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Prinzessin (Tekfestival 2010)

Posted on 11 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Prinzessin, primo lungometraggio di finzione per la regista tedesca Birgit Grosskopf, 34 anni e quattro cortometraggi alle spalle, presentato al Tekfestival 2010 per la sezione “ Cinema delle donne”.

Tra Natale e Capodanno in un anonimo sobborgo della Germania occidentale, la diciottenne russa Katharina passa le sue vuote giornate con Yvonne, in procinto di andare in prigione, e altre due ragazze di una gang. Spaesate e inquiete vagano per strade desolate, motel di quarta categoria, discount e blocchi di appartamenti. Definirle “principesse” è tragicamente ironico mentre le si osserva spente, come la grigia fotografia, con whysky and cigarettes, linguaggio sguaiato ed eventuali pestaggi per chi, disgraziato, capita sulla loro via. Alla ricerca di cosa ma-non-si-sa-cosa, forse un eden dietro il cemento, soffrono la presenza dell’autorità e la disperazione di un contesto troppo pulito e monotono (in apparenza) circondato da famiglie non completamente a brandelli.

La Grosskopf dice di essersi ispirata “alle gang di ragazze dei ghetti americani che oggi si trovano anche in Europa”, nei sobborghi umani e urbani, aggiungeremo noi. Uno stile tagliente e duro come i calci che le protagoniste sferrano ad una giovane turca (non si dimenticano neppure i latenti conflitti fra diverse emigrazioni), senza paternalismi. La regista tedesca si sofferma sulla perdita dell’innocenza, sulle amicizie disperate come unica salvezza, e sui sogni di chi va in Afghanistan, che “almeno vede il mondo”.

Noi bambine non abbiamo scelta.

Natasha Ceci

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Exiled

Posted on 22 aprile 2010 by Luca Biscontini

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Genealogia della nostalgia. Con Exiled il maestro hongkongese Johnny To torna a trattare i soliti topic del suo cinema d’azione, ma con dosi massicce di sana ironia, costruendo una sorta di pièce sul sempre delicato tema dell’amicizia. Senza però dimenticare le pistolettate d’altri temi, con pallottole che bucano corpi danzanti, e una trama a incastro degna dei migliori noir francesi d’annata.

Macao, 1998. Mentre la colonia portoghese sta per passare sotto il controllo del governo cinese, due diverse coppie di killer vengono spedite a Hong Kong per eliminare Wo, un ex gangster che ha cercato di rifarsi una vita ribellandosi a boss Fay. Ma i quattro killer, cresciuti assieme a Wo e a questo legati da una forte amicizia, si troveranno di fronte ad una pesante decisione da cui dipenderà il loro stesso destino: ammazzare l’amico ritrovato dopo anni o rinunciare al “contratto” ribellandosi al grande capo?

Il finale darà tutte le risposte, ma prima, tra una sparatoria e l’altro, c’è tempo anche per delle goliardiche rimpatriate. In Exiled, inoltre, To non solo fa parlare più del solito i suoi personaggi, ma li inserisce in un microcosmo in cui il bon ton del killer assomiglia a quella di un vecchio samurai o meglio di un pistolero senza nome nel lontano far west. E il dvd Ripley’s rende pienamente merito a questo ennesimo capolavoro di Johnny To con audio e video eccellenti e un comparto extra arricchito dal trailer, un making of e interviste.

Giacomo Ioannisci

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Il Bosco Fuori

Posted on 19 aprile 2010 by Giorgiana Sabatini

Il Bosco Fuori

Il primo caso italiano di risollevare concretamente le sorti dell’horror italiano, Il Bosco Fuori di Gabriele Albanesi è stato da apripista per quanti volessero tentare di dimostrare che un certo tipo di cinema di genere tout court potesse essere fatto nel Belpaese, in italiano, seguendo una tradizione ben precisa di cui il nostro paese si poteva vantare. Albanesi è voluto passare attraverso l’ultra-violenza, tanto che ha voluto scegliere una storia morbosa dai risvolti splatter che si addentra sempre più in avvenimenti tragici, con una forte dose di citazionismo ma senza disdegnare qualche colpo di scena. Un film che nasce come una sfida e, nonostante i mezzi irrisori, oggi può essere visto come la prova che tra il fare e lo stare a guardare, la prima opzione è sempre quella migliore. Il dvd è ricco di inserti speciali. Oltre al commento audio del regista, del produttore Gregory J Rossi e al direttore della fotografia Raoul Torresi, il backstage del film, uno speciale sugli effetti visivi e il cortometraggio L’Armadio, a regia dello stesso Albanesi.

di Gianluigi Perrone

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Ma la Spagna non era cattolica?

Posted on 01 marzo 2010 by Luca Biscontini

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Un giovane giornalista spagnolo arriva a Roma, per girare un documentario che testimoni le opinioni del popolo italiano rispetto alle importanti riforme sociali effettuate dal governo Zapatero in Spagna, in particolare la riforma sui matrimoni omosessuali.

