Jackie, una donna, un mito

Jackie

    Quando Pablo Larraín incontra Darren Aronofsky a Berlino nel 2015 è subito collaborazione. Il regista newyorkese de Il cigno nero e il regista cileno di Neruda trovano nella ricerca storica e individuale di una delle first lady più discusse, ammirate e misteriose della nostra epoca, quel legame che li porta in poco tempo a realizzare l’opera presentata in anteprima alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2016, in uscita nelle sale cinematografiche fra pochi giorni, Jackie, distribuito da Lucky Red.

    Fu Darren a proporre a Pablo il copione e il cineasta di Santiago del Cile, prima ancora di leggerlo completamente, rispose: “Bellissimo progetto, ma lo faccio solo se c’è Natalie Portman!”. Nell’attrice israeliana Larraín individuò le caratteristiche indispensabili per immortalare l’emblema di una donna che è apparsa in molte occasioni priva di emozioni, Jaqueline Lee Bouvier Kennedy, in seguito Onassis, la quale rappresenta ancora oggi un insieme di contraddizioni: ambiziosa eppure innamorata, forte eppure delicata, intelligente eppure frivola, dotata di grande intuito politico e di una rara intelligenza che la portò ad essere molto apprezzata dal suocero, amante della buona cucina francese e della raffinatezza; affascinante, attraente, diplomatica e posata, e allo stesso tempo preoccupata per la propria immagine. È all’interno di questo mistero che la coppia Larraín-Aronofsky ci introduce toccando registri drammatici senza che mai diventino tragici, mostrandoci la tristezza senza che mai questa diventi disperazione, permettendoci di entrare nell’oscurità senza che diventi tenebre. Fra profumi, vezzi, abiti sobri e scintillanti si consuma uno dei momenti più bui della storia mondiale: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, il Presidente citato da Piero Ottone nel bellissimo libro Le regole del gioco, avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963.

    Ha fatto storia il tailleur rosa di Chanel, indossato dalla giovane e felice sposa Jaqueline seduta sulla berlina presidenziale con il marito sposato nove anni prima, mentre attraversa la città, rimasto macchiato di sangue, impresso nella mente di intere generazioni; sono tutt’ora indelebili le immagini della donna mentre si allunga sul cofano posteriore della macchina per raccogliere parti del cervello del marito. Incredula, stupita, femminile, la first lady, titolo da lei poco amato in quanto le ricordava il nome di un cavallo, nei giorni successivi alla tragedia, con grande contegno e dignità, affermò di voler tenere macchiato il tailleur per mostrare al mondo cosa avevano fatto al marito, un gesto disperato con il quale probabilmente cercava di smorzare il grande vuoto e la solitudine che la tragedia le aveva regalato. Emblematica l’immagine restituitaci da Larraín in cui Jackie-Natalie, con un tailleur rosso di foggia elegante e raffinata, ci appare sola e piccola dentro un immenso salone che la sovrasta.

    Il film di Larrain si svolge proprio nei quattro giorni successivi all’assassinio che sconvolse la storia e la vita di Jaqueline, una donna di 34 anni che con due bambini piccoli, che in poche ore si ritrovò ad affrontare un dolore immenso, a dover consolare i propri bambini, traslocare dalla Casa Bianca e organizzare i funerali, oltre a dover affrontare il mondo con una immagine dignitosa e conforme al ruolo ricoperto. Indaffarata a soddisfare i bisogni di tutti, Jackie si dimentica di sé, per mostrarsi soltanto in rari momenti ma riuscendo comunque a mantenere sempre quell’alone di mistero che anche il regista, dopo averci mostrato ogni particolare con grande capacità narrativa, ci lascia delicatamente nell’animo. Jackie rimane un mistero e, mentre appare come una persona di azione e risultati in un momento in cui questo le viene chiesto, ancora una volta deve imporsi di credere che i sentimenti e le emozioni sono un intralcio per portare a termine quanto si è prefissata. E forse è rimasta per sempre un mistero anche per se stessa. Natalie Portman, minuta, con un filo di voce e l’aria dolce, fra le musiche di Mica Levi, la sceneggiatura di Noah Oppenheim, e il montaggio di Sebastian Sepulveda, riesce a dare spessore al mistero, permettendoci di entrare nel dolore, nell’eleganza, nella bellezza di colei che ancora oggi è rimasta icona di stile e mistero. E forse il segreto del suo intramontabile fascino è proprio questo.

    Paola Dei


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