più bel mostro che abbia mai visto”. Nonostante la bravura di entrambi gli attori protagonisti, la storia stenta ad appassionare, causa una pesante prevalenza del Tanatos sull’Eros che finisce per ipotecare il finale ad una prevedibilità troppo accentuata. “Per voi uomini niente è reale finché non sanguina” è un messaggio fin troppo semplice da interpretare per lo spettatore e così il finale si staglia chiaro di fronte agli occhi, tinto di rosso, come le labbra della donna tanto amata da Manolete, come il drappo che il torero lascia scorrere lieve sul dorso del toro, e come il sangue che chiama altro sangue.

Fabio Sajeva

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Chloe

Posted on 10 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Chi è Chloe? Una formidabile storymaker, fabbricatrice di intrecci e metafora del potere fantasmatico e deformante che il cinema esercita sul materiale con il quale entra in contatto, o una mera storyteller impigliatasi nelle turbe mentali di chi non riesce ad aver più fiducia in quello che vede?

L’ultimo film di Atom Egoyan, remake del francese Nathalie… (2003), si insinua negli anfratti oscuri delle trame relazionali alto borghesi, producendo scompensi nell’impalcatura diegetica e nella fruizione di quello che, a prima vista, sembrerebbe un ordinario “psycho-thriller” di coppia.

Girato nella downtown di Toronto, tra lussuosi interni patinati e spazi architettonici di peculiare protagonismo (la Cn Tower, la Ravine House disegnata da Drew Mandel), sceneggiato da quella Erin Cressida Wilson già fattasi notare per l’erotica ironia di Secretary, e prodotto da Ivan Reitman, Choe mette in scena le fragilità insite in ogni rapporto che tenta di sopravvivere a se stesso, tra lo sgretolarsi progressivo dell’intesa, il crollare del controllo razionale, e la necessità di fuggire la solitudine attraverso una continua rinegoziazione dei limiti.

Catherine (Julianne Moore) pensa che David, il marito (Liam Neeson), la tradisca. Incontra Chloe (Amanda Seyfied), una giovane escort , ma già a suo agio in questo ruolo. La incarica di prendere contatto col presunto colpevole. La giovane sembra svolgere con efficienza pericolosamente scupolosa il compito assegnatole, sconvolgendo gli equilibri della stessa Catherine, e portando in superficie inaspettati flussi emotivi.

Ma tutto quel che veniamo a sapere degli incontri tra Chloe e David è frutto del racconto che la stessa piccola “prostituta” restituisce (o fabbrica) a posteriori, nelle conversazioni con la moglie tradita, incrinando la presunta oggettività dei fatti e ponendo seri interrogativi su quanto sia accaduto “veramente”.

Inoltrandosi in un campo d’indagine sempre più critico e inestricabile, tra la veridicità di ciò che attraversa i nostri sensi e la mutazione antropologica che i nuovi media inducono, il film di Egoyan – girato forse non a caso in pellicola – oscilla tra le ambiguità speculari di Catherine che, pur predicando continuamente e con freddezza “precauzioni” e “distanze”, è la prima a varcare le soglie della comunicazione verbale; e quelle di Chloe, la quale, sebbene ribadisca a più riprese la freddezza del virtuale e del digitale, e preferisca ancora il contatto fisico, il potere degli oggetti concreti e degli sguardi ravvicinati, con il suo agire fatto solamente di capacità affabulatorie, accresce i dubbi sulla “qualità” o meglio sulla autenticità/veridicità dei suoi gesti.

In quel “It’s so real” che Chloe pronuncia dopo il più intimo degli incontri con Catherine c’è allora un cortocircuito tra piani di realtà che suggerisce quanto il racconto, più della vita stessa, sia in grado di generare azione, reazione, emozione.

Per mettere in moto la macchina del pensiero, il virtuale e il reale sembra non facciano differenza: “viverla per raccontarla”, come suggeriva Garcia Marquez, o “raccontarla senza viverla”, entrando in uno dei mille ruoli finzionali attraverso i quali – e qui cito quel che confessò Al Pacino – molto più che nella vita reale, è possibile e consentito dire e cercare la “verità”.

Salvatore Insana

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Lillo & Greg – The Movie

Posted on 10 marzo 2010 by Giorgiana Sabatini

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La comicità di Lillo e Greg possiede una caratteristica distintiva che rende la coppia comica differente da altri colleghi che riempiono i palinsesti televisivi: l’assurdo. Pasquale Petrolo e Claudio Gregori inanellano una serie di gag esilaranti in Lillo e Greg the movie, non un’unica storia come il precedente Blek Giek (2002), ma una serie di episodi surreali ispirati alla comicità demenziale di Monty Python, Mel Brooks o i fratelli Zucker. A volte addirittura minimali, basati su un singolo gioco di parole o paradosso, gli sketch sono pillole di ilarità di sicuro divertimento. Per la regia di Luca Rea, il dvd contiene degli inserti speciali anch’essi molto divertenti, come il making of che svela delle strane tendenze dei due comici e dei commenti audio incomprensibili quanto ridicoli.

di g.p.