Presentato anche al festival V-Art 2006, “Ma la Spagna non era cattolica?” è corredato da una lunga serie d’interviste all’eterogenea popolazione romana, che metterà in luce il potente servilismo mentale, che l’Italia, ed in particolare Roma, mantengono nei confronti del Vaticano. Le immagini asciutte, precise, ma dal taglio spesso originale, lasciano una sensazione crescente d’ansia, in cui l’ombra della cupola michelangiolesca è percepita opprimente e costringente.

La libertà di scelta individuale è, agli occhi del popolo italiano, privilegio per pochi. E, anacronisticamente, la parola del papa diventa, ancora oggi, legge. Interessante docu-fiction, in cui la vita del protagonista (fiction) si interseca con la realtà del documentario, evidenziando come sia articolato e complesso il processo di accettazione di se stessi e degli altri. Con un sapore rabbiosamente amaro, Marcias mette in scena l’immutabilità del nostro paese, ancorato a dogmi fuori tempo, abbandonata alle mani di politici in continuo riciclo, condannato alla cecità della disinformazione cronica, schiacciato nella morsa dell’interferenza religiosa. Un progetto raffinato ed ambizioso.

Laura Novak

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Once

Posted on 25 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Carney, regista irlandese,  ha voluto raccontare una storia d’amore che ha preso l’avvio dalle esperienze personali del suo passato. Once descrive l’incontro di due anime, di due cuori che si comprendono fino in fondo, un ragazzo di Dublino e una ragazza emigrata dalla Repubblica Ceca, entrambi con una grande e profonda passione per la musica.

Lui, musicista, scrive canzoni, alcune delle quali ispirate dalla rottura con la sua ragazza, che ora vive a Londra, e aiuta il padre nella riparazione di aspirapolveri. Lei, separata dal marito, suona il piano, fa la governante, e  vive con la mamma e sua figlia. I due ragazzi trascorrono una settimana insieme, cantando, scrivendo canzoni e registrando un demo professionale. Quel poco tempo farà scoprire loro quante siano variegate le possibilità da poter sfruttare. Il padre ha un legame stretto con il figlio un po’ come il regista col proprio, questo perché a detta del medesimo “quando si vive a casa dei genitori oltre i trent’anni, le radici diventano più profonde e andar via è più difficile”. La musica è la protagonista del film: attraverso le canzoni i due ragazzi conoscono il vissuto l’uno dell’altra, creando un’intimità più forte di quella  generata da qualsiasi gesto sentimentale.

Il regista ha dichiarato “E’ un film casto. C’è una purezza del rapporto tra i due ragazzi che passa attraverso la musica, anche solo un bacio si sarebbe intromesso”. Tutto è ridotto al minimo per sottolineare la delicatezza del momento. La luce naturale è stata utilizzata molto diffusamente, molte sono le scene girate in mezzo alla strada, con poco controllo sui passanti.

Carney voleva trasmettere un’immagine realistica di quello che accade tra due persone diverse, ma affini, e lo realizza attraverso un semplice meccanismo: si scorgono due persone in mezzo alla folla e si decide di seguirli nel loro percorso per un breve periodo, senza conoscere i nomi, senza avvicinarsi troppo, senza entrare più di tanto nella loro vita. Le atmosfere e i toni della musica e dei testi sono frutto della collaborazione tra John Carney e Glen Hansard;  il primo ha dato delle linee guida che corrispondevano a dei sentimenti che potevano essere di malinconia, di innamoramento, di separazione e cosi via, mentre Hansard ha realizzato un lavoro straordinario, con canzoni che forniscono un’interpretazione della storia talmente naturale da non essere pensabile senza di esse. Indissolubili.

Francesca Capone

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Uno specchio per Alice

Posted on 20 febbraio 2010 by Luca Biscontini

Alice è una ragazza normale, che vive in una famiglia che le vuole bene. L’unico problema è il nonno, reduce traumatizzato dalla guerra e totalmente disancorato dalla realtà. Un giorno la famiglia parte dall’Abruzzo per una gita in Puglia e lascia Alice da sola con l’anziano. Durante la giornata la ragazza incontra una sua amica di nome Gloria; andando in giro per il centro, s’imbattono in uno scontro tra poliziotti e malviventi. Dopo l’accaduto, svoltosi a pochi metri da loro, ritrovano un orecchino a forma di serpente. Decidono di indossarlo per un po’ e, da quel momento, si ritrovano attratte involontariamente dal male. Comincia per loro un viaggio in un mondo popolato da fantasmi e da visioni. Qual è la vera realtà?

L’ambientazione è un’Alberobello calda e desolata, capace di rendere il film apprezzabile dal punto di vista visivo e, in qualche modo, credibile. I luoghi fondamentali sono i trulli. Il soggetto s’impernia attorno ad una setta di origine fascista con alcuni simboli inconfondibili, come il colore nero dei vestiti. La regia è un po’ lenta, così come il montaggio, senza quegli sbalzi di velocità che l’avrebbero reso più godibile. Apprezzabile, comunque, il fatto che il regista Gianni Di Claudio, da anni uno dei punti di riferimento dell’indie abruzzese, abbia realizzato, questa volta, un’incursione nel genere fantasy, nonostante la sua innata predisposizione per il western (un esempio sono i suoi libri) e il cinema classico (come nei lavori precedenti). Attendiamo nuovi segnali di vita.

