67 Festival di Berlino: l’antieroe “cool” di Mr. Long e le donne filippine di Motherland

Mr. Long

    Un killer taiwanese (Chang Chen) arriva a Tokyo e stermina una gang servendosi solo di un piccolo coltello. La sua missione è di uccidere il capo di una banda criminale ma qualcosa va storto ed è costretto a scappare. Trova rifugio in una zona remota e fatiscente della città dove ad aiutarlo trova il piccolo Jun (Runyin Bai), figlio dell’eroinomane Lily (Yiti Yao) e bisognoso a sua volta di qualcuno che si prenda cura di lui e della madre. Ciò che ci viene mostrato nelle successive due ore è una bizzarra ma funzionante commistione di generi. Dopo l’incipit sanguinoso e violento degno della migliore tradizione sulla yakuza, si passa allo slapstick, o quasi. La parte dello spietato yakuza recitata dal regista Sabu in Ichi the Killer di Takashi Miike può aiutare a meglio inquadrare i suoi riferimenti. Dalla comunità di amorevoli e accudenti giapponesi lo straniero di Taiwan viene ribattezzato Mr. Long. Mr. Long, non dice una parola per tutto il film e questo silenzio lo rende cool. Sembra una sorta di Clint Eastwood taiwanese letale con il coltello e pieno d’amore ai fornelli. Sabu mostra empatia e affetto verso i suoi protagonisti. Dello spietato aguzzino non tarda a mostrare il lato più umano, paterno, protettivo e generoso, e della madre eroinomane gli episodi sventurosi del passato che ci fanno comprendere il suo presente con benevolenza. E poi Sabu ci prende per la gola, perché Mr. Long non è solo un bel tenebroso dal cuore tenero ma anche un cuoco da leccarsi i baffi. “Taiwanese Beef Noodle”, il suo chiosco ambulante, è la maniera onesta con cui guadagna il denaro per far ritorno a casa. Quando la commedia sembra virare verso il rosa, ecco fare irruzione la yakuza story che chiude il cerchio dei generi. Il passato di Lily ritorna spietato, un passato che coincide con la missione giapponese di Long. Il cuoco che prepara ogni piatto con amore si fa da parte e l’abile sicario lascia i suoi nemici in un lago di sangue. Un happy end scontato e totale, con killer, ex eroinomane (ed ex prostituta) e figlio da “vissero felici e contenti” è impensabile e cozzerebbe con l’imprevedibilità del film. Mr. Long è una squisita e genuina commedia nera e sentimentale ricca di colpi di scena e travolgenti personaggi/interpreti e il tocco originale di un ottimo autore.

    Dalla paternità, anche se non di sangue, di Mr. Long alla maternità di Motherland della regista filippina Ramona S. Diaz. O meglio, al tema delle nascite nelle Filippine. Il documentario è girato nell’ospedale Dr. Jose Fabella Memorial Hospital di Manila, nel Paese dalla più alta concentrazione di popolazione e povertà e nell’ospedale dal più alto tasso di natalità. Ogni giorno circa 60 bambini vedono la luce presso il Fabella, che raggiunge picchi di 100 neonati nell’arco di 24 ore. Il documentario di Diaz, con Brillante Mendoza come produttore esecutivo, segue da vicino le storie di tre donne con uno sguardo che diventa sempre più intimo e famigliare. Abbandonata la forma dell’intervista, Diaz si limita a guardare, seguire e partecipare alla quotidianità delle partorienti, delle loro famiglie, delle infermiere e dottori che tra ironia e professionalità aiutano mamme e bambini. Le Filippine sono un Paese fortemente cattolico, la prevenzione non è contemplata – ed è comunque troppo costosa – e in ospedale si propone il metodo di sterilizzazione femminile (la legatura delle tube) per controllare le nascite. Intanto molti mariti o madri di neo-madri non riescono ad andare in ospedale perché non hanno i soldi per pagare il viaggio (si tratta di meno di un euro) e si arrabattano tra prestiti e aiuti sociali. La camera, fedele al cinéma vérité e intenzionata a stabilire un approccio confidenziale con chi orbita abita l’ospedale per periodi più o meno lunghi, è una finestra aperta su un mondo geograficamente lontano che per 94 minuti ci avvicina alla condizione delle donne filippine, ai loro diritti e alle loro speranze.

    Francesca Vantaggiato


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