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Olga e il tempo

Posted on 06 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Olga e il tempo” offre 56 minuti di totale immersione nella natura, in un mondo pastorale inconcepibile per la frenesia della societa’ contemporanea. Olga, la contadina del biellese protagonista di questa pellicola in bianco e nero priva di dialoghi, si alza all’alba e comincia la sua giornata scandita dai ritmi della vita campestre: la mungitura delle mucche, la produzione dei formaggi, l’ irrigatura dei campi, il tutto come se si trattasse di un vero e proprio rito, sottolineato dai cori liturgici della colonna sonora e dalle immagini sbiadite della fotografia.

Nulla sfugge ai ritmi austeri della vita di Olga, nessun gesto fuoriesce dal suo schema quotidiano o dalle esigenze del lavoro. C’ e’ un cane a farle compagnia, l’ unico essere con cui comunica nel corso della giornata, con cui condivide il cibo e scambia momenti di tenerezza. La simbiosi con la natura e’ assoluta ma viene scelta dalla protagonista, lavoratrice impeccabile che ama la Terra al punto da esserne devota. E’ lo spettatore a stupirsi di questa semplicita’. Per lei, Olga, una vita cosi’ è quanto di piu’ naturale. Manuele Cecconello, del resto, non e’ nuovo al tema della ritualita’, ne’ e’ la prima volta che sceglie questa parte dell’ Italia come scenario per le sue opere. Gia’ nel 2006 realizza il primo lungometraggio a soggetto su un luogo sacro, il Santuario di Oropa, presso Biella: “Beato colui che sarà visto dai tuoi occhi”.

Ilaria Mariotti

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Promettilo!

Posted on 22 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Emir Kusturica non cerca la credibilità né la verosimiglianza. Il suo buffo e ingenuo Tsane (Uros Milovanovic), adolescente contadino sprovveduto, con sincerità racconta bugie – una verità arricchita – e non vuole che gli si creda. Inciampa tra le storture e i trucchi del mondo adulto, incantandosi delle meraviglie metropolitane (dei piani d’un grattacielo quanto delle curve d’una donna). Eppure, come uno strano ibrido d’un personalissimo catalogo di rimandi finzionali che potrebbe andare dal Buster Keaton di Go west, passando per i bambini del De Sica neorealista e abbracciando infine il certamente meno noto, ma non meno indimenticabile Guizzardi creato dalla penna di Gianni Celati, con ostinazione persegue e porta a termine gli obiettivi promessi all’anziano nonno prima di partire per il suo viaggio iniziatico che, cominciato con ombrello e mucca al seguito, finirà nel più gioioso e improvvisato degli altari.

Tra slapstick – congegni e trappole meccaniche, caratteristi e torte in faccia – visionarietà che vaga dal primo Tarkovsky agli amanti in volo sui tetti di Chagall, giochi metalinguistici (la più volte ripetuta pulsione scopica dello spiare attraverso un binocolo), inquadrature dall’alto valore figurativo (le donne – soprattutto l’incantevole e dolcissimo volto di Jasna, Marija Petronijevic – riprese dietro i vetri d’una finestra o sul davanzale) e ripetuti richiami alle sonorità e alle peculiarità del mondo gitano, Promettilo!, girato in Serbia nel 2007, presentato a Cannes l’anno successivo e solo ora distribuito in Italia, non cerca la misura né l’equilibrio, bensì si permea d’un grottesco che sfocia presto nella farsa e nella parodia dei generi, nel caricaturale o finanche nel demenziale.

Kusturica sceglie di eccedere, facendosi beffa di ritualità e stereotipi di ortodossie tanto filmiche quanto religiose. Nel bene o nel male gioca tutto sulla superficie, ovvero senza alcuna volontà d’introspezione psicologica. I corpi in scena sono privi di caratterizzazione interiore, ma piuttosto messi lì come parte del congegno spettacolare, strumento di gag e raccordo tra intuizioni visive capaci di vivere di forza autonoma, spesso sopravvivendo anche ad imbarazzanti battute al limite della decenza.

Colora l’immagine con tonalità emotive molto nette e distinte. Ricorre ad un certo plateale manicheismo compositivo, sia nella forma che sul piano narrativo. Dai luoghi alle situazioni fino alle caratteristiche fisiche dei personaggi imperversano polarità opposte sempre sul punto di scontrarsi: città/campagna, purezza/prostituzione, buoni/cattivi, alto/basso, fino al crocevia tra matrimonio/funerale che trasforma il finale del film in un chiassoso e delirante inno alla vita, dichiarata parodia favolistica con inevitabile happy end.