Michele Traversa

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Bambini

Posted on 10 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Cinque storie dal punto di vista di quattro giovani dotati registi, affascinati dal mondo infantile. Luca, Alice, Paolo, Ciancià, Pietro sono bambini a tutto tondo, con le loro paure, le loro ansie di abbandono, le piccole gioie ed i loro costanti sogni di libertà. Il film, corale, ma ben amalgamato, offre numerosi spunti di riflessione per chi i bambini non li vive quotidianamente.

Seppur con le dovute eccezioni, il film racconta un universo infantile in continua evoluzione, suggestionato dal mondo che lo circonda ed influenzato, non sempre in maniera positiva, dal mondo adulto, complesso e nevrotico, che ne gestisce la vita. Nel loro animo, tanto sensibile, convivono due aspetti spesso in contrasto tra loro: il fanciullo ed il piccolo adulto. Nel loro mondo, fatto d’incredibili fantasticherie, la comunicazione è vista attraverso atti e parole semplici e dirette, poco complesse e ambigue. Una comunicazione fluida, spesso non comprensibile per quegli stessi adulti, immersi nel groviglio dei ruoli sociali da rispettare.

Le loro piccole vite, in trasformazione, saranno segnate da numerosi eventi drammatici, che ne segneranno i percorsi. Un progetto importante, che con gli incassi ha contribuito alla costruzione di una scuola elementare a Watamu (Kenya) da parte dell’Associazione italo-svizzera ATKYE. Un film su bambini occidentali, fragili ma caparbi, che hanno spesso, nei loro disagi, molto in comune con i loro coetanei di parti del mondo lontane.

Laura Novak

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Hanging shadows

Posted on 08 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Andiamo subito al punto: “Hanging Shadows” è veramente un gran bel documentario. Nulla da dire. Girato bene, grande professionalità, belle immagini. Paolo Fazzini ci ha davvero consegnato un prodotto di eccellente fattura.  Ha dato anche il definitivo colpo di grazia alle nostre illusioni sul destino di un certo cinema italiano. L’argomento è quanto mai spinoso. Un percorso anche doloroso che ci mostra come quelli che una volta ci si poteva permettere di chiamare “artigiani” di nicchia, vengano messi in condizioni di non poter più girare. Ma il vero problema non è il perché. Il regista prova quasi un gusto macabro nel mostrarcelo. Da Argento a Bava, da Deodato a Soavi, passando per le maestranze di lusso come Stivaletti e Tentori, negli occhi di tutti gli intervistati si nota la mestizia di un mondo che non c’è più. Per la mancanza di produttori, per la voracità della madre di tutti i mostri che è la televisione, forse.

Fa male vedere lo sguardo rassegnato di un Bava che sentenzia che non ci sono più produttori capaci di rischiare, poiché le produzioni preferiscono investire ne “I grandi fratelli”. Le idee e la fantasia sembrano essere morte definitivamente. Ancora più grave è il pensare che anche grandi autori d’oltreoceano come Carpenter o Hill sono da diversi anni relegati nel silenzio. Ecco il vero orrore girato da Fazzini. Ecco il vero spavento. Non so se ringraziarlo, ma almeno ha scoperchiato il vaso di Pandora.

Massimo Gnoli

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Il mio paese

Posted on 08 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Daniele Vicari (Velocità massima e L’orizzonte degli eventi) è tornato nelle sale. Questa volta con un documentario. Ed ancora una volta è l’economia il motore della sua ricerca. Una ricerca che il regista ha intrapreso diversi anni fa e che oggi lo ha portato a ripercorrere i passi di Cesare Zavattini, il quale, negli anni Cinquanta aveva in mente un lavoro omonimo. Una ricerca che non è il solo ad avere intrapreso e che prende il la proprio da un documentario economico commissionato dall’Eni di Mattei a Joris Ivens.

Il regista ha lavorato due anni, girando dalla Sicilia al Veneto, portando alla luce un affresco toccante di un paese che vive in bilico tra un passato mai morto ed un futuro che non riesce bene a focalizzare. Il regista parte da un impegno politico per passare attraverso quello antropologico e sociologico ed arrivare a porre domande importanti sullo stato di un paese, delle sue aspettative e delle enormi potenzialità che esprime. Mai retorico e sempre teso alla ricerca di una linea rossa tra passato, presente e futuro, il documentario, pur non essendo didascalico, comunica con chiarezza una sorta di nuovo corso da cercare, una nuova via da intraprendere.

Dall’estrema povertà e disorganizzazione del sud, alla maestosa grandezza dei cantieri del nord, Vicari trova la chiave di lettura universale di un’economia che sta cambiano, di una mentalità che fa fatica a cambiare e di un paese che lavora tutti i giorni e produce. E ancora una volta ci propone un esempio di delicatezza registica legata ad una struttura aperta che fa di questo documentario, nonostante la mole di materiale visivo, un piccolo capolavoro.

