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I ragazzi del massacro

Posted on 08 febbraio 2010 by Luca Biscontini

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La camera a mano gira – brevi riprese confuse – mani che cercano, un volto terrorizzato dagli occhi che pian piano si spengono. Un fazzoletto in bocca, una bottiglia di anice che continua a essere passata di mano in mano tra ragazzi dalle facce sporche di vita. Questa è la scena di apertura de I ragazzi del massacro, film noir del 1969, oggi considerato un cult del regista pugliese Fernando di Leo, poco conosciuto ai molti e dalla carriera altalenante, che narra le indagini del commissario Duca Lamberti dopo l’omicidio di una maestra avvenuto in un’anonima scuola serale della periferia milanese. Un film artigianale, fatto con quei pochi mezzi di cui si servivano le produzioni degli anni Sessanta e Settanta, cinematografia non sempre eccellente, spesso mediocre, che cercava con originalità e inventiva di emulare i b-movies di genere, di quella Hollywood che di lì a poco sarebbe tornata nuovamente in auge grazie ai blockbuster.

I ragazzi del massacro inaugura il filone del giallo-poliziesco di Fernando di Leo, regista non dalle eccelse potenzialità, ma con buone idee e ottime intuizioni. La tipicità e il valore della pellicola non possono essere appieno apprezzate se non si cerca di contestualizzarli nel momento della produzione. Ispirato all’omonimo romanzo di grande successo dello scrittore italo-russo Giorgio Scerbanenco, il film non rispetta quelle che sono le peculiarità della narrazione cartacea che tendeva a concentrarsi eccessivamente sull’intreccio, puntando ad attirare più superficialmente l’attenzione del lettore, avendo pietà dei ragazzi e concentrandosi sulla sgradevole figura del travestito, mandante dell’omicidio, che invece il regista tende invece a relegare in secondo piano. Di Leo, nelle sue intenzioni, cerca di costruire un’indagine sociologica sulla gioventù di strada milanese di fine anni Sessanta. La sua narrazione è il più possibile cruda ed essenziale, scarna di artifici ma con tagli espressionistici tali che sembrano infondere all’atmosfera del film i tratti tipici del fumetto. Un autore, quindi, dalla forte personalità e dalle idee molto chiare.

Di Leo era convinto che “il bubbone”, che la società italiana del post-boom economico portava dentro di sé, non doveva essere lasciato ad ingrandirsi, ma andava spremuto. E con la sua interessante pellicola tenta proprio questa operazione: prova a dar voce a tutte quelle emergenze sociali che dalla cronaca dell’epoca venivano circostanziate e pressoché ignorate. I ragazzi del titolo non sono attori professionisti, ma giovani scelti per le loro eloquenti facce (memorabili i controlli che la polizia esegue durante le riprese del film), minorenni costretti a prostituirsi per vivere, abbandonati ancora adolescenti alle durezze della vita da genitori consumati dai loro problemi e incapaci di dare loro abbastanza attenzioni. Purtroppo la pellicola perde di tanto in tanto le sue ambizioni sociologiche, indugiando troppo su particolari dell’intreccio e lasciandosi trascinare da colpi di scena poco convincenti. Memorabile, però, l’interpretazione del protagonista, il commissario Duca Lamberti (Pier Paolo Capponi), attore che con la sua carica belmondiana dà il volto ad un personaggio stretto tra l’indignazione per l’omicidio su cui indaga e la voglia di aiutare i ragazzi coinvolti. Insomma, un personaggio forte e debole allo stesso tempo, che alla fine risulterà né vincitore né vinto. Fatto nuovo nel cinema di genere, oltre all’interpretazione pionieristica del commissario di Capponi, è anche il ruolo dell’assistente sociale interpretato da Susan Scott, che proprio pochi anni prima aveva iniziato la sua carriera in Italia. È un personaggio col quale di Leo cerca di controbilanciare la figura del commissario, troppo chiuso nelle sue devianze professionali, facendogli comprendere le difficoltà dei giovani disadattati.

Alessandro Zagarella

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Ludwig Van (Festival Fish-Eye)

Posted on 19 ottobre 2009 by Salvatore Insana

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Unico lungometraggio di Mauricio Kagel, compositore argentino presto emigrato in Germania ed autore anche di numerosi cortometraggi sempre in bilico tra sperimentazione (soprattutto in campo sonoro) e uso più classico dello specifico filmico, Ludwig Van, girato nel 1969 in occasione del duecentesimo anniversario della nascita del celebre compositore tedesco, si può definire come una gita disorganizzata intorno alla museificazione di Beethoven, ovvero parodia a più strati del culto romantico del genio.

Kagel gira in 35mm, sceglie un bianco e nero curato e adotta uno sguardo che simula in soggettiva il vagabondaggio senza meta d’un protagonista di cui vediamo solo mani – guantate o meno – e piedi – addobbati con calzature ottocenteste – (Beethoven stesso?). Presto viene meno una qualsiasi concatenazione narrativa delle vicende, facendo del film un accostamento di frammenti visivi che indugiano, a mo’ di danza, tra le vie e le case di Bonn, tra umani e animali, tra passanti e esperti televisivi, immergendoci in novanta minuti di suoni beethoveniani, unico possibile collante di un’opera altrimenti volutamente come “fantasia” (nell’accezione musicale) senza equilibrio.

Ludwig Van si smarca dal rischio della sterile celebrazione, da quello del biopic e da quello del documentario sulle tracce risapute di un grande artista. Sceglie di procedere a salti, con ellissi e buchi temporali, passando – inciampando in ostacoli comici: gli spartiti che cadono, i busti che si sfaldano, le note che si moltiplicano come carta da parati.

Dagli interni polverosi della residenza-museo di Beethoven alla delirante intervista di un fanatico discendente dello stesso – intervistato, con mdp che irrispettosamente di avvicina e si allontana senza curarsi delle parole, in aperta campagna – ; dal talk show tra esperti musicisti e musicologi che finisce per vertere sulle chiacchiere private a proposito della sordità, sino allo zoo popolato da primati ed elefanti defecanti, Kagel gioca insistentemente sul contrappunto – il più delle volte ironico – tra immagine e suono, tra solennità e grottesco, ribadendo quanto il montaggio possa arrivare a ribaltare persino la percezione di chi probabilmente è il più celebrato e riverito tra i musicisti mai esistiti.

Salvatore Insana

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