Salvatore Insana


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Anna Politkovskaja: concerto per voce solitaria

Posted on 15 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Nell’ottobre del 2006 veniva uccisa barbaramente, nel portone della sua casa di Mosca, la giornalista russa Anna Politkovskaja, nota per i suoi reportage dalla Cecenia e per il coraggio nel denunciare gli abusi perpetrati in guerra contro i civili, soprattutto donne e bambini, dal governo Putin. L’appassionato documentario “Anna Politkovskaja: concerto per voce solitaria”, girato dal regista ed attore Ferdinando Maddaloni, è una risposta agli inviti dei suoi sostenitori a non dimenticare Anna.

Dopo i successi ottenuti al RIFF Awards (2008) e al Roma Fiction Fest (2008), l’intenso documentario di Maddaloni  ha proseguito il tour a Firenze, Milano, Forlì, a conferma della grande vitalità del suo messaggio. Sono ventidue minuti di immagini per i quali l’autore si è servito di materiale di repertorio, di numerosi contributi originali girati presso il teatro Dubrovka, in via Lesnaja (la strada in cui viveva la Politkovskaja), e dei tragici racconti di alcuni protagonisti delle vicende della scuola di Beslan e del teatro Dubrovka.

Alla proiezioni il regista associa uno spettacolo dal vivo che, partendo dalle riflessioni della giornalista, rappresenta una sorta di viaggio collettivo sui binari dell’ironia, con fermate in Russia, negli Stati Uniti d’America e in Italia. Si tratta del progetto di beneficenza “Una videoteca per Beslan”: con i contributi raccolti si provvederà a regalare ad una scuola di Beslan (Ossezia del Nord) una videoteca e film per ragazzi. Il regista è pronto a far avere una copia del suo documentario, gratuitamente, a tutti coloro che ne faranno richiesta: per non dimenticare.

Elisabetta Colla

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Paranormal activity

Posted on 10 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Nelle sale italiane dal 5 febbraio, il film indipendente dell’esordiente Oren Peli, che è già riuscito nella doppia impresa di “terrorizzare l’America” (nella persona di Steven Spielberg), e di incassare 19 milioni di dollari in patria, a fronte dei soli 15 mila spesi per auto-produrlo.

La storia è semplice: Katie e Micah si sono da poco trasferiti nella loro nuova casa, alla periferia di San Diego, quando l’entità spiritica che perseguita la giovane fin dall’infanzia torna a farsi viva, e mostra intenzioni davvero belligeranti.

Paranormal Activity s’inserisce nel munifico filone del reality movie, cercando di mostrarsi il più connesso possibile al capostipite The Blair Witch Project di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez (1999).

A dieci anni di distanza, e con pellicole come Diary of the dead (George A. Romero), [Rec] (Paco Plaza – Jaume Balagueró, 2008) e Cloverfield (Matt Reeves, 2008) che hanno lavorato sulla scia tracciata dalla strega di Blair, Oren Peli decide di rigiocarne le stesse identiche carte, sia dal punto di vista della tecnica, con telecamere tremolanti “usate” dai protagonisti che coincidono col punto di vista dello spettatore e agguerriti zoom, che da quello delle trovate pubblicitarie. Anche per Paranormal activity si sprecano, infatti, titoli di testa e di coda che invocano una veridicità assoluta dei fatti narrati, anche se poi pare che in realtà il film sia nato da alcuni eventi vissuti dal regista e dalla sua compagna, Toni Taylor (che assieme all’amico Amir Tbeda, completa la troupe una e trina che ha curato tutto l’aspetto tecnico del film).

Quello che è facile apprezzare di Paranormal Activity è il fatto di aver riportato la paura in una dimensione domestica: è la stessa casa a diventare fisicità del demone che perseguita la coppia di protagonisti, attraverso luci che si accendono e si spengono, rumori provenienti dalle pareti, cigolii delle porte e lenzuola svolazzanti. La paura dell’ignoto è ancora più accentuata, se l’ignoto vive nella nostra camera da letto.

Il problema, però, è che il film, della dura di circa novanta minuti, sarebbe potuto durare anche solo mezz’ora, riuscendo ad incutere agli spettatori le stesse ansie notturne.

La struttura dell’opera prima di Oren Peli, infatti, risente di una pedante ripetitività che ci presenta in maniera stantia venti identiche giornate vissute dalla nostra coppia: le mattine passate tra il bagno e il computer a lavarsi i denti e a parlare del fastidioso demone, e le notti sdraiati a letto a subire le angherie del maligno invisibile, che fino a buona metà del film non sono molto più che piccoli dispetti.

Resistere non è semplice, e forse neanche utile, poiché il regista decide di premiare la perseveranza dei suoi spettatori con un finale davvero deludente, che riesce a fare perdere in pochi secondi l’aura di veridicità creata, tramortendola con una trovata davvero puerile.

D’accordo, si tratta di un’opera prima, e di una produzione indie che è riuscita a scalare vette incredibili grazie al passaparola e all’interessamento di alcuni nomi noti, ma rimane da chiedersi se negli anni a venire ricorderemo Paranormal Activity come un bel film horror o come una riuscita trovata commerciale.