Fabio Sajeva

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Jesus camp

Posted on 04 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Dal 2001 negli Stati Uniti esiste un campeggio estivo per ragazzi davvero particolare. Si chiama “Kids on Fire” e si trova sulle rive del Devil’s Lake, nel North Dakota. A gestirlo è un pastore donna, Becky Fisher, che ogni anno raduna nel suo ‘tempio’ ragazzi di fede evangelica da un po’ tutti gli Stati Uniti per indottrinarli e permetter loro di ‘nascere di nuovo’: il problema è che il quarantatre per cento degli evangelici nasce di nuovo prima dei tredici anni. In questo campeggio, dopo le ore dei giochi, gli organizzatori parlano ai ragazzi su come fare a liberare il mondo dal male: «Dobbiamo cambiare le cose. Noi abbiamo gli strumenti e possiamo cambiare il mondo».

Ed ecco allora assistere a scene davvero ai limiti della ragione con ragazzi che sembrano in preda a convulsioni perché dominati da visioni dell’aldilà, altri che chiedono a Dio di essere salvati, preghiere di gruppo in cui il pastore chiede ai ragazzi di rendersi disponibili a Dio per tutta la vita o confessioni di adolescenti che ammettono di non aver trovato nulla di interessante nella propria vita già da quando avevano cinque anni e che quindi l’unico scopo per la loro esistenza è la ricerca di un contatto con Dio. Si resta davvero senza parole.

Con “Jesus Camp”, nominato agli Oscar 2007 come miglior documentario, Heidi Ewing e Rachel Grady hanno realizzato un film scioccante. Per riflettere un po’, basta solo sapere che ottanta milioni di americani sono di fede evangelica. Su Cult ogni tanto gira, non perdetelo.

Iacopo Bevilacqua

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H2Odio

Posted on 01 gennaio 2010 by Ireneo Alessi

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Forse non è poi così banale come sembra, come lo hanno definito in molti alla sua uscita. Anche perché Alex Infascelli un esperimento con H2Odio l’ha pure vinto: primo film nella storia del cinema di genere uscito direttamente per il mercato delle edicole. E non solo, probabilmente.

Nel 2006 è stato, infatti, il primo film pensato e realizzato per un pubblico di cultori del genere ormai non più molto affezionato alla sala. E come ingredienti principali dentro c’è un po’ di tutto, a partire dalla collaudata tematica della follia umana. «Ho cercato di scandagliare l’anima femminile, il rapporto madre-figlia, la relazione tra amiche – ha dichiarato subito dopo l’uscita, il regista romano – Perché a differenza degli uomini che si confrontano con i traguardi, le donne hanno una rivalità che è nella stessa identità femminile». Intenti piuttosto complessi detti da un uomo, ma che Infascelli ha scelto comunque di rappresentare uscendo dagli ambienti malati a cui ha abituato il suo pubblico con Almost blue (2000) e Il siero della vanità (2004). Il malato va estirpato fin dalle radici. E infatti cinque amiche si ritrovano per un week-and di purificazione su un’isola deserta con lo scopo di portare avanti una sorta di terapia nutrizionale solamente a base di acqua.

Dopo un solo giorno di astinenza, alcune decidono di venir meno ai patti. Finché è l’acqua che comincia a mancare. E a seguire anche la ragione. Una di loro non ha mai smesso di osservarle… A parte l’aspetto rivoluzionario della distribuzione, è il cast di sole donne l’altra grande novità del film. Mentre l’atmosfera claustrofobica creata dall’isolamento, uno dei topos del cinema di genere anni Ottanta, torna a dominare la scena, aggiungendosi ad uno stile della narrazione e ad un modo di gestire la tensione che ricordano i primi Argento e De Palma, pur non riuscendo a riconfermarli fino in fondo. Poca paura a conti fatti, ma tanti buoni intenti, con musiche degli Harvestman un po’ ossessive, eppure decisamente azzeccate.

Il Dvd della Raro Video contiene un interessante booklet curato da Bruno Di Marino, il commento audio del regista, un backstage e diverse interviste ai realizzatori del film.

Giacomo Ioannisci

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Cosa hai visto?

