The Net di Kim Ki-duk

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Un film, quello di Kim Ki-duk, all’altezza del suo standard artistico continuamente impegnato, attraverso storie travolgenti, sul piano sociale, morale, politico ed economico

Sposato con una figlia, un modesto pescatore della Corea del Nord esce con la barca. Il motore va in panne inceppandosi con la rete e l’imbarcazione procede alla  deriva verso la Corea del Sud.

Qui  l’uomo subisce feroci interrogatori, violenze e soprusi.

I pregiudizi del Sud Corea nei confronti dei comunisti abitanti del Nord non esitano a mettersi in evidenza.

Lo stesso pescatore non accetta la proposta di rifarsi una famiglia nel Sud, che sembra invece un’ offerta irrinunciabile da parte del “democratica” parte capitalista.

D’altronde gli abitanti del Sud non possono acconsentire a rispedire alla dittatura un cittadino che può esserne “salvato”.

Viene pertanto accusato di essere una spia, perché tutti potenzialmente possono esserlo ma il pescatore non acconsentirà mai a disertare.

Il percorso in auto e quando verrà rilasciato lo vedrà alla  prese con la sua ostinata opposizione alla tentazione di vedere l’altro mondo perché in base alla sua cultura ” più vede più sarà infelice”.

Rimane colpito nel veder picchiare una prostituta, che difenderà chiedendole come sia possibile vendere il proprio corpo in un paese “libero”. Non comprende come sia consentito subire tale umiliazione nel paese dell’ abbondanza.

Asciutta, e volutamente essenziale la narrazione, non cede a distrazioni di sorta, né tantomeno a patetismi di alcun genere

Si sente come un pesce caduto nella rete il povero pescatore sospeso tra impossibilità di disertare e non vedere mai più la amata famiglia.

Assiste anche al suicidio praticato mordendosi la lingua di un suo compagno-spia del Nord.

Gli viene proposto di tornare nel suo paese solo a patto di rivelare i luoghi delle basi missilistiche e nucleari.

Come spesso accade, i responsabili, nelle situazioni in cui viene praticata la violenza, non si assumono la gerenza  e delegano ai subalterni decisioni per le quali successivamente potrebbero essere accusati.

Il suo nazionalismo esasperato e l’aiuto di un addetto al controllo gli consentiranno di tornare  a casa ma anche qui sarà sottoposto alle stesse vessazioni, soprusi e violenze che aveva subito dai “nemici”.

Secondo i responsabili del Nord avrebbe dovuto abbandonare la barca sebbene fosse l’unico suo avere pagato in dieci anni e l’unica sua fonte di reddito.

Come fare dell’arte cinematografica uno strumento strategico di informazione politica: basta chiedere a Kim Ki-duk

Usato per la propaganda politica, si accorgerà di non ricevere alcun riconoscimento alla sua fedeltà al regime per non aver ceduto ad alcuna tentazione capitalista e nessun aiuto dal punto di vista economico, vedendosi sospesa la sua licenza di pesca.

Distrutto, abbandonato a sé stesso, umiliato e ormai definitivamente disilluso, il pescatore opterà per una soluzione definitiva.

Un film, quello di Kim Ki-duk, all’altezza del suo standard artistico continuamente impegnato, attraverso storie travolgenti, sul piano sociale, morale, politico ed economico. Nulla è mai lasciato al caso nelle opere del regista coreano che continua a sorprendere, per la sua capacità di incidere, in modo assolutamente artistico sul vissuto di un paese e di un mondo in balia di una deriva capitalistica inarrestabile.

Nulla è mai lasciato al caso nelle opere del regista coreano che continua a sorprendere

Asciutta, e volutamente essenziale la narrazione, non cede a distrazioni di sorta, né tantomeno a patetismi di alcun genere. Non sono concesse distrazioni per un tema così radicale, estremo, netto.

Un film che racconta una storia, tra nord e sud Corea, apparentemente circoscritta a questa zona, emblematica e  inevitabilmente descrittiva di una realtà ben più ampia se osservata con uno sguardo più attento e analitico.

Come fare dell’arte cinematografica uno strumento strategico di informazione politica: basta chiedere a Kim Ki-duk.

Beatrice Bianchini



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