Luca Ruocco

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Dante 01

Posted on 09 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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In una prigione futuristica situata nello spazio, un gruppo di scienziati conduce esperimenti su detenuti di massima pericolosità. La vita della stazione è garantito dal solo isolamento tra i due gruppi. L’equilibrio viene messo a dura prova dall’arrivo di un nuovo detenuto, di cui non se ne conosce la provenienza, chiamato col nome fittizio di San Giorgio, che sembra avere dei poteri soprannaturali. Destabilizzerà da un lato gli scienziati che vedranno annullati i loro sforzi scientifici, dall’altro la leadership di Cesar…… Finalmente qualcosa di nuovo sotto il sole.

Un film francese che sfida i mega filmoni americani. Il regista Marc Caro, con un budget di appena 5 milioni di euro ha confezionato un film di fantascienza davvero notevole soprattutto dal punto di vista tecnico. Regia, montaggio, suono davvero ad alti livelli, sebbene il film possa piacere o meno a livello globale. Se penso che è stato fatto a 1000 km da Roma la cosa fa davvero pensare! Chissà se in Italia vedremo mai qualcosa di simile con la crisi che c’è. Sembra comunque che anche sul soggetto si è lavorato molto, le ispirazioni del film sono delle più alte, Mèliès, Tarkovskij, e naturalmente “2001 Odissea nello spazio”. Dall’intervista risulta che il regista ha volutamente cercato tutte quelle atmosfere claustrofobiche, ma che nello stesso tempo il film mostrasse una forte componente mistica, non tralasciando “l’azione”. Il film potrà piacere o meno ma si riconoscerà il grande sforzo tecnico

Michele Traversa

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Il rabdomante

Posted on 11 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

Il rabdomante

Fabrizio Cattani sa che il suo film piace e piacerà a molti, non lo dice ma guardandolo si capisce che n’è certo. E attenzione non si tratta di arroganza. Tutt’altro. È solo consapevolezza di aver fatto un film degno di questo nome, cosa non facile per nessuno, tanto meno per chi dopo qualche soddisfazione personale si sta giocando in questi anni le sue carte migliori.

Il rabdomante (2007) è una storia originale e fresca. Harja, una ragazza venticinquenne dell’est (l’ungherese Andrea Osvart), in fuga dal malavitoso Cintanidd, boss indiscusso della mala pugliese nel business dell’acqua, trova rifugio in una masseria in cui il proprietario è uno strano personaggio, Felice, un quarantenne che vive fuori dal tempo con la sua rabdomanzia. Entrambi sono soli e fanno della loro solitudine un’arma per difendersi l’uno dalla povertà materiale e l’altra dalla povertà di spirito. Cattani non regala il lieto fine e questo ci riempie di gioia. Pascal Zullino, un po’ meno la Osvart, sono azzeccati e degni dell’importanza che il ruolo impone loro.

Riccardo Zinna è grande come sempre nel ruolo che più gli si addice, quello dell’antagonista senza scrupoli. Il rabdomante è stato prodotto con la soluzione “The Coproducers”, nata come sistema di produzione alternativo e che si ispira ad un sistema di quote di diritti del film che ci proponiamo di approfondire a breve.

Vincenzo Patanè Garsia

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Il teatro e il professore

Posted on 09 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

Il teatro e  il professore

Documentario che rende merito al Centro Diurno di via Montesanto proprio alle spalle di San Pietro in Roma. Dopo la chiusura dei manicomi, nel 1978, in Italia, ad opera della legge Basaglia 180/78, sembra che strutture efficienti siano presenti nel territorio, e questo di via Montesanto ne è una conferma. Leader di questo centro è il cosiddetto ‘professore’, un uomo sui 55 anni con cultura che dispensa saggezza da tutti i pori e in tutti i momenti.

La telecamera lo riprende spesso in quella definita ‘area fumatori’, dove c’è un via vai di uomini e donne che forse hanno perso un treno per la realtà, non aderendo a comportamenti consensualmente definiti, e in qualche modo vittime di un etichetta che li ha relegati in spazi fisici e mentali limitando la loro libertà di movimento e di pensiero. Oltre al professore altre personalità ‘abitano’ il Centro Diurno usufruendo di attività sperimentali che vanno da esercizi motori fino ad arrivare a veri e propri gruppi di sensibilizzazione e discussione. Tutto questo ad opera di un team di operatori a dir poco speciali, tra cui spicca una coppia di argentini forse ben più estroversi e creativi dei clienti stessi del Centro. Alla domanda fatta al regista, in cui si chiedeva se i vari momenti di espressione del ‘professore’ fossero stati stimolati dal regista, questi ha affermato che pochissime volte è accaduto, forse anche per dare una continuità logica e linguistica per il documentario. In realtà sembrava che il professore fosse un attore ‘nato’ riesce a catturare l’attenzione del pubblico con pochi semplici aforismi, che fanno riflettere, sulla necessità della società di distinguere ciò che sano da ciò che non lo è.

Il film svolge benissimo il compito di documentare ma nello stesso tempo di intrattenere il pubblico, trasformando un argomento ostico e quasi ripugnante come quello della salute mentale, in una considerazione sul vivere di oggi, che di pesante francamente ha solo il fatto di essere talmente labile e incerta che risulta persino difficile difendere questo punto di vista.