Posted on 16 novembre 2009 by V

Fabio Padovan, nato a Moncalieri, è l’autore di questo corto intimista, dal soggetto abusato tanto quanto l’oggetto conteso, eppure diverso. Si divide in due segmenti, paralleli e contigui. Erika è una ragazza solare, piacevole. Una sera viene violentata da uno sconosciuto tra le rovine di un vecchio teatro abbandonato; palcoscenico di un orribile spettacolo che la ragazza tenderà a superare guardando al di là della violenza subita. A soccorrerla, un estraneo. Chiuso sipario. Eleonora si è appena svegliata grazie alle attenzioni affettuose del del suo compagno Mauro ma ben presto scopre che sua sorella si è messa nei guai con un tipo sconosciuto. Ad avvisarla è una strana chiamata al cellulare. L’approccio semiotico riservato al doppio racconto rivitalizza in qualche modo un tema, quello dell’abuso, più volte ripreso e interpretato sul grande e piccolo schermo. Padovan sfrutta l’ambiente e l’espressività delle sue attrici per richiamare la maieutica dell’emozione, a tal punto che le immagini risultano l’estensione di un’anima dispersa nella comprensione, scissa in due da un evento che non ha potuto controllare. Girato in alta definizione con pochissimi fondi – ma con una padronanza dei tempi e del ritmo significativo – “Cosa hai visto?” lascia trapelare un’idea parzialmente originale sulla base di un’esperienza terribile. Non tanto una denuncia sul tema quanto una riflessione voyerista. E giunti alla confessione finale, ci si chiede davvero la domanda del titolo.

Vito Sugameli

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Intrigo a Berlino

Posted on 05 novembre 2009 by admin

Luglio 1945: alla vigilia del vertice di Potsdam fra Churchill, Truman e Stalin che deciderà le sorti della Germania uscita sconfitta dalla guerra, un giornalista americano (George Clooney) viene inviato per seguirne gli sviluppi e, durante il suo soggiorno in terra tedesca, ritroverà la splendida Lena (Cate Blanchett), di cui è stato innamorato. L’inaspettato incontro lo farà precipitare in un claustrofobico dedalo di intrighi, menzogne e verità che è meglio tenere nascoste.

Ritorno di Soderbergh al bianco&nero dopo il fallimento di “Kafka”, “Intrigo a Berlino” è una matematica rilettura dei fasti del cinema classico. Il duplice binario su cui il film poggia (la spy story di stampo tradizionale affiancata alle tormentate vicende personali dei protagonisti) sembra non discostarlo troppo da un generico omaggio al cinema noir del passato, peraltro molto in voga in questo periodo. Ma dove altri tentativi si sono fermati, pensando che la strutturazione di un intreccio tipico bastasse per evocare il modus operandi dello studio system, Soderbergh fa partire il suo tentativo. Dando infatti per assodata la tipicità di certe situazioni (il malessere post-bellico, l’amoralità del potere) e di certi personaggi (la dark lady, il tough boy che non riesce ad esorcizzare le lacerazioni dell’amore), il regista americano compie un passo ulteriore: utilizzando tecniche di realizzazione (audio in presa diretta, vecchi obiettivi Panavision) e filmati degli anni 40, inscrive “Intrigo a Berlino”, più che nella dimensione dell’omaggio, in quella, filologicamente più autoriale, della citazione. Con i rischi di algido manierismo che ne conseguono.

Luca Ippoliti

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Jimmy della collina

Posted on 05 novembre 2009 by admin

Ambientato in Sardegna, il film segue i passi di Jimmy, prossimo diciottenne, ribelle ed insofferente ai ritmi del lavoro operaio, che in seguito ad una rapina mancata, si ritrova dietro le sbarre di un carcere minorile, dove si trova faccia a faccia con una violenza che in fondo gli sarà più congeniale dell’idilliaca comunità di recupero “La collina”. Girato in cinque settimane, con un budget di 400000 euro è un film che racconta un disagio giovanile che, favorito dallo spiccato spirito autodistruttivo del protagonista, sprofonda nell’abisso. Il riscatto arriverà o non esiste speranza di espiazione? Tratto dall’omonimo libro di Carlotto Massimo, gli è in qualche modo inferiore perché non riesce ad imporre la sua stessa ideologia, ribaltando tutto ciò che sembra affermare. I pro e i contro si riavvolgono inestricabilmente su se stessi. Un’opera che non riesce ad affermare un’idea diventa un semplice intrattenimento, ma scendendo su questo piano le basi traballano comunque. Un film destinato ad un pubblico adolescente. Apprezzabile la ricerca di un proprio stile da parte di Enrico Pau, regista di scuola teatrale, al suo secondo lungometraggio, che cerca attraverso il simbolismo di costruire un certo livello poetico. Esiste una versione del film con un finale alternativo, meno oscuro ed indecifrabile, ma, in fondo, come afferma David Lynch, è proprio attraverso l’oscurità e la negazione che lo spettatore abbandona la passività diventando partecipe della creazione…

Marco Martano

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Animanera

Posted on 03 novembre 2009 by admin

Il primo lungometraggio di Raffaele Verzillo (dopo il corto L’ultimo sigillo e due serie di Incantesimo) costringe lo sguardo a rinunciare ai suoi segni distintivi – globalità e simultaneità della visione – e a dividersi tra tre piani distinti. Primo piano: il coraggio. Animanera è il primo film italiano che sceglie di raccontare la pedofilia, e lo fa in modo onesto e lineare. Ci si chiede dove il regista abbia trovato animo e risolutezza, e gli si dà atto di un’operazione pregevole negli intenti, che si propone – come racconta lo stesso Verzillo – di rendere la pedofilia un problema sociale, qualcosa da non nascondere: il dribbling dell’omertà è il primo passo per la crescita. Secondo piano: il film.

