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Hanno cambiato faccia

Posted on 08 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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Hanno cambiato faccia” di Corrado Farina appartiene ormai ad un cinema di genere italiano tanto rimpianto quanto lontano. Tra i film-simbolo del filone vampiresco made in Italy, pur avendo citazioni che spaziano da Murnau a Dreyer, in pochi minuti sposta l’attenzione dello spettatore sul piano sociologico, con la figura del vampiro sempre più modello di gabbia sociale

Alberto Valli (Giuliano Disperati) è un giovane ed ambizioso dipendente della Auto Avio Motors di Torino di proprietà del magnate industriale Giovanni Nosferatu (Adolfo Celi). Una mattina viene inaspettatamente convocato dalla direzione all’ultimo piano, perché l’ingegnere desidera riceverlo nella sua villa tra i monti della Val di Susa. Giunto all’abitazione in compagnia di un’avvenente ragazza hippy, di nome Laura (Francesca Modigliani), nonostante il disappunto di lei, per via dell’atmosfera spettrale che vi regna, Alberto decide di entrarvi. Il mistero avvolge ogni singolo particolare. L’ingegnere desidera conoscerlo per affidargli un importante incarico: la presidenza della società Auto Avio Motors. Nella villa tutto si fa sempre più minaccioso e gli eventi non possono che far sospettare qualcosa di davvero malvagio che si cela dietro la vera identità dell’ingegnere. La fuga sembra l’unica soluzione. Ma così come è impossibile fuggire da una gabbia sociale, allo stesso modo è impossibile respingere il volere di un vero ed autentico vampiro.

Il film di Farina si può simbolicamente schierare tra i prodotti critici al neocapitalismo, in leggero anticipo addirittura anche sul cinema sovrastrutturale di John Carpenter, specie del capolavoro “Essi vivono”, con il dichiarato slogan marcusiano “Il terrore oggi si chiama tecnologia”. In “Hanno cambiato faccia” non scorre nemmeno una goccia di sangue, perché il vampiro (la società) succhia direttamente la nostra linfa vitale, la nostra libertà. L’ingegnere Nosferatu in questo senso pare un vampiro che crede in una società atomizzata, parcellizzata, come dimostrano anche le sequenze del giardino con i custodi che si muovono a bordo di una Fiat 500, o come nella riunione con i dirigenti delle sue società, tutti scelti alla nascita come prodotti in scatola al supermercato e allevati per poter diventare quello che in origine era il suo volere imprenditoriale. “Hanno cambiato faccia” è un film visionario che, nonostante i pochi mezzi, rappresenta di certo un curioso caso di cinema bis italiano, da riscoprire per approfondire un periodo ormai storico del nostro cinema, di quando alle mani alzate al cielo quasi  seguivano sempre film, canzoni e fumetti di dichiarata matrice politica, pur nascondendola con gusto e un pizzico di ingenuità. L’esordio di Farina è un film libero, anche se povero, ma ricco di idee originali.

Giacomo Ioannisci

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Numero Zero e il cinema di Jean Eustache

Posted on 05 novembre 2009 by Salvatore Insana

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L’Académie de France à Rome, con sede a Villa Medici, ha recentemente reso omaggio (13-18 gennaio 2009), con una rara retrospettiva integrale, ad uno dei più importanti registi francesi della generazione successiva alla celebre ondata rivoluzionaria della Nouvelle Vague.

Trattasi di Jean Eustache, autore fuor di regola e resistente agli schemi convenzionali, capace d’un cinema indomito (così definito dagli stessi autori della rassegna), al cui cospetto si rigenera appassionatamente il discorso sul dispositivo filmico e sulle sue vie “altre” possibili, in tempi in cui risulta quasi utopica la scelta di dissentire dal pericoloso adeguarsi alle censorie regole di mercato.

Numero Zero appare all’interno della sua produzione, tra cui è impossibile non ricordare il capolavoro fuori misura La maman et la putain, come una delle sue prove che virano maggiormente verso un’estraneità alle leggi del narrare per immagini con cui siamo abituati a confrontarci, verso un inconsueto grado di radicalità che spinge ad interrogarci proficuamente sulla natura stessa del cinema come cantastorie audiovisivo.