Michele Traversa

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H.P. Lovecrafts the dunwich horror and other stories (Torino Film Festival)

Posted on 20 novembre 2009 by V

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Pupazzi di cartapesta per raccontare l’orrore. E’ Lovecraft secondo Ryo Shinagawa (1970), direttore del mensile giapponese “Studio Voice” e presidente della Spleen Films. Due racconti dell’Omero di Providence, di quel Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) inventore di un’epica dell’orrore con i suoi miti e i suoi eroi. Solo che gli eroi dello scrittore statunitense sono in realtà gli antieroi, sono le mostruose creature non-umane partorite dal caos, dalle profondità del tempo. O dei “tempi”, ché con Lovecraft le dimensioni sono tante, troppe, e tra esse quella degli uomini. Continuamente spaventati, spesso crudeli, sono proprio gli uomini nei racconti dell’autore di Providence – e i pupazzi straordinari nella versione di Shinagawa – a farci vedere, come in uno specchio, gli orrori e le debolezze che continuamente ci tentano, implacabili. Due i racconti di Lovecraft che il regista giapponese ha portato sullo schermo, in puro stile Ga-nime (via di mezzo tra animazione e disegno): “L’orrore di Dunwich” e “La ricorrenza”. Due tra i più inquietanti racconti dello scrittore.

I pupazzi di Shinagawa, e le musiche di Jim O’Rourke (con cui il regista ha lavorato sui testi fondamentali di Lovecraft) sono straordinari. Non c’è mai un solo attimo nel quale lo spettatore si senta di fronte a un’immagine fissa: grazie a uno splendido dosaggio di suoni e animazioni (ma quanti pupazzi avrà usato il regista?) i pupazzi ridono, piangono, dormono, si spaventano, uccidono. “L’orrore di Dunwich” è la storia di Wilbur Whateley e della sua nascita anomale, senza padre, nella casa in collina dove abitano la madre, inquietante, e il nonno, considerato dagli altri abitanti del piccolo villaggio di Dunwich uno stregone. Dalla nascita di Wilbur alla sua violenta morte dentro una libreria, alla ricerca di un libro proibito, il passo è breve: in mezzo le strane sparizioni di mucche, i terribili rumori che sembrano provenire dalla soffitta di casa Whateley, gli spaventosi riti in collina, la morte del nonno esperto di magia nera, sono tutte situazioni che Shinagawa ci mostra limpidamente, come stessimo sfogliando l’autore, o come se ci fossero attori in carne e ossa. Dopo la morte violenta di Wilbur, “qualcosa” inizia a terrorizzare il villaggio: il dottor Armitage inizierà a occuparsi del caso.

Il secondo racconto interpretato dai pupazzi di Shinagawa, “La ricorrenza”, è più visionario, forse più inquietante. Un giovane, durante la notte di Natale, legge libri proibiti in attesa di qualcosa. Oggi sa che verrà iniziato: a cosa, non è dato saperlo. Pochi dialoghi, tanto colore, tanti rumori continui e angosciosi (come la cucitrice della madre del ragazzo, figura che non vediamo mai in faccia). Arriva il padre, il villaggio si muove, verso il cimitero: anche la famiglia del ragazzo si mette in moto, verso un ignoto rito che sconvolgerà il giovane. Qui Shinagawa dà il meglio, con colori splendidi e un uso sapiente del suono.

Gaetano Veninata

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Le jardin de jad (Med Film Festival 2009)

Posted on 19 novembre 2009 by Luca Biscontini

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Molta assortita la selezione di documentari al Med film festival: Le jardin de jad (2007) di Georgi Lazarevski mette in scena con struggimento e ironia l’infinita questione israelo-palestinese. Il muro di Gerusalemme est è in costruzione davanti un ospizio, e la simpatica comunità di anziani che lo abita (Palestinesi) vive con stupore e sdegno, ma anche con un umoristico distacco del senno di poi, l’ennesima assurdità commessa in quest’area del mondo così caotica.

Ma più che soffermarsi ad analizzare la vicenda politica – paradigmatica falsa questione inscenata dal teatro capitalista delle scelte (piuttosto che una parte o l’altra, meglio sarebbe cortocircuitare le coordinate che sostengono questa situazione) – è preferibile cogliere lo spirito di una comunità che, strutturata da un forte senso religioso, fatica a relazionarsi ai fatti con la gravità tipica dei discorsi occidentali, intrattenuti magari dopo un lauto pasto, intervallato dalle immagini lunari dei Territori.
Questi attempati signori e signore rimettono tutto nelle mani di Dio (Allah), che si sa, dicono, è grande. Molte volte li vediamo intonare delle nenie che ricordano non poco quelle sussurrate dalle nostre nonne mentre snocciolavano, instancabili, i grani neri di un infinto rosario.