La sceneggiatura realistica, ma piena di cadute, disattenzioni, improbabilità e movenze che non si definiscono ridicole solo per rispetto del tema; la recitazione approssimativa, dove le uniche interpretazioni degne di tale nome sono quelle del piccolo Luigi Santoro e del pedofilo Antonio Friello; le soluzioni molto sopra le righe (gabbie metaforiche e bestie umane) che, a livello teorico, dovrebbero giustificare la differenza tra un film e un documentario; tutto porta lo spettatore a rimpiangere amaramente qualsiasi fiction tv, tutto sembra tristemente convergere su effetto boomerang – allontanare la percezione della realtà (il problema pedofilia) e quella delle immagini (che dovrebbero quantomeno essere pertinenti rispetto al problema).

Terzo e ultimo piano: non si spara su un’opera prima. Ma soprattutto, nonostante l’imbarazzo, l’utilità sociale è salva con l’iniziativa Foyer aperti, che consente alle associazioni antipedofilia di svolgere attività informativa nelle sale in cui si proietta il film.

Annarita Guidi

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A casa nostra

Posted on 31 ottobre 2009 by V

Soldi, potere, delusioni, rivincite, frustrazioni e poco tempo per i sentimenti: questo è il quadro che ci presenta la Comencini “francese”. E chi può darle torto? Milano, la città in cui si muovono i personaggi di “A casa nostra”, è la città ideale per descrivere il presente dell’Italietta sfigata dove ognuno di noi fa poco e niente per cambiare qualcosa. Tante storie, una diversa dall’altra, ma in fondo tutte uguali, vissute per raggiungere quel successo che non arriva perché non è mai abbastanza. Ci sono i ragazzi, quelli che tradiscono la moglie per gioco, che vanno dalla ragazza solo per scopare o che si innamorano di prostitute polacche. E ci sono i rampanti, quelli della “Milano da bere”, che con il revenge degli anni Ottanta sono tornati di moda. E infine ci sono le ragazzine modelle che si fanno inculare da banchieri senza un minimo di dignità, bambini che uccidono per pochi spicci e neonati bastardi. Tutto questo e ancora di più nel nuovo, a volte improbabile, film di Francesca Comencini, che senza pietà la bastona questa nazione da cui vogliono scappare tutti, ma da cui non scappa più nessuno.

Vincenzo Patanè Garsia



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Nightmare detective

Posted on 19 ottobre 2009 by Ireneo Alessi

Nightmare detective

Quella di quest’anno a Venezia è stata una Mostra del Cinema a tutto splatter, con ben sei film horror in cartellone e tre grandi maestri in passerella: George A. Romero, Joe Dante e Shinya Tsukamoto, registi che il cinema di genere l’hanno sempre masticato, mescolato, masturbato, metabolizzato e poi (re)inventato. E in occasione di tanta carne messa a fuoco dalla macchina da presa, per il primo Taxi Drivers mensile abbiamo scelto di allegare in dvd un titolo del regista giapponese, (forse) il meno conosciuto della triade veneziana nel nostro Paese. Al Lido Tsukamoto ha presentato il suo ultimo film, terzo tassello della trilogia cult cyberpunk cominciata esattamente vent’anni fa: Tetsuo the bullet man. Quindi, in attesa di vederlo anche da noi, proviamo a gustarcelo attraverso uno dei titoli più seminali della sua carriera, Nightmare detective (2006), impreziosito da un’edizione Raro Video come al solito eccezionale, in doppio audio e con ricchi contenuti extra

Partiamo dal principio. Senza regole. Nightmare detective non ha niente a che vedere con Tetsuo (1989), eppure sembra esserne quasi una sorta di remake. Assurdo, certo. Ma nel cinema di Tsukamoto è tutto molto complicato, labirintico. Remake di Tetsuo nel senso di opera prima, non nella storia, perché al suo interno ha tutte le caratteristiche del primo film, un autentico concentrato di visioni che non lasciano un attimo di tregua allo spettatore. Un film fatto di pancia prima ancora che con il cuore, realizzato mettendoci dentro le paure e le angosce di sempre. A cercarlo non c’è autore al mondo come Tsukamoto capace di mescolare il pallore delle luci notturne che colorano le metropoli con il metallo, l’acciaio che di quelle metropoli sono la base portante. E sempre più anche dell’uomo. Per non parlare quindi dei suoi personaggi: uomini-bidimensionali, uomini-macchine, uomini–metropoli. Il resto è privo di senso, un mondo che assomiglia ad un grande buco nero. Sempre. Per cercare di comprendere il cinema di Shinya Tsukamoto lo spettatore deve essere ben predisposto a ‘calarsi’, come un palombaro nelle gelide e profonde acque degli oceani, nella follia della mente dei personaggi in carne pronti a cominciare la mutazione in acciaio.