Nei suoi 110 minuti di girato non montato e presentato così allo stato grezzo di materiale, tale opera consiste sostanzialmente in un dialogo tra Eustache stesso e sua nonna. Quel che potrebbe sembrare la cosa più lontana dall’essenza del dispositivo cinematografico, definito come grande narratore per immagini, diventa invece, operata una riduzione degli elementi e dei materiali utilizzati, lasciandoci solo un corpo ed una voce, una esaltazione del carattere epifanico del cinema stesso.

Si evade dal film come confezione standard per metterci di fronte solo un corpo, spesso solo un volto, intento a tracciare a parole interminabili percorsi passati, a far vibrare una voce indomabile, a far riemergere con virulenza quel che era sopito in memoria.

Eustache non taglia niente, volge le spalle alla camera, si fa vedere a lavoro, documenta quello che è già un’ ipotesi di documentario e che così vede moltiplicare i suoi connotati di reperto temporale e traccia di lavorazione.

Nella dichiarata povertà di mezzi e di materiali, Numero Zero rimanda ad una riflessione più approfondita su cosa sia raccontare. Ci fa percepire il cinema come novello focolare, intorno al quale ci si riunisce per sentirsi narrare delle storie, ed insieme, ci spinge ancora oltre, ad ammirare – mise en abime inconscia – come, nel suo farsi, il film ci racconti qualcosa attraverso le immagini di qualcuno che a sua volta racconta attraverso la parola.

Salvatore Insana

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Risvegli al CineTeatro: Per grazia ricevuta

Posted on 22 dicembre 2008 by Salvatore Insana

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All’insegna della mescolanza tra un’arte della vicinanza, il teatro, la poesia incarnata in un corpo, lo spettacolo live, ed il cinema, che, in quanto poggiato su uno strumento di riproduzione meccanica, può risultare freddo, ed in quanto mediato da uno schermo, può apparire distante, il Cineteatro di via Valsolda ha organizzato una serie di incontri in cui delle letture a carattere poetico e di ricerca sul linguaggio espressivo si mettono in relazione con la proiezione di pellicole che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, quella annunciata dall’affascinante titolo della rassegna: Risvegli, storie di rinascita e trasformazione.

L’incontro di sabato 20 dicembre ha permesso di rivedere Per grazia ricevuta, il primo lungometraggio (di soli due) diretto dal grande attore Nino Manfredi. Una prova registica il cui valore emerge oggi soprattutto per il suo carattere di documento d’una lotta che ha segnato un’epoca e più generazioni, il dissidio interiore ed esteriore tra una mente libera ed i bavagli al movimento ed al pensiero che per lungo tempo la dottrina cattolica ha esercitato, con tutte le sue storture, sulle menti italiane. Una questione irrisolta e difficile persino da percepire per un’anima castrata della sua potenza da un’ottica penitenziale basata sul peccato, la colpa, il dogma, il rispetto delle regole e lo sfociar sclerotico delle stesse nella superstizione, nel folclore, nell’ipocrisia.

Progetto dai risvolti autobiografici, patrocinato da Oreste Del Buono e girato nel 1971, il film racconta le vicende di Benedetto (Manfredi), orfano dai tratti ribelli che il giorno della prima comunione cade da un muro e si salva per merito di Sant’ Eusebio. La certezza d’esser stato miracolato trasforma Benedetto in un cattolico praticante al limite della pedanteria, fino all’incontro che ne cambierà in parte il corso dell’esistenza, quello con il farmacista notturno e libertino impenitente Oreste. L’agonia e la morte di quest’ultimo, non alleviata dalla relazione della sua figlia Giovanna con Benedetto, porteranno il personaggio di Manfredi al clamoroso gesto del suicidio, negato tuttavia dalla beffa d’esser graziato o punito d’un nuovo miracolo che lo farà restare in vita ancora una volta.

Una narrazione che procede per salti, nutrendosi di numerosi flash back, ed avvolta in un alone di surreale ironia, capace di farci andare oltre la storia, sino a confrontarci con quella diffusa fragilità del non riuscir ad avere una guida, dell’aspettare un segno e riceverlo rovinosamente di natura opposta.

Salvatore Insana


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