Siamo proprio sicuri che il problema sia religioso e politico? No, lo sappiamo, è una questione di equilibri geo-economici, tenacemente gestiti dall’esanime alfiere dell’ordine imperiale (USA). Qualcuno potrà replicare che queste considerazioni le avevamo fatte sin da quando indossavamo i calzoni corti. Che dire, allora? Repetita iuvant.

Luca Biscontini

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Civico 0

Posted on 16 novembre 2009 by V

Circondati da numeri e date, siamo codici di riconoscimento al servizio della notorietà. Francesco Maselli, ispiratosi al romanzo di Federico Bonadonna I”l nome del barbone”, con sguardo neorealista documenta attraverso l’abbinamento di suoni e immagini – primi piani e silenzi – il vuoto del mondo. Tre storie di vita, due donne e un uomo tendenzialmente diversi sebbene legati dagli eventi di un male comune: il vagabondaggio non è uno stile, né una scelta. Attraverso la schiettezza del documentario, filtrato a sua volta dall’enfasi del taglio cinematografico, Massimo Ranieri, Ornella Muti e Letizia Sedrick rappresentano su centinaia di storie, una piccola fetta di dolore. Le voci dei protagonisti “reali”, evitando eccessivi pietismi, ci prendono per mano portandoci laddove tutto sembra non avere confini. Gli attori si limitano così a prestare, con mirabile apprensione, le tragedie di un gruppo di “avventurieri” le cui colpe sono direttamente proporzionali all’indifferenza della popolazione voyerista, che osserva senza far nulla. Nei loro drammi si percepisce la forza della speranza, l’abbattimento di un muro quale l’indifferenza fin troppo spesso eretto a protezione da chi teme il confronto. Per questa ragione Civico 0 è un ottimo prodotto: una pellicola di accusa, che filma con trasparenza una sottocultura sociale invisibile alla massa. Grazie alle musiche turbate di Angelo Talocci, le immagini acquistano carattere, scavando fino a toccare la consapevolezza dello spettatore, il quale codifica nuovi e sinceri messaggi di ribalta. Un docufilm necessario, per capire…

Vito Sugameli

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Clacson

Posted on 15 novembre 2009 by V

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Una giovane donna (interpretata da Francesca Faiella) cammina in strada, va verso la sua macchina e trova una sorpresa terribile per qualsiasi automobilista: un’auto le ha bloccato l’uscita. E’ così che si fa prendere da un raptus di nervi, comincia a dare calci e a inveire contro lo sconosciuto proprietario dell’auto, il tutto condito da un terribile suono di clacson che lei non smette di suonare e che, al contrario, la aiuta a sfogare la rabbia del momento. Dall’altra parte della strada, un uomo (Cristiano Di Vita), chiuso nella sua stanza tetra, è torturato da quel suono che non riesce a sopportare. E’ intento a sbrigare i suoi compiti quotidiani, ma quel clacson assillante non lo lascia in pace. C’è solo un modo per far smettere quella donna di dare in escandescenze, ma non per stroncare quel rumore assordante… In cinque minuti di riprese che sfociano in un finale shock, si concentrano scene (è proprio il caso di dire) da “ordinaria follia”. I due mondi della vita frenetica di città e l’isolamento individuale vengono raccontati in questo corto dal titolo “Clacson”, dell’italo-giapponese Tak Karuba. Con 1436 voti è il cortometraggio classificatosi secondo nel concorso on line del Festival Internazionale Arcipelago di cortometraggi e nuove immagini, ospitato dal portale Fastweb.it dal 13 maggio al 19 ottobre scorsi, contro i 1926 punti del vincitore “Il malato”, diretto dall’italiano Antonello Schioppa.

Ilaria Mariotti

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Paranoid Park (Gus Van Sant: lo spettacolo senza spettacolo)

Posted on 14 novembre 2009 by Luca Biscontini

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Il tempo morto, o la morte del tempo: questo calambour sembra particolarmente adatto a cogliere quel marcato carattere di sospensione che (de)struttura il cinema di Gus Van Sant. Atto e azione, sogno e realtà, innocenza e colpa si alternano con disinvoltura, mostrando, attraverso la loro fluida interscambiabilità, l’impossibilità di tracciare una netta linea di separazione tra gli opposti. Ma soprattutto preme sottolineare come Gus Van Sant abbia ben recepito la lezione della Nouvelle Vague, restituendo il cinema al cinema, sottraendosi al diktat degli sceneggiatori-artigiani e celebrando in tal modo il trionfo dell’immagine; immagine che si nutre di se stessa, dilatandosi nello spazio a proprio piacimento, sublimandosi in una carrellata infinita, lenta, che fora lo schermo, collocandosi in un fuori campo anarchico e visionario.