Tra Lynch e Cronenberg. Ma c’è qualcosa di più in questa ‘calata’. Non si tratta della discesa agli inferi. Sono già in superficie. È invece un precipitare nell’animo umano, privo di tutte le sue difese, pieno di ferite. A differenza di Lynch, in cui le non-trame sembrano essere dei caotici incubi assemblati da un demiurgo della notte, nei film di Tsukamoto, in particolare in Nightmare detective, le storie dei personaggi non sono pensabili nemmeno nei nostri incubi, risultato invece del pensiero di un demiurgo del cinema per il quale gli incubi sono le vite umane. Ecco quindi spiegato il ruolo del detective nottambulo, un giovane solitario che non desidera altro che morire, stufo di vivere nelle menti altrui e in un mondo che disprezza. Nel frattempo c’è un’altra storia, quella di un’abile e silenziosa investigatrice, Keiko Kirishima (Hitomi), che s’imbatte in due misteriosi casi di suicidio. All’apparenza. Entrambi gli incidenti hanno un comune denominatore: il numero ‘0’ (Shinya Tsukamoto) che compare sul loro cellulare come ultima chiamata poco prima di morire.

Tuttavia, la moglie di una delle vittime riesce a testimoniare, raccontando che mentre dormiva il marito, all’improvviso, ha cominciato a pugnalarsi come se venisse chiamato o condizionato da qualcuno o qualcosa nel sogno. L’unica soluzione per la giovane investigatrice è di verificare di persona di cosa si tratta, ma per poter affrontare quel numero maledetto avrà bisogno di un collega molto speciale, un autentico investigatore dell’inconscio… sogni d’oro a tutti.

Giacomo Ioannisci

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Intervista a Libero Di Rienzo

Posted on 18 ottobre 2009 by V

In Italia, nonostante molti considerino il cinema morto e sepolto, c’è ancora qualcuno capace di sorprendere. E “Sangue La morte non esiste” (2005) del giovane partenopeo Libero De Rienzo è una sorpresa che capita raramente di vedere. Un film di decostruzione del linguaggio classico. Estremo per certi versi. Le visioni lisergiche scandiscono l’impostazione in tre parti. Surreale, anarchico, sovversivo, panico e con una struttura ipertestuale che collega i tre momenti della vita di Stella e Iuri, due giovani legati dal proprio sangue e da un amore impossibile. Ma anche grottesco, come nell’epilogo comico. Per altri versi il film è addirittura coraggioso, una vera apologia sulla società di oggi e su una generazione malmostosa e incapace di reagire. La morte non esiste, anche del cinema italiano.

Premiato al Brooklyn International Film Festival come miglior film, l’esordio alla regia di Libero De Rienzo non ha avuto vita facile nel nostro Paese: nonostante abbia alle spalle Mikado, Rai Cinema, Nitrofilm e IllegalFilm 77 (dello stesso Libero), il film è uscito solamente in otto sale. Nel cast ci sono nomi promettenti: Elio Germano (Che ne sarà di noi, Romanzo criminale), Emanuela Barilozzi (Velocità massima, Una talpa al bioparco), Luca Lionello (Nero bifamiliare, La passione di Cristo) e lo stesso Libero De Rienzo (Santa Maratona, A/R Andata + Ritorno) che si ritaglia una piccola parte nel ruolo di una guida spirituale sui generis. In occasione della presentazione del dvd edito dalla Dolmen abbiamo incontrato il regista Libero De Rienzo alla Casa del Cinema e ci ha raccontato la sua esperienza.

Sangue lo potremmo definire un ipertesto: diviso in tre parti e collegate per “sinapsi”. Ricorda un certo tipo di cinema indipendente americano. Film come Pi greco e Requiem for a dream?

Penso di sì. Aronofsky, però, è un po’ più attento alle reazioni del pubblico. I suoi film, per quanto diversi l’uno dall’altro, hanno una maggiore linearità: un esempio è appunto “Requiem for a dream”, una sorta di apologia sul mondo della droga, il resoconto di un’America mangiucchiata. Anche se è un film che mostra attacchi ai media, alle istituzioni e a tutte le dipendenze in generale, alla fine resta un film accessibile. Stesso discorso vale per “21 grammi” che, andando a stringere, è un film piuttosto semplice. Insomma, nel cinema indipendente americano in questo momento hanno trovato una formula che vince, in cui elementi estranianti come il montaggio e la narrazione sono predominanti. La nostra, invece, è probabilmente un’operazione più pericolosa: vengono messi in discussione proprio tutti gli elementi filmici che appartengono alla pellicola, mentre il montaggio è basato sullo sfaldamento della grammatica cinematografica.