Se Bazin considerava il “piano-sequenza” un postulato estetico e per Rohmer il cinema era l’arte dello spazio, in Gus Van Sant le due forme a priori della sensibilità (spazio e tempo) divengono l’una il rovescio dell’altra, incontrandosi, quasi fossero coordinate, in un non-luogo cinematografico asettico, onirico, in cui l’epochè (la sospensione del giudizio) è ciò che rende sostenibile “l’etica dell’acquario”. Il mutismo dei personaggi degli ultimi tre film (Elephant, Last Days, Paranoid Park) crea un’atmosfera di suggestiva attesa in cui si riversa tutto l’elemento spettacolare, a scapito di un epilogo di cui, in termini drammaturgici, si potrebbe fare tranquillamente a meno. Si è condotti in quella vibrante zona d’ombra in cui il Bene e il Male, il Medesimo e l’Altro, l’economia e la follia sono posti gli uni innanzi agli altri; è proprio in questo luogo della differenza che si compie l’atroce rivelazione: i motivi che inducono la volontà ad abbracciare uno degli opposti delle coppie dicotomiche sono sostenuti dalla medesima forza, perciò si assiste all’esplosione del valore della scelta che fa precipitare in un vortice di perenne angoscia.

Viene in mente Steiner (Alain Cuny), l’intellettuale de La dolce vita, apparentemente sobrio, riflessivo, ma in realtà dilaniato da una paura costante che lo porterà ad uccidere sé e i propri figli. Gus Van Sant non fa mistero della propria ammirazione per il cinema di Fellini, tanto che in Paranoid Park, tra le varie tracce della colonna sonora, innesta le musiche che Nino Rota aveva composto per Giulietta degli Spiriti, evidenziando così come l’incubo e la realtà, la veglia e il sonno si sovrappongano in maniera inquietante, non permettendo più di operare una serena divisione.

Nell’ultimo film sul piano stilistico subentra una certa iconografia cristologica funzionale al disvelamento del cortocircuito etico: il delitto commesso è caratterizzato da una tale gratuità e mancanza di responsabilità da rendere l’artefice vittima, piuttosto che carnefice. S’interrompe fatalmente il nesso di causalità, e rimane solo l’effetto di cui sobbarcarsi lo sgradevole fardello. Se in M (“Il mostro di Dusseldorf”) Fritz Lang ci aveva redarguito sull’incapacità della giustizia di realizzare la riparazione del danno – in qualunque forma esercitata – in Paranoid Park Gus Van Sant va al cuore del problema tracciando una connessione costitutiva tra l’essenza dell’uomo e la sua condizione di peccatore, negando qualsiasi possibilità di superamento. Insomma pare proprio che non si possa evadere dalla logica della remissione del debito. In questa prospettiva, infatti, il perseguitato non è più solo colui che è toccato dal misfatto, ma anche chi lo compie, condannato già da sempre a non poterlo evitare.

Luca Biscontini

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Denti – Teeth

Posted on 10 novembre 2009 by Ireneo Alessi

Denti - Teeth

In un presente pervaso da episodi di violenza sessuale, Mitchell Lichtenstein, il figlio della Pop Art, rispolvera l’atavica fobia della castrazione maschile con un “taglio” tragicomico.

Basandosi sul mito della vagina dentata, una tesi diffusa in diverse culture nonché oggetto d’interesse dello stesso Freud, confeziona un horror-comedy che lancia un irriverente sguardo sulla società americana del “Silver Ring Thing”. Dawn (Jess Weixler) è la giovane liceale protagonista di questo teen movie, in apparenza innocuo, la quale comprende di possedere dentro di sé un’arma letale soltanto durante uno stupro. L’immane scoperta crea in lei un cambiamento che la trasforma da convinta attivista per la tutela della verginità a vendicatrice spietata che non esita ad utilizzare questo potere pur di proteggere la propria integrità. A farne le spese, fra gli altri, sarà anche il fratellastro Brad (John Hensley) l’inquieto adolescente visto nella serie Nip/Tuck il quale aggiungerà al film anche il tema dell’incesto. Ma qual è il confine tra abuso/abusato, necessità/capriccio, fra vittima e carnefice? Di certo per capirlo dovremo guardare fino alla fine senza chiudere gli occhi.

Positivo, dunque, l’approccio narrativo che evidenzia, come per le “genesi degli eroi”, un’atmosfera carica di quiete e sofferenza dove spicca l’interpretazione della Weixler, migliore attrice al Sundance Festival 2007. Il film, insomma, si difende “con i denti”, ritagliandosi il proprio spazio e lasciandone uno per decantare, in chiave allegorica, la donna ed i cambiamenti che ne hanno reso possibile l’ascesa nella società.