La cosa bella del tuo film è che le immagini non sono mai scontate, ma hanno sempre una valenza estetica. Ogni fotogramma sembra un’opera d’arte a sé. Più che una storia raccontata, è una visione…

Infatti, in determinati momenti la storia è raccontata dalle immagini e non dalla vicenda: questo è stato uno dei motivi per il quale il film ha avuto molte difficoltà di distribuzione. Ci sono due linguaggi che prendono il sopravvento l’uno sull’altro a seconda dello spettatore: il primo ha una qualità narrativa-storica adatta a tutti, ma c’è anche un altro linguaggio che deve essere recepito nella maniera più viscerale da parte di una generazione, in particolar modo da quella cresciuta con l’audio-video. La critica più comune che ho ricevuto è “C’è troppa roba, non c’è un filo logico preciso”. La gente vuole capire cosa si sta cercando di dire, o meglio, chi sono i buoni e chi i cattivi. Insomma, bisogna proporre uno schema di comportamento morale. Se non si procede in questo modo, ci si esponi ad un rischio troppo grande, che è quello di fare un’opera d’arte. Non credo che bisogna trovare il modo di rappresentare se stessi nelle cose che si raccontano, ma il punto dovrebbe essere quello di riuscire a tirare fuori l’anima dalle cose che stai raccontando.

Raccontaci qualcosa di questa prima esperienza di regia.

La vicenda di questi due ragazzi, per quanto sia emblematica e fondamentale, era diventata un pretesto per fare un tipo di cinema che avrei voluto vedere. Purtroppo, non capisco questo fatto dell’esordio: mi sembra una parola che ha a che fare col vomito, “poverino, ha avuto un esordio”. Nel novanta per cento dei casi il primo film è il migliore. E di tutti gli autori dei quali non posso fare a meno per vivere amo il primo film: Eraserhead è probabilmente il migliore. Per quanto mi riguarda, non credo che riuscirò a fare un film superiore a Sangue. Anche se facendo film più semplici, che raccontano una vicenda, mi avvicinerei a più persone. E poi questo film non è stato un esordio solo per me, ma anche per molti altri membri della troupe. Ho fatto molti film nella mia vita e ho sempre sentito dire “c’era un bel clima, stavamo bene sul set”, ma non è mai così. Ognuno si fa i cazzi suoi. Invece, in questo film è come se una ventina di persone si fossero unite per un’urgenza, una missione, un forte desiderio comune. Insomma, c’è stato un vero e proprio investimento artistico, non solo da parte mia, ma da parte di tutti. Io l’ho vissuto inevitabilmente come un’esigenza fisiologica, come se mi scappasse la cacca. Non sono mai stato libero di prendere una decisione ed è sempre stato il film a comandare tutto, fin dall’inizio.

Cosa ne pensi, invece, della situazione attuale del cinema indipendente italiano?

Penso che ci sia bisogno di fare un cinema più responsabile, di realizzare film che vengano proposti sempre a più persone per abbattere l’attuale condizione del mercato cinematografico. Questo è un ragionamento che su questo film non è stato fatto e non ci siamo nemmeno preoccupati di piacere. Non ci sono esempi nel passato e i film “acidi” che hanno avuto successo, titoli come Trainspotting, sono molto semplici nell’impostazione. Qualcosa è riscontrabile in film come “Fuori vena”, “Pater familias” e “Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa”. Oppure in autori come Garrone e Crialese.

Nel film si percepiscono echi post-rock. Ti va di raccontarci qualcosa sulla colonna sonora?

Beh, il post-rock è l’unico genere musicale adatto al cinema oltre a quello strumentale. Tutti gli altri generi non si pongono al servizio dell’immagine, ma diventano preponderanti rispetto a quello che stai raccontando. Il post-rock, invece, riesce a portare sonorità a campi che emergono solo in fase di montaggio. E così è come se fosse una musica composta di nascosto, che si ascolta di straforo, in maniera clandestina. Gran parte della colonna sonora è stata composta dal gruppo italiano Giardini di Mirò.

Federica Pazzano e Giacomo Ioannisci

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Io sono un cittadino

Posted on 25 novembre 2008 by Ireneo Alessi

peter_marcias

La vita politica italiana, istrionica e volubile, vista a ridosso delle elezioni del 2001, da un pensionato sardo. Il documentario, ben girato, dai ritmi veloci e personaggi divertenti, tenta, senza evidenti prese di posizione, di rendere appieno la confusione ed il disorientamento di un cittadino italiano, chiamato alle urne a votare qualcuno che probabilmente non lo rappresenterà mai.

Il protagonista, ex partigiano e vecchio militante della sinistra, la sinistra quella vera (come la chiama lui), soffocato da una stampa tendenziosa, accerchiato da una campagna elettorale veloce, mediatica ed intrusiva, tenterà in quell’aprile del 2001 di difendere, dal subdolo trasformismo politico italiano, i suoi vecchi ideali politici. A malincuore, in preda alla rassegnazione, vedrà il mondo, da lui conosciuto, crollare sotto la spallata dell’imprenditore politico improvvisato, che, al suo seguito, continua a macinare consensi.

Molte delle persone intorno a lui, ammaliate dalla personalità dell’uomo self-made per eccellenza, disilluse da anni di sinistra strisciante e centrista, sembrano voler dare una possibilità al cambiamento che il nuovo polo sembra promettere. Ma, citando un passo del film: la destra e la sinistra non esistono, decidono loro cos’è la destra e cos’è la sinistra. Otto anni sembrano passati invano.

Laura Novak

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