G. M. Ireneo Alessi

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The bubble

Posted on 08 novembre 2009 by Ilaria Mariotti

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The Bubble è il film che non ti aspetti su temi difficili: amore omosessuale, conflitto israelo-palestinese e lotta pacifista. Eytan Fox ne dà conto in un lavoro forse imperfetto, ma di impatto. Il regista israeliano offre in The Bubble una panoramica inusuale sulla vita giovanile di Tel Aviv, una città “normale” attorno a cui si scatena l’inferno quotidiano. Qui Noam, che convive con Lulu e Yali -due giovani pieni di vita e contro l’occupazione israeliana- si innamora del palestinese Ashraf. Ma il loro amore è tanto travolgente quanto impossibile. Se per un periodo l’ incontro tra le due culture sembra funzionare in una Tel Aviv spensierata e mondana, arriverà presto il momento della separazione. Dopo l’attentato in cui Yuli perde l’ uso delle gambe, nella controffensiva israeliana viene uccisa per errore la sorella di Ashraf, sposa di un leader di Hamas. Qui a Nablus, dove la sua omosessualità è vista come un affronto, Ashraf assiste impotente all’assassinio e decide di vendicarlo facendosi kamikaze. Ma Noam lo vede l’ attimo prima di farsi esplodere, lo raggiunge e decide di andarsene insieme a lui.Romanticismo e riflessione socio-politica lasciano spazio ad un finale drammatico e sbalorditivo. Se gli inizi del film mimano un cult giovanile in una Tel Aviv che funge da “bolla” ad una guerra che fa da sfondo, la seconda parte ne fa un commovente inno all’amore.

Ilaria Mariotti

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Cous Cous

Posted on 07 novembre 2009 by Luca Biscontini

la graine et le mulet - 02

Cinema ostinato quello di Abdellatif Cechiche, accanito, oltranzista nel mantenersi cocciutamente ma sacrosantamente in “situazione”; ed ecco che un normalissimo pranzo di famiglia scandito dal chiacchiericcio insipido di commensali trascurabili diviene “evento”, in cui la dilatazione del tempo, contestando la tirannia dell’ellissi, innesta una poetica potente, illuminando l’inessenziale del quotidiano e svelandone l’occulto potere.

La cinepresa insiste sui volti e, nell’inseguirli, crea un dinamismo che nemmeno il più spericolato dei montaggi potrebbe uguagliare. Il volto non mente, è maestosamente ingrandito sull’intero schermo, diviene esso stesso cinema, e ci si ritrova a solcare con lo sguardo un aggrovigliarsi di rughe che scuote lo spazio, deformandolo fino a farlo collassare su se stesso. Il volto, che è sempre dell’Altro, richiama quella responsabilità infinita (dell’uno-per-l’altro), che nell’adempiersi invece che diminuire si accresce fino a incarnare quel debito (infinito) che costituisce la posta dell’irrapresentabile. Il cinema, arte del visibile par exellence, si torce, almeno nei propositi, nel suo contrario, contestandosi fino a contraddirsi. E per gli altri un padre si estenua in una corsa affannata, senza speranza, in un voler morire che è dono estremo di se stesso e, contemporaneamente, liberazione.

Una non meglio precisata città portuale francese fa da scenario a questa piccola saga familiare ove si assiste al passaggio di generazione, ma stavolta senza lo spargimento di sangue del solito conflitto edipico; questo è cinema, dilatazione morbosa delle forme fino a perderne i contorni, torsione acrobatica della manifestazione nel suo nascondimento, epopea dell’ordinario che non cessa di stupire gli anti-eroi della deiezione quotidiana.

Luca Biscontini

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Beat Takeshi – Glory to the filmaker

Posted on 06 novembre 2009 by Salvatore Insana

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Piccola antologia di cinema potenziale, tragicomica ricerca d’una ispirazione perduta, “Kantoku – Banzai! – Glory to the filmaker”, presentato da Takeshi Kitano a Venezia nel 2007, fa a pezzi l’idea stessa di film, corrode dall’interno il cinema dell’istrionico regista giapponese e destabilizza le consolidate convenzioni di fruizione di un’opera.

In un’operazione di esasperato metalinguismo, Beat Takeshi fa a pezzi il ruolo dell’autore, con l’autocritica di chi s’accusa di diventar un ridicolo ed inespressivo pupazzo quando la situazione si fa complicata, con l’ingiuria di chi si dice incapace di scelta e dunque muto ed immobile una volta davanti alle ostilità.

Sull’orlo d’un annegamento, alle corde, appeso ad un filo, malato terminale in attesa di decisiva diagnosi, vilipeso e martirizzato, il creatore sopravvive per insormontabile spirito di sopportazione e per ribaltamento in chiave ironico-demenziale di interrogativi a metà tra ricerca del significato d’una esistenza e meditata strategia di marketing su quel che il pubblico chiede di vedere e di avere.

Il suo cervello, che pensa per immagini catturare dalla macchina da presa, è, a suo stesso confessare, devastato, sopraffatto dal moltiplicarsi schizofrenico dei soggetti che gli passano in testa.

Kitano sfugge alle definizioni, scavalcando i generi attraverso la loro derisione, la parodia, la farsa, la divertita riscrittura comica; si prende gioco dello spettatore, deludendone le attese ed irridendone gli usuali meccanismi di ricezione, interrompendo la storia e l’illusione della stessa, mettendosi in mezzo in prima persona e lasciando al contempo spazio ad un proliferare di storie che dichiarano guerra gioiosa al cinema narrativo che si è soliti incontrare in sala.

Salvatore